Nel 1937 il giovane Fosco Maraini compie un viaggio in Tibet insieme al famoso orientalista Giuseppe Tucci in qualità di fotografo. Si tratta del primo viaggio in Oriente per lui e segnò la nascita dell’amore di Maraini per queste terre.  A questo viaggio ne seguirono altri e nacque quella meraviglia che è Segreto Tibet.  

Il giovane Maraini decine, alla fine del viaggio con Tucci, di posticipare il rientro in Italia per andare in Sikkim, in pellegrinaggio ad alcuni dei monti più alti della terra. Il Sikkim è un minuscolo staterello  incastonato tra il Nepal e il Bhutan che si trova a ridosso dell’Himalaya, il sistema montuoso che comprende le montagne più alte della terra. Di fatto, si tratta di una vallata circondata da montagne, questo è il Sikkim. È l’unico stato al mondo nel quale si passa, nello spazio di appena un centinaio di chilometri, da un livello di pochi metri sul mare agli oltre 8500 metri del monte Kanchenzonga. Si passa da foreste tropicali con relativo clima caldo e umido, a gelidi ghiacciai nel giro di veramente pochi chilometri. 

Bisogna vedere, bisogna immaginare tutto ciò per capire l’essenza di questo cantuccio in cui sono racchiuse innumerevoli facce della natura

A spasso per il Sikkim 

Il Sikkim è abitato da Tibetani, Nepalesi e dai Lepcia, che un tempo erano la stirpe preponderante, mentre ora lo sono i Nepalesi. Laddove i Nepalesi sono attivi ed invadenti, i Lepcia sono silenziosi e pacifici, incapaci di sentimenti negativi, non provano odio, né invidia, non sono violenti, non cercano di affermarsi sugli altri. 

Il Sikkim del 1937 era un paese con pochissime strade e quindi grandissima importanza rivestiva la figura del portatore (coolie), specialmente per i Sahib (signori) stranieri che visitavano il paese. I Lepcia sono degli ottimi portatori, nonostante siano tendenzialmente piccoli e mingherlini. 

Maraini ci porta con lui tra le nevi e i ghiacci dell’Himalaya, tra freddissime notti in tenda in campi improvvisati e i canti dei portatori intorno al fuoco che crepita.

Cantano gli uomini per la gioia della musica, ma anche perché siano propizie le infinite forze occulte della notte, gli infiniti esseri invisibili che abitano le valli silenziose e danzano adesso sugli spalti nivali, per le frane dei monti, tra verdi riflessi di luna e di ghiaccio. 

Le montagne sono maestose e la notte è nerissima, senza quei canti che ammansiscono le forze della notte c’è di che avere paura. 

Ho paura. Ho paura di questo buio assoluto in cui puoi sentire l’alito caldo d’un essere senza riuscire a vederne il contorno, e m’arrampico su per un albero vicino sedendomi abbastanza comodamente a cavalcioni del primo ramo.

Un’immensità silenziosa e ostile

Sale per delle ore solo con la sua cagnolina Drolma, solo in mezzo ad un’immensità silenziosa ed ostile. Sulla neve solo i binari tracciati dai suoi sci e le minuscole buchette delle zampette di Drolma. Ci descrive le sensazioni dell’animo nel calpestare nevi che nessuno aveva ancora calpestato, al cospetto di monti tanto maestosi e sacri, la solitudine che prova. Il sole picchia e gli brucia la faccia, finché ad un tratto cala improvvisamente la nebbia che ricopre e inghiotte tutto.

Chi è abituato alle Alpi non può immaginare cosa voglia dire stare al cospetto di quella “vuotezza fisica”. Da noi ogni montagna, ogni roccia ha un nome, l’uomo ci è già stato. Ma sull’Himalaya no. L’uomo non è stato su ogni roccia, su ogni parete. Le vette si innalzano terribili e indifferenti a tutto e dinanzi a tale maestosità ci si sente piccoli. 

