La parola estate evoca colori, sapori, odori… Immagini di case delle vacanze, campeggi, terrazze sul mare, sabbia, asciugamani, l’acqua che accarezza la pelle, il sole che la colora, lunghe camminate in montagna, serate a mangiare anguria con gli amici, aperitivi, gonne che svolazzano, leggerezza. L’estate è tutto questo e molto di più: è divertimento, ma anche riposo dopo un lungo anno di lavoro.

Le cose che adoro dell’estate

Non amo particolarmente l’estate, perché soffro il caldo terribilmente, ma adoro i lunghi pomeriggi sulla sdraio in riva al mare, con la brezza fresca che sale dall’acqua e mi accarezza il viso, mentre tengo tra le mani un mio adorato libro. Adoro le alzatacce all’alba per andare ad esplorare qualche nuovo sentiero di montagna, mangiare in un rifugio, con lo spettacolo delle Dolomiti davanti agli occhi e poi finire la giornata con una coperta stesa sul prato e un adorato libro tra le mani. Amo le grandi mangiate di anguria con gli amici e quel magico senso di appagamento che dona questo meraviglioso frutto che scende fresco in uno stomaco caldo. Adoro gli abiti di lino che si appoggiano appena alla pelle, accarezzandola delicatamente mentre, in una sera d’estate, passeggio in centro nella splendida città nella quale abito.

Insomma, meglio sarebbe dire che amo quasi tutto dell’estate, tranne il caldo afoso di questa zona di mondo in cui mi è concesso di abitare. Ma più di ogni cosa, amo dell’estate la libertà di non dover andare al lavoro, staccare la spina dal dovere e attaccarla ai miei amati libri. E finalmente non pensare ad altro, solo ad immergermi in nuove storie, in nuovi viaggi verso destinazioni sempre nuove ed eccitanti.

Quest’estate 2019 non fa certo eccezione e anche quest’anno mi sono goduta e mi sto godendo la mia buona dose di libri, di nuove storie che mi piacerebbe condividere con voi.

Cosa leggiamo in spiaggia?

Per quanto riguarda le letture estive, credo che ci siano due tipologie di persone. C’è chi d’estate ama leggere libri leggeri, poco impegnati, perché dopo un anno di duro e intenso lavoro tra ufficio e famiglia, non si desidera altro che qualche pagina leggera in cui perderci, senza pensare troppo. E poi c’è chi, come me, non vede l’ora che arrivino le vacanze per dedicarsi anche a qualche lettura più impegnata, dal momento che ho finalmente la testa un po’ più libera.

Dunque, ecco a voi le mie letture di quest’estate, che non è ancora finita e chissà cos’ altro ci regalerà? Accanto a ogni libro trovi il link per la relativa recensione e anche il link per l’acquisto.

Due di due di Andrea de Carlo

La storia di un’amicizia che percorre l’Italia degli anni Sessanta, Settante e Ottanta. Mario e Guido vi entreranno nel cuore e non potrete lasciarli più.

Arrivederci piccole donne di Marcela Serrano

Se da piccole avete amato Piccole Donne adorerete questa rivisitazione in chiave cilena del romanzo della Alcott. Seguirete le quattro cugine fino alla fine!

Il nome della Rosa di Umberto Eco

Un must nella nostra libreria, una storia di delitti, misteri e complotti in un’antica abbazia medievale.

Dieci piccoli indiani di Agatha Christie

Uno dei capolavori della Regina del giallo, che con la sua penna fine, precisa e mai volgare ci conduce in un’isola sulla quale si sono radunati dieci assassini…

La Via di Michael Puett e Christine Gross-Loh

Un manuale ricco di piccole perle che ci donano una parte della saggezza delle filosofie cinesi antiche, mostrandoci come siano applicabili alla nostra vita quotidiana anche oggi

La Via è stato un regalo di una mia cara amica, che ho conosciuto all’università, che mi conosce molto bene. Soprattutto conosce bene i miei gusti letterari. Il nostro background universitario ci spinge naturalmente verso l’Oriente e in particolar modo verso la nostra amata/odiata Cina.

Che cos’è la Via?