Ho coscienza d’essere solo; veramente solo. Che varrebbe un mio grido? Ricordo d’essermi trovato senza alcun compagno sulla vetta dell’Etna in inverno, e così sui monti della Toscana, sulle crode del Trentino o sulle Alpi della Val d’Aosta: ma là era un’altra cosa, oltre i valloni, oltre le creste, oltre i ghiacciai, si poteva quasi sempre indovinare il villaggio e l’aria la si sentiva già respirata dall’uomo. Qui no; qui tutto è vergine, tutto è indifferente ed ostile.

Il Sahib volante

Nessuno in Sikkim aveva allora mai visto degli sci e così, dopo aver visto Maraini scivolare su e giù per le valli e le montagne sopra quegli strani oggetti di legno, i portatori hanno iniziato a chiamarlo ‘il Sahib volante’. Tanto furono colpiti i portatori, che alla fine tutta la valle ne parlava. I suoi sci gli hanno consentito di arrivare dove a piedi non sarebbe potuto arrivare e di ammirare paesaggi che altrimenti non avrebbe potuto nemmeno scorgere. Tuttavia, ha dovuto rinunciare a qualcuno dei suoi desideri, in quanto i portatori “non amano seguire, sprofondando nella neve, dei Sahib che noncuranti ci volino sopra”. 

Nonostante questo quanta ricchezza porta con sé questo mese trascorso tra le vette del Sikkim! 

Questo è il primo libro di Maraini, ma già si nota il suo stile di racconto, che poi meglio si è sviluppato in Segreto Tibet. Per me, che ho sempre desiderato vedere le vette himalayane quanto scrive è poesia. 

Soltanto gli uomini e le donne riescono a voltare la schiena, soltanto gli uomini e le donne sanno dimenticare; ma i sassi e le nubi, l’erba e le nevi, il vento e le foglie, hanno sempre un sorriso fraterno per chi ha compreso il segreto linguaggio. Loro, le cose, non tradiscono mai. 

 

Titolo: Dren-Giong. Appunti di un viaggio nell’Imàlaia

Autore: Fosco Maraini

Casa editrice: Corbaccio

Pagine: 214

Ai tempi della scuola non ho apprezzato Pirandello quanto merita, forse non avevo la giusta maturità intellettuale. Ho letto questo libro molti anni fa e l’ho trovato…noioso! Oggi non mi capacito di come sia potuto succedere, se non facendo appello alla mia immaturità di allora, che mi ha impedito di comprendere appieno questo importante romanzo.

Uno, nessuno e centomila è stato scritto nel 1927, ma è ancora di grande attualità, tanta è stata la capacità dell’autore di scavare nel fondo dell’animo umano. Tutto inizia con un episodio quasi banale, la moglie di Vitangelo Moscarda, Dida, gli fa notare che il suo naso pende verso destra. Per tutta la sua vita fino ad allora Vitangelo non si era mai accorto di questo suo difettuccio. Oltre a questo, va notando pian piano altre piccole imperfezioni fisiche che non sapeva di avere e proprio da questo prende il via la sua ricerca di un io autentico, che si rivelerà un cammino molto faticoso.

Avrei potuto, è vero, consolarmi con la riflessione che, alla fin fine, era ovvio e comune il mio caso, il quale provava ancora una volta un fatto risaputissimo, cioè che notiamo facilmente i difetti altrui e non ci accorgiamo dei nostri. Ma il primo germe del male aveva cominciato a metter radice nel mio spirito e non potei consolarmi con questa riflessione. 

L’estraneo che è in noi

Vitangelo si rende conto che gli altri non lo vedono allo stesso modo in cui si vede lui e cerca in tutti i modi di scorgere una parte di quell’Io che gli altri vedono e lui no. Il suo cammino inizia, dunque, con il voler a tutti i costi restare solo, necessità che si trasforma ben presto in un bisogno smanioso, quasi in una dipendenza.