Questo libro è un compendio delle principali correnti filosofiche e spirituali della Cina antica, da quelle più conosciute, come il Taoismo, a quelle meno note, come il Moismo. La cosa bella di questo piccolo manuale è che non è un trattato di filosofia (per quanto mi piacciano i trattati di filosofia), bensì un manuale molto pratico. Del resto, la filosofia, se ben applicata alla nostra vita, è la cosa più pratica che ci sia! (per amor di cronaca, questa riflessione l’ho rubata a Diego, il mio compagno, detto anche “Il filosofo”, potete immaginare perché!). Michael Puett è professore di filosofia cinese all’Università di Harvard e le sue lezioni sono seguite da moltissimi studenti, nonostante trattino argomenti a volte ostici. Il motivo sta nel fatto che il Professor Puett riesce a portare concetti filosofici importanti nella vita quotidiana di oggi e lo fa con una promessa:

“Se le prenderete sul serio, le idee di questi testi vi cambieranno la vita”.

Cambiare dalle piccole cose

Ognuno di noi declina a proprio modo il concetto di cambiare la vita, ma sicuramente sono d’accordo con lui, quando dice che le parole di questi antichi filosofi hanno il potere di cambiarci, se adeguatamente interiorizzate. Sì, perché è proprio di questo che parla questo libro, di come mettere in pratica le idee di questi testi antichi per rendere la nostra vita e i nostri rapporti con le persone migliori. Già, perché come dice lo stesso autore: “. È dal quotidiano che partono i grandi cambiamenti e nasce il benessere”. E anche chi, come me, credeva di saperne abbastanza su questi argomenti, avendoli studiati per bene all’ università, può trovare delle piccole perle molto preziose.

“Il cambiamento non è possibile finché i singoli non modificano il loro comportamento, e i singoli non modificano il loro comportamento se non iniziano dalle piccole cose. La nostra vita comincia nella quotidianità e rimane in essa. Solo nella quotidianità possiamo avviare grandi trasformazioni”

Il libro è suddiviso per filosofi e per ciascuno sono indicate le linee principali della filosofia e i testi da cui sono tratte, di modo che ciascuno di noi, se lo desidera, può avere accesso alle fonti per approfondire uno o più autori. Tuttavia, ritengo che quanto fanno gli autori in questo libro sia molto prezioso, perché ci aiutano a rendere questi concetti molto concreti e applicabili anche alla nostra vita nel terzo millennio, rendendoli ancora più preziosi. Lo stile degli autori è molto fresco e scorrevole, rendendo la lettura molto agile e per nulla noiosa.

Un piccolo consiglio

Naturalmente, se volessimo approfondire il pensiero dei filosofi confuciani e taoisti antichi, questo non sarebbe il libro giusto. In verità ci sono poche citazioni dai testi originali e pochi approfondimenti, ma non è questo lo scopo del testo. Ciò che gli autori si propongono di fare è dimostrarci come queste idee ci possano parlare ancora oggi e ci possano aiutare a migliorare alcune parti di noi e delle nostre vite. Nessuno stravolgimento, nessuna illuminazione, solo piccoli, ma importanti cambiamenti nelle nostre abitudini e nei nostri modi di fare.

Parlando di filosofi antichi provenienti da tradizioni e da correnti filosofiche e di pensiero diverse, capita naturalmente che le idee dell’uno possano andare in contrasto con talune idee dell’altro, e questo non ci deve stupire. Come sempre quando leggiamo libri di questo genere, il mio consiglio è quello di recepire quello che crediamo sia positivo per noi e il nostro arricchimento.

Titolo: La via – Un nuovo modo di pensare qualsiasi cosa

Titolo originale: The Path – A new way to think about everything

Autori: Michael Puett, Christine Gross-Loh

Traduzione: Elisabetta Spediacci

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 149

Questo è il primo romanzo che leggo di Marcela Serrano e non ne sono rimasta affatto delusa, tutt’ altro! Per chi, come me, ha amato da ragazzina Piccole Donne, questo romanzo è sia un tuffo nel passato che una piacevole scoperta. Il romanzo è un remake del libro della Alcott in chiave più moderna e sudamericana. Le protagoniste sono quattro cugine che trascorrono tutte le estati insieme, come sorelle, all’ ombra di una zia eccentrica e anticonformista la quale dà loro tutto ciò di cui hanno bisogno. Sono figlie uniche di quattro fratelli e le loro estati alla Casa del Pueblo sono la parte migliore delle loro vite, quella più viva e vera. Siamo in Cile, per la precisione in una zona non ben definitiva del sud del Cile, “prima di arrivare al vero Sud cileno, quello maestoso, possente, drammatico, esplosione della natura, c’era un Sud annacquato, più vicino e meno verde, meno azzurro, meno bagnato, un Sud che non si schiantava mai contro il cielo”.