La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, e soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, così che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un’incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l’intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l’estraneo siete voi. 

Dunque esser solo, senza quel sé che già conosceva, o credeva di conoscere, solo con quell’estraneo che egli era a se stesso e che era inseparabile da lui, questo cercava Vitangelo. E fa di questo proposito il fine della sua esistenza “d’andare inseguendolo quell’estraneo che era in me e che mi sfuggiva”.

Ma l’idea che dentro di lui albergasse un estraneo che lui non conosceva e che non avrebbe potuto conoscere, uno che solo gli altri potevano conoscere guardandolo da fuori non gli dava pace. 

La coscienza

Molte riflessioni porta con sé questo romanzo. Quante volte anch’io mi sono detta che del giudizio degli altri non mi importava e che la cosa importante era che stessi bene io? Come se davvero la coscienza fosse qualcosa di assoluto e bastante a se stessa, come se davvero degli altri non avessi bisogno… Spesso era in realtà solo paura la mia, paura di mettermi in gioco e rischiare magari di perdere. Credo che tutti noi cerchiamo, chi più chi meno, approvazione e in qualche modo tutti temiamo il giudizio degli altri e forse mentiamo a un pochino a noi stessi se diciamo che non c’importa di come gli altri ci vedono. 

O a che vi basta dunque la coscienza? A sentirvi solo? No, perdio. La solitudine vi spaventa. E che fate allora? Vi immaginate tante teste. Tutte come la vostra. Tante teste che sono anzi la vostra stessa. le quali a un dato cenno, tirate da voi come per un filo invisibile, vi dicono sì e no, e no e sì; come volete voi. E questo vi conforta e vi fa sicuri. 

Una, nessuna e centomila realtà 

Questa ricerca del sé autentico diventa l’unica ragione di vita di Vitangelo e poco a poco si trasforma in uno strazio che lo conduce ad azioni a volte estreme che rischiano di farlo sembrare pazzo o di far allontanare le persone da lui. Il tema della vanificazione della persona è dominante, essere centomila per gli altri significa essere nessuno per sé. 

Pirandello conduce anche una profonda riflessione sulla costruzione di sé allo scopo di conoscerci, perché “possiamo conoscere soltanto quello a cui riusciamo a dar forma”. Ma che tipo di conoscenza di sé può essere? 

Eppure non c’è altra realtà fuori di questa, se non cioè nella forma momentanea che riusciamo a dare a noi stessi, agli altri, alle cose. 

Che cos’è la realtà? Quante realtà ci sono? Qual è quella vera? 

La facoltà d’illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi è destinata a scoprircisi illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.  

La solitudine

Vitangelo viene talmente risucchiato dal vortice della sua ricerca, che finisce per sentirsi solo, si una solitudine straziante.

Che valeva dire ‘io’, se per gli altri aveva un senso e un valore che non potevano mai essere i miei; e per me, così fuori degli altri, l’assumerne uno diventa subito l’orrore di questo vuoto e di questa solitudine?

Non trova più nulla di sicuro, tutto sfugge al suo controllo, tutto diventa inafferrabile e i fatti si rivelano solo gusci vuoti che possono essere riempiti di significati diversi a seconda del momento.

Con un linguaggio rapido e vivace, ma profondo e riflessivo, Pirandello ci conduce nei meandri della coscienza di Vitangelo, che potrebbe essere la coscienza di ciascuno di noi; smantellando senza rimorso ogni fasullo punto di riferimento, ci costringe a farci delle domande e a riflettere.  Uno, nessuno e centomila è un libro importante che ritengo tutti noi dovremmo leggere, non per dovere scolastico, ma perché ci aiuta a riflettere su noi stessi. 

 

Titolo: Uno, nessuno e centomila

Autore: Luigi Pirandello

Casa editrice: Einaudi

Come trovare il tempo per leggere in queste nostre vite così frenetiche e impegnate? È una domanda che mi viene rivolta spesso e io rispondo a modo mio naturalmente. Sul web ci sono molti ‘guru’ che promettono che seguendo i loro consigli si possono leggere 50 e più libri all’ anno anche se si è super impegnati. Io credo che non sia importante la quantità di libri che leggiamo, credo che l’unica cosa davvero importante sia leggere, tanto o poco non importa. Ognuno con i propri ritmi e con le proprie esigenze. Senza necessariamente fare una gara a chi legge di più. Ecco qui i miei consigli per trovare il tempo per leggere, basati sui diritti del lettore stilati da Daniel Pennac nel suo libro Come un romanzo.

Programmare momenti dedicati e/o orari regolari per la lettura

Prima di addentrarmi nel magico mondo dei diritti del lettore di Pennac, ci tengo particolarmente a parlarvi dell’importanza di un momento dedicato alla lettura. Non per tutti funziona bene il consiglio, che spesso si legge in articoli sul web, di approfittare di ogni momento libero, anche solo dieci minuti, per leggere. Ci sono persone che non riescono a staccare facilmente la mente dal lavoro, dalla famiglia, dalla frenesia delle nostre giornate, e queste persone non riusciranno a leggere in dieci minuti liberi, al massimo rimarranno dieci minuti a fissare la stessa pagine, mentre rimuginano su questo o quel problema, su questa o quella faccenda da sistemare, sui bambini da andare a prendere. Questo potrebbe non aiutarle a trovare il tempo per leggere. 

Non servirebbe a nulla!

Può sembrare banale, ma vi assicuro che programmare orari regolari dedicati alla lettura funziona alla grande. Può sembrare che sia solo un altro modo per organizzare il tempo e qualcuno potrebbe dirmi che se si sente obbligato a leggere in quel momento perché è quello che da agenda è dedicato alla lettura, la qualità ne risenta. Tuttavia, io credo che la cosa importante sia scegliere bene gli orari che vogliamo dedicare alla lettura, e soprattutto far diventare questo tempo un momento prezioso della nostra giornata o settimana, un momento da anelare, un rito irrinunciabile.

A questo punto non sarà più importante se questo tempo sarà mezz’ora, un’ora o più, sarà un tempo che ci siamo conquistati e che quindi saremo più propensi a non voler sprecare con distrazioni o sostituendolo con altro. Questo tempo, non è un tempo normale, è un tempo speciale che dedichiamo a coccolarci e per questo è molto prezioso e difficilmente rinunciabile.

 

  1. La lettura non è una gara di quantità o velocità e nemmeno un obbligo, ovvero il diritto di non leggere

La lettura è una cosa molto personale, c’è chi legge molto, chi legge poco, chi legge velocemente e chi lentamente. Inoltre, non tutti i libri sono uguali, ci sono libri più leggeri e libri più impegnativi. Per questo considerare la lettura una gara a chi avrà letto più libri alla fine dell’anno non vi aiuta di certo a trovare il tempo per leggere.

Se leggiamo solo per raggiungere uno scopo legato alla quantità, rischia di venire meno il piacere, che è e deve essere in cima ai nostri motivi per leggere. Obbligarsi a leggere rischia di andare a ledere quelli che per Pennac sono i diritti del lettore,il primo dei quali è il diritto di non leggere, perché leggere non deve essere un obbligo, non si deve farlo per forza. La lettura dev’essere un piacere e solo se leggiamo con piacere potremo ricavare dai nostri libri insegnamenti, conoscenze, spunti di crescita e di riflessione. Quindi il mio primo consiglio è: TAKE IT EASY, prendila con leggerezza e vedi la lettura come un piacere. Per le cose che ci piacciono davvero alla fine il tempo lo troviamo.

Se non ci piace non facciamolo. E non importa nemmeno la quantità di tempo che riusciamo a ricavarci, è importante che sia tempo dedicato.