Meg

Ognuna delle quattro cugine è una “piccola donna” e le loro vite e le loro personalità le rispecchiano. Nieves è Meg, la cugina maggiore, quella che più di tutte ha goduto dei privilegi della Casa del Pueblo. È bella, dotata di un garbo e una grazia innati, lunghi capelli biondi e occhi verdi, “l’angioletto della segheria”. Il suo sogno è sposarsi e avere una bella casa e tanti bambini. È una romanticona per la quale l’amore è la cosa più importante.

Jo

Ada è Jo, vivace e irrequieta, sogna fin da piccola di viaggiare e stare in mezzo ai libri. Vuole godersi la vita.

“Dovendo scegliere, preferiva una notte insonne a una mattina pietrificata e preferiva l’inquietudine all’autocompiacimento.”

Ha un legame molto stretto col cugino Oliverio, ha abitudini austere e un distacco da ciò che è superfluo. È la meno bella tra le cugine, una ragazzina maschiaccio, poco appariscente. Priva del concetto di vanità, si è sempre sentita soffocare nel suo essere donna. Ha una forte vocazione letteraria, è da sempre un’accanita lettrice e combatte da sempre con le sue zone d’ombra.

“La letteratura ti pone dall’altra parte della vita,gli spiegava, o forse mi sbaglio e ti colloca proprio nel cuore della vita, comunque in nessun caso ti confina nella normalità, nelle anguste strettoie del quotidiano.”

Ma dove può trovar posto l’amore in questa vita di desiderio e trasgressione, di vagabondaggi e fughe?

Beth

Luz è Beth, la più dolce e la più buona delle cugine. Forse anche la più fragile. O forse no. Esile e bruttina, osserva tutto dal suo angolo. È dal suo punto di vista che tutta la storia è narrata.

“Ho imparato fin da subito a disprezzare i valori di questo mondo, gli stessi che colmavano di ambizione ogni cellula, ogni neurone delle mie cugine: la bellezza, il talento, la fortuna. Mi parevano effimeri. E complicati. Ho scelto la bontà.”

Il suo sogno è alleviare le sofferenze altrui, cosa che cerca di fare in Africa. La sua esistenza votata agli altri la porta a trascurare se stessa. La sua breve vita è costellata di buone azioni, ma cosa prova nel profondo del suo animo? Cosa sarebbe successo se quella volta… ? Ma il senso di colpa è sterile, e indietro non si torna. Mai.

Amy

Lola è Amy, bella, intelligente, ambiziosa, portata per la pittura, socievole e civettuola. Il suo sogno è di essere ricca e adorata dagli uomini. Fin da piccola è vanesia  consapevole della sua femminilità, tutta pizzi, nastrini e fiocchetti. Determinata a diventare ricca, indipendente e di successo non si ferma davanti a nulla, perché si è sempre creduta invincibile e immortale.

“Ma se la sua vita è stata un susseguirsi di successi, allora perché le ferite fanno ancora male? Che cosa aspettano a cicatrizzarsi, eh? A che cosa tentano di aggrapparsi le sue mani tremanti?”

Nell’infanzia si è sentita schiacciata da Ada ed è arrivata anche ad odiarla. Perché Lola è una che porta rancore. Dove la porteranno alla fine la sua ambizione e il suo rancore?

Queste ragazze ci conquistano, ognuna a modo suo, ognuna con la propria personalità e le proprie peculiarità, e credo che sia inevitabile per noi lettrici identificarci con una di loro. Io sono senz’altro Ada, mi ci sono riconosciuta in tantissime caratteristiche, non solo la passione per la lettura e la scrittura, ma anche per l’inquietudine, per quel suo essere un po’ maschiaccio, per la fragilità che nasconde dietro la sua spavalderia.