  1. Non sentiamoci obbligati a leggere tutto, ovvero il diritto di saltare le pagine

A volte saltiamo il momento lettura perché siamo arrivati in qualche punto del libro che troviamo noioso o poco appassionante e quindi da un lato non vediamo l’ora che quelle pagine siano finite per sapere come procede la storia, ma dall’ altro non abbiamo molta voglia di riprendere quelle pagine noiose. Io sono d’accordo con Pennac, smettiamo di sentirci in colpa perché vogliamo saltare delle pagine che noi riteniamo inutili, saltiamole e basta, e proseguiamo con la nostra lettura che tornerà ad essere un piacere.

  1. Avere aspettative adeguate, ovvero il diritto di non finire un libro

Con aspettative adeguate non mi riferisco a una cosa come scegliere i libri in base al nostro grado di istruzione, o sciocchezze simili. Quello che intendo è che è importante scegliere il libro o i libri da leggere sulla base di quanta attenzione pensiamo di poterci dedicare. Non tutti i momenti sono uguali, non tutti i periodi sono uguali.

Se stiamo vivendo un momento difficile o particolarmente faticoso o impegnativo della nostra vita non significa che dobbiamo necessariamente smettere di leggere. Basta scegliere un libro meno impegnativo, qualcosa di più adatto al momento che stiamo vivendo e alla concentrazione che abbiamo.

E se un libro non vi piace non abbiate alcuna remora ad abbandonarlo. Il diritto del lettore di non finire un libro è un diritto sacrosanto.  

  1. Il fascino dei libri che abbiamo amato, ovvero il diritto di rileggere

Se la lettura è un piacere, perché negarci il piacere di rileggere un libro già letto? A volte la seconda lettura è addirittura migliore della prima e rileggere un libro che abbiamo molto amato dà una carica speciale e rende il momento della lettura un rito quotidiano a cui non vogliamo rinunciare. Quindi bando a qualunque remora, rileggete pure i libri che vi sono tanto piaciuti e riassaporate le parti di essi che avevate dimenticato! Il tempo per leggere si trova sempre quando stiamo leggendo qualcosa che ci piace tanto, no?

  1. Tutti i libri vanno bene, ovvero il diritto a leggere qualsiasi cosa

A volte ci sentiamo intimoriti dalle persone che leggono “solo libri impegnati” o “solo saggi, perché i romanzi sono una perdita di tempo”, e ci sentiamo giudicati se non leggiamo anche noi gli stessi tipi di libri. Questo può inibire la lettura e di conseguenza non troviamo il tempo per leggere. Io trovo che, invece abbia ragione Pennac, rivendichiamo il nostro diritto a leggere qualunque cosa vogliamo, anche se è un libro leggero, o quello che qualcuno potrebbe definire “un cattivo libro”.

Nessuno ha il diritto di giudicare le scelte di lettura degli altri!

  1. Emozioniamoci, ovvero il diritto al bovarismo

Questa è una delle cose che preferisco della lettura, emozionarmi. È meraviglioso ridere, piangere, soffrire, angustiarsi e gioire insieme ai personaggi di una bella storia, entrare nella storia così tanto da sentircela sulla pelle. Se pensate di non riuscire a trovare il tempo per leggere, cercate di ricordarvi come vi sentite quando leggete una bella storia, sono sicura che non vorrete più privarvi di queste sensazioni!

  1. L’angolo di lettura, ovvero il diritto di leggere ovunque

Come accennato prima, è importante che il tempo per la lettura sia un tempo dedicato, che diventa prezioso perché è un momento per coccolarci. È quindi importante avere un nostro angolo di lettura, uno spazio nostro in cui ci piace tuffarci in un buon libro, magari con una bella tazza di tè caldo in inverno o una limonata fresca d’estate. Momenti magici! Questo aiuta a rendere la lettura un rito quotidiano di cui non potrete più fare a meno.