E voi che cugina siete? Se ne avete voglia, raccontatemelo nei commenti qui sotto e buona lettura!

Titolo: Arrivederci Piccole Donne

Titolo originale: Hasta Siempre Mujercitas

Autore: Marcela Serrano

Casa editrice: Feltrinelli

Traduzione: Michela Finassi

Pagine: 238

Mario e Guido. Un’amicizia nata sui banchi di scuola in un periodo in cui “mi sembrava che il tempo passasse con una lentezza incredibile”, per dirla con le parole dello stesso Mario. I due sono molto diversi, così diversi da rendere questa “la storia di un personaggio solo, che dà un nome diverso a ognuna delle due parti che formano il suo insieme”, come scrisse lo stesso De Carlo.

Mario e Guido

Mario è un ragazzino timido che odia la sua vita, ma non abbastanza da trovare la forza di cambiarla. Non ha grandi legami con gli altri compagni di classe e conduce una vita piuttosto solitaria e monotona.

Guido è un ragazzino dai capelli biondastri e gli occhi chiari, uno sguardo “da ospite non invitato”. È diverso dagli altri ragazzi e per questo non lega molto con loro.

Tra i due si stabilisce fin da subito una complicità simile a quella che c’è negli sport a due: Mario fa da secondo a Guido, molto più carismatico di lui. Inizialmente non si vedono mai al di fuori della scuola, dove Guido è corteggiato dalle compagne di classe e invidiato dai compagni. Lui, dal canto suo, era “incurante nei confronti degli standard a cui tutti cercavano di attenersi con tanto sforzo”. È un ragazzo molto riservato e questo crea fin da subito una sorta di barriera tra i due, impedendo una condivisione profonda dei loro sentimenti.

Mario è timido e impacciato e segue Guido come modello, perché rappresenta tutto ciò che lui vorrebbe essere. Ma il rapporto è ancora un rapporto a metà, non sanno nulla l’uno del background dell’altro, fino a che un giorno Guido racconta a Mario la verità sulla sua famiglia, sciogliendo i nodi e togliendo finalmente i filtri.

Un’amicizia lunga una vita

La loro amicizia passa attraverso gli scioperi e le proteste della fine degli anni Sessanta, attraverso le ragazze, la politica, i viaggi, e tra avvicinamenti e allontanamenti arriva fino agli anni Ottanta. Sono come i due lati di una stessa moneta, hanno bisogno l’uno dell’altro; Mario ha bisogno di Guido perché lo stimola e Guido ha bisogno di Mario perché lo argina. L’altro permette loro di essere se stessi.

Mi capitava di identificarmi con lui, dalla mia posizione così più protetta, vedere le  sue lettere come proiezioni di una parte di me che per paura e mancanza di talento non avevo mai sviluppato”.

Un legame solido che resiste agli urti della vita, anche se tra loro ci sono sempre stati sentimenti sospesi, una serie di non detti che si accumulano negli anni, fino a far quasi invertire i ruoli. Guido non è forse così sicuro come è sempre sembrato, il suo istinto non è forse così infallibile, anche lui è assalito dai dubbi.

Aveva bisogno di una ragione specifica di rabbia, per dare spazio alle sue qualità

Guido sembra essere preso da una sorta di paralisi che molto ricorda quella dei personaggi di Joyce, pur se per Guido non si traduce in incapacità di lasciare la propria città natale (Milano, altrettanto paralizzata della Dublino di Joyce), ma in una sorta di legame con quella città che gli impedisce fino alla fine di abbandonarla completamente.

Milano è la città in cui cresce anche l’autore, che quindi la conosce bene e la descrive con dovizia di particolari. Guido è forse un po’ De Carlo? Impossibile non pensarlo, ma anche Mario lo è in parte. Come detto, due facce della stessa moneta. De Carlo ha frequentato il liceo classico a Milano e poi la facoltà di lettere; ha soggiornato in Australia e negli Stati Uniti, per poi stabilirsi in campagna. È il prolifico autore di romanzi come Treno di Panna, Pura Vita, Uto.

L’autore

Ho scoperto tardi De Carlo e questa sua piccola perla che è Due di Due,  e devo ringraziare il mio compagno per questo, il quale mi ha messo in mano questo romanzo, con un perentorio: “Leggilo!”. E ora che l’ho letto devo confermare che aveva assolutamente ragione, questo libro mi ha fatto entrare in un vortice di emozioni, ricordi e lacrime.

L’abile penna di De Carlo ci conduce per le vie di Milano, con i suoi fumi e i suoi rumori, passando attraverso le campagne umbre con le stagioni a scandire la vita, in un continuo contrasto con una città che fa molto pensare ai toni nero-grigiastri della Coketown di Dickens nel suo Hard Times. De Carlo ha uno stile preciso e dettagliato, che porta il lettore dentro la storia, sviscerandone anche gli angoli più remoti e bui. È una lettura scorrevole, ma toccante, densa di emozioni e di profondità, che sicuramente fa venire voglia di scoprire anche altre  opere di questo autore.

Titolo: Due di Due

Autore: Andrea De Carlo

Casa Editrice: Bompiani

Pagine: 389

Era da quando frequentavo i primi anni delle superiori che non leggevo più Agattha Christie. A lei devo moltissimo, perché se si escludono i grandi romanzi come Piccole Donne e I ragazzi della via Paal, lei è stata colei che veramente mi ha fatto appassionare alla lettura, è stata la prima vera scrittrice che ho amato e grazie a lei ho iniziato a leggere con regolarità. Non le sarò mai abbastanza grata per avermi aperto le porte di un mondo così straordinario come quello dei libri. Nonostante tutto il suo merito, tuttavia, ho abbandonato presto i libri gialli per dedicarmi ad altri generi. Recentemente sono incappata per caso nella mini serie tv trasmessa su Sky tratta da Dieci Piccoli Indiani e questo ha riacceso in me la vecchia voglia di leggere Agatha Christie. E così, dopo tanti anni, eccomi a riprendere in mano questo romanzo. Confesso di averlo fatto con entusiasmo, ma anche con un po’ di timore, come sempre mi capita quando rileggo libri che mi sono piaciuti. Ma Agatha Christie non delude mai, era davvero una grandissima scrittrice, un talento genuino, e a distanza di 25 anni ho apprezzato molto questo suo romanzo.

Si tratta di un romanzo “nato da una lunga fase di elaborazione”, come ammise la stessa scrittrice, che segue i canoni dell’enigma della camera chiusa. Il crimine, o sarebbe meglio dire in questo caso i crimini, sono infatti commessi in un luogo circoscritto, un’isola inglese chiamata Nigger Island, e sono compiuti in circostanze che possono sembrare impossibili al lettore, che è pertanto incuriosito dallo scoprire come siano potuti accadere.

La trama

Dieci persone diverse vengono attirate a Nigger Island dai nuovi proprietari, il signor e la signora Owen, ognuno per una ragione diversa. La prima cosa strana che attira la nostra attenzione è che nessuno di loro conosce i signori Owen di persona.

Il vecchio giudice Wargrave da poco in pensione, è arrivato sull’isola per rincontrare una vecchia amica; la signorina Vera Claythorne, insegnante di ginnastica in una scuola di terz’ordine, è lì perché è stata assunta come segretaria per il periodo estivo; Philip Lombard, ex capitano ed esploratore dal passato burrascoso, ha accettato un lavoro non ben definito sull’ isola perché in crisi finanziaria; la signorina Emily Brent, una vecchia e rigida zitella dai principi inflessibili e dai modi bigotti ha accettato un soggiorno gratuito in casa della signora Owen; il generale Macarthur, veterano della prima guerra mondiale, vedovo da lungo tempo, è arrivato sull’isola per un incontro con vecchi amici; il dottor Armstrong, stimato chirurgo di successo, ha accettato di curare la signora Owen per un lauto compenso; Tony Marston, giovane, bello e ricco, amante delle feste e della bella vita ha accettato volentieri un invito a una festa esclusiva; William Blore, ex poliziotto che si è dato alla carriera di investigatore privato è stato ingaggiato per proteggere i gioielli della signora Owen; e infine i coniugi Rogers, ingaggiati come servitù, lui come maggiordomo e lei come cuoca e domestica.