Tuttavia ciò non significa che si debba leggere solo in un tempo e in un luogo dedicati. Ogni luogo può diventare un angolo lettura, se non abbiamo problemi a concentrarci anche in mezzo ad altra gente. Possiamo quindi scegliere di spostarci con i mezzi pubblici invece che con l’auto e sfruttare quel tempo per leggere, oppure mentre siamo in coda dal medico, al supermercato, o come dice Pennac, perfino in un gabinetto!

  1. Non sempre la quantità di tempo è determinate, ovvero il diritto di spizzicare

“È la libertà che ci concediamo di prendere un volume a caso della nostra biblioteca, di aprilo dove capita e di immergercisi un istante, proprio perché solo di quell’istante disponiamo.”

Questo diritto che noi lettori abbiamo è molto importante perché può essere un motore per ripartire a leggere, per conquistarci il nostro tempo dedicato alla lettura, perché sfogliando un libro a caso nella nostra biblioteca potremmo rimanere folgorati o rapiti da ciò che leggiamo, al punto da dover per forza trovare un nostro momento per continuare quel libro. E ci dice che anche quando pensiamo di non avere tempo, un po’ lo possiamo trovare anche solo per curiosare tra le pagine.

  1. La magia del suono delle parole, ovvero il diritto di leggere ad alta voce

“L’uomo che legge a viva voce si espone completamente agli occhi che lo ascoltano…”

Leggere ad alta voce è magico, io l’ho provato sulla mia pelle e vi assicuro che è un’emozione. Proprio quando pensavo che non avrei potuto trovare il tempo per leggere un altro libro, inizio quella che potrebbe sembrare una “mission impossibile”: leggere Il Conte di Montecristo ad un amico che non riesce a leggere. È una scommessa con me stessa, non posso credere che ci sia chi non riesce ad emozionarsi con un libro. E così è iniziata la nostra avventura insieme a Edmond Dantès ed è qualcosa di magico e di potente. Io leggo, lui ascolta e insieme ci immergiamo in questa fantastica storia e ci sproniamo poi a vicenda per trovare il tempo nelle nostre frenetiche vite da dedicare a questa lettura. Meraviglioso!

Un’alternativa può essere unirsi a un gruppo di lettura. Avere un obiettivo comune può sicuramente aiutare a ricavarci il tempo per leggere e gli stimoli che riceviamo dalla discussione con altri che stanno leggendo o hanno letto lo stesso libro sicuramente possono ispirarci nella scelta di altri testi da leggere insieme.

  1. La magia del silenzio, ovvero il diritto di tacere

L’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una fitta rete di connivenze tra la vita e lui”.

Ecco, io penso che questo significhi che non si deve necessariamente parlare, condividere, dire tutto sulle nostre letture, perché sono momenti nostri e a volte vogliamo proprio che rimangano così, solo nostri. E sono magici e irrinunciabili, quindi perché non fare un piccolo sforzo per ricominciare a leggere?

Buona lettura a tutti!

 

Le assaggiatrici di Hitler è un libro che non ero sicura di voler leggere. Forse dirò qualcosa di eretico, ma oramai ho letto e visto così tanto sulla seconda guerra mondiale e sul nazismo che non ero sicura di voler leggere ancora qualcosa. Tuttavia, mi sono detta che forse questo libro avrebbe potuto farmi vedere le cose da un altro punto di vista. E in effetti l’ha fatto. Il romanzo è ispirato alla storia di Margot Wölk, l’unica assaggiatrice di Hitler che abbia avuto il coraggio di raccontare alla stampa la sua storia. La storia narrata ne Le assaggiatrici di Hitler è di fantasia, perché l’autrice non è riuscita ad intervistare la Wölk, morta nel 2014, ma ciò che aveva raccontato della sua vita da assaggiatrice ha ispirato la Postorino e molto di quello che contiene è successo veramente. 