Cosa accadrà?

Tutti sono ansiosi di incontrare i loro ospiti, i quali però non si fanno vedere con il pretesto di un ritardo. Sarà ben presto chiaro che ognuna delle persone arrivate a Nigger Island invitate dai signori Owen nasconde dei segreti, e c’è qualcuno che sembra conoscere tutti questi segreti. Chi sono questi signori Owen e perché non si fanno vivi? Come fanno a conoscere segreti sepolti nelle vite passate di ciascuno di questi invitati? Nessuno di loro si conosceva prima, e nessuno di loro conosceva i signori Owen, eppure tutti hanno accettato l’invito. Ogni invitato ha trovato incorniciata nella propria stanza una filastrocca per bambini che si rivelerà presto la chiave di molti misteri e al posto dei signori Owen, durante la cena, improvvisamente aleggia nella stanza una voce penetrante che li accusa di essere tutti assassini. Dieci assassini intrappolati su un’isola, isolati dal resto del mondo, a loro volta vittime: è l’inizio di un incubo. A chi appartiene la voce? Chi li sta perseguitando? Da cosa e da chi si devono guardare le spalle? L’assassino è uno di loro o qualcun altro si nasconde sull’isola? Da questo momento in poi, nessuno può più dormire sonni tranquilli…

L’autrice

L’autrice di capolavori come Assassinio sull’Orient Express e Poirot sul Nilo non delude mai, Dieci Piccoli Indiani è un piccolo capolavoro, che mostra il meglio della capacità narrativa della Christie. Tutta la trama è sorretta da una logica ferrea e molto ben delineata, lo stile è come sempre scorrevole e lineare, il lettore si sente disorientato ad un certo punto da ciò che succede, ma l’abilità della Christie sta proprio in questo: disorientare senza confondere. Sorprende il lettore con nuovi intrecci e nuove informazioni, sfidandolo a trovare a soluzione all’enigma. Pur senza indugiare in descrizioni dettagliate e morbose del sangue e della violenza, cattura il lettore e lo tiene incollato alle pagine, anche attraverso il suo proverbiale umorismo.

Agatha Christie non è stata solo una grandissima scrittrice di romanzi gialli, non è stata solo la fortunata creatrice di due straordinari personaggi quali Miss. Marple e Hercule Poirot, è stata anche una grande osservatrice del suo tempo. Nelle sue opere, infatti, troviamo l’Inghilterra dalla Grande Guerra fino agli anni settanta in tutte le sue sfaccettature. Se non avete mai letto nulla di suo, vi invito ad iniziare e scoprirete di sicuro perché è stata definita “la regina del giallo” e ancora nessuno è riuscito a spodestarla dal suo trono.

Titolo: Dieci Piccoli Indiani

Titolo originale: Ten Little Niggers

Casa editrice: Mondadori

Traduzione: Lorenzo Flabbi

Pagine: 210

Siamo nel campo dei giganti della letteratura, Eco è autore di molti famosi romanzi quali Il pendolo di Foucault, La misteriosa fiamma della regina Loana, Il cimitero di Praga e molti altri, nonché prolifico autori di saggi.

Un must

Personalmente, ritengo Il nome della Rosa uno dei libri da leggere assolutamente nella vita. È il primo romanzo di Umberto Eco, pubblicato per la prima volta nel 1980, dopo che Eco aveva studiato per diversi anni la narrativa, con i suoi problemi e le sue regole. L’autore stesso disse di questo libro: “Mi sono messo a scrivere un romanzo dopo aver riflettuto a lungo sul modo in cui gli altri hanno scritto i romanzi”. Un romanzo, quindi, che non è stato scritto d’impeto, ma studiato e ponderato in ogni sua parte. L’espediente letterario utilizzato da Eco è quello di un manoscritto ritrovato, che ci permette di conoscere questa storia.

Le vicende che narra si svolgono in un’abbazia di cui ignoriamo sia il nome che l’ubicazione, ma che pare trovarsi in un luogo non ben definito dell’Appennino tra Piemonte, Liguria e Francia. Siamo alla fine di novembre dell’anno 1327, un periodo difficile della storia, in special modo di quella cristiana. All’epoca era imperatore Ludovico il Bàvaro, che scese in Italia per cercare di ricostituire la dignità del Sacro Romano Impero. Simpatizzava con le idee di povertà dei francescani ed era in conflitto con l’allora papa Giovanni XXII (Giacomo di Cahors), famoso per aver convogliato molte ricchezze alla corte papale e per essere un papa infame ed eresiarca.

L’abbazia è stata scelta come sede di una disputa tra i francescani, protetti dall’imperatore, e i rappresentanti del papa, disputa che riguarda la povertà di Cristo e che è a tutti gli effetti una disputa tra papato e impero. Convogliano quindi nell’abbazia i personaggi più disparati per partecipare a questa disputa. I primi ad arrivare sono Guglielmo da Baskerville e il suo novizio Adso da Melk, autore stesso del manoscritto. Guglielmo è un monaco inglese appartenente all’ordine dei francescani ex inquisitore dotato di una grande intelligenza e di uno spiccato acume, ammiratore e seguace di Ruggero Bacone, ed è stato scelto come mediatore della disputa.  

Accadono cose strane…

L’ambientazione è quindi già di per sé molto suggestiva, una grande abbazia cristiana nel cuore delle montagne, in un periodo oscuro quale è stato il Medio Evo. Già solo questo dovrebbe bastare a farvi venire voglia di aprire questo libro.

Diventa chiaro fin dall’inizio, però, che nell’abbazia qualcosa non va, da qualche giorno succedono fatti strani. Un monaco è morto in circostanze misteriose e l’abate chiede a Guglielmo di indagare su questa morte.  Diventa evidente fin da subito che più di qualche monaco nasconde qualcosa, che dentro le mura di quella splendida abbazia accadono fatti inenarrabili e che tutto ruota intorno a un luogo misterioso e inaccessibile dell’abbazia. Delitti e stranezze si susseguono e Guglielmo da Baskerville tenta di dipanare una matassa che si fa di pagina in pagina sempre più intricata. E tutto sembra portare alla biblioteca e al suo labirinto. La biblioteca di questa abbazia è insieme un luogo affascinante e misterioso, ma come può una biblioteca essere un luogo inquietante?

“… essa [la biblioteca] è riserva di sapere ma può mantenere questo sapere intatto solo se impedisce che giunga a chiunque, persino ai monaci stessi.”

Ed ecco quindi che la biblioteca diventa luogo di segreti e di libri proibiti, luogo impenetrabile e pregno di tranelli e inganni, luogo di perdizione da cui è quasi impossibile uscire. Un luogo affascinante e inquietante, dunque, dove accadono cose strane e misteriose. 

Molti sono i personaggi che incontriamo durante il dipanarsi di queste misteriose vicende, i personaggi di fantasia si mescolano con personaggi realmente esistiti, le vicende dei monaci dell’abbazia si inseriscono in un contesto storico di controversie religiose e scontri tra papato e impero, in un susseguirsi di vicende e fatti narrati magistralmente.

Leggendo Il Nome della Rosa in una splendida spiaggetta nascosta della Toscana

L’autore

Eco ha una penna fine e una scrittura di alto livello, che potrebbe risultare a volte un po’ ostica al lettore a cui alcune parole di uso arcaico non siano familiari, ma che è una delizia per gli estimatori della lingua italiana. Eco, infatti, utilizza non solo termini desueti, appartenenti ad una lingua non più in uso ai giorni nostri, ma anche parole ricercate e di significato non sempre immediato.

A questo si aggiungono le molte citazioni in latino di cui non sono fornite le traduzioni (ma che nella moderna era di internet si possono agevolmente trovare in rete), e che possono rendere il libro di difficile lettura. Tuttavia, trovo la scrittura di Eco magistrale, è talmente bravo che gli si perdona senz’ altro di non aver messo le traduzioni e di dover fare un piccolo sforzo in più, che è ampiamente ripagato da ciò che lui ci dona con la sua scrittura.

Alla trama si alternano riflessioni e citazioni che l’autore, in un gioco intellettuale messo in atto col lettore, sfida a riconoscere. Un libro avvincente e raffinato che non può proprio mancare nella vostra biblioteca!

“Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.”

Titolo: Il Nome della Rosa

Autore: Umberto Eco

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 624