La Tana del Lupo

Rosa Sauer è una donna di città, una berlinese raffinata a cui piacciono i bei vestiti e le scarpe col tacco. Fa la segretaria e Gregor, suo marito, è anche il suo capo. Sono felici, ma la guerra, si sa, arriva e scombussola tutto. Per sfuggire ai bombardamenti che stanno imperversando in città, Rosa si trasferisce, nell’autunno del 1943, dai suoceri, a Gross-Partsch, un paesino della Prussia orientale poco distante dalla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler ben nascosto nella foresta. 

Rosa, però, non pensa a Hitler. Gregor, suo marito, è al fronte e lei si sente sola. Si vedono solo durante le rade licenze e lei soffre la solitudine e la vita di campagna. Poco dopo il suo arrivo, Rosa viene selezionata per essere una delle assaggiatrici di Hitler. E cominciano già a sorgere le prime domande. Come l’hanno selezionata? Pare fosse stata raccomandata dal sindaco. Quali sono le caratteristiche che devono avere le assaggiatrici di Hitler? Cosa significa esattamente? Rosa non lo sa, non le viene spiegato nulla. La prelevano da casa e la conducono, insieme ad altre nove donne, in quella che sarà la sua seconda casa ogni giorno.

La prima volta che entra in quella stanza Rosa è affamata, affamata dalla guerra e dalla miseria. I profumi che emanano i piatti le fanno venire l’acquolina in bocca, ma come fare a non avere paura? La fame, però, vince sulla paura.

Vedere la morte in faccia ogni giorno

Ogni giorno un pulmino accompagna le donne alla mensa di Krausendorf, ogni giorno le dieci assaggiatrici devono assaggiare i tre pasti destinati ad Hitler e poi attendere almeno un’ora dopo aver mangiato per accertarsi che non ci sia veleno. Ogni giorno queste donne vedono la morte in faccia. Il cibo è squisito, ma fatica a scendere nello stomaco, perché potrebbe essere proprio ciò che le ucciderà. La morte è sempre in agguato. Tra queste donne che si vedono ogni giorno si creano  amicizie, rivalità, titubanze, sospetti. Rosa è diversa da tutte loro, eppure si scopre a bramare la loro accettazione. Tutte queste donne si stanno sacrificando per uno dei dittatori più feroci e crudeli della storia: sono vittime o sono colluse col sistema?

Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo, è vero, ma quei 200 marchi al mese di stipendio fanno molto comodo in tempi di ristrettezze, così come fanno molto comodo i regali che arrivano ogni tanto dal cuoco. I piatti che sono costrette ad assaggiare ogni giorno le potrebbero uccidere, eppure le fanno sopravvivere in tempi in cui il cibo scarseggia. E sono squisiti. 

Ci si abitua a tutto, a estrarre il carbone nei cunicoli delle miniere, dosando la necessità di ossigeno; a camminare spediti sulla trave di un cantiere sospesa nel cielo, affrontando la vertigine dl vuoto. Ci si abitua alle sirene degli allarmi, a dormire vestiti per sfollare veloci se suonano, ci si abitua alla fame, alla sete. Certo che mi ero abituata a essere pagata per mangiare. Poteva sembrare un privilegio, era un lavoro come un altro. 

Cosa si prova a vedere la morte in faccia ogni giorno? Come ci si sente nel sapere che si sta contribuendo ad alimentare un sistema perverso e crudele? Sono queste alcune tra le domande a cui questa storia e l’autrice ci mettono di fronte. 

Vittima e carnefice

Rosa è una vittima, non è stata lei a cercare questo lavoro, non l’ha voluto, non lo vuole. Tuttavia è forse quella che meglio si è saputa adattare al sistema dentro al quale è intrappolata. Qual è il confine tra vittima e carnefice? Si può superare quella linea? Rosa riesce a combattere la paura di quel lavoro solo grazie alla speranza di rivedere Gregor, ma gli istinti umani sono ambigui e non sempre si riesce a frenarli.

Si può smettere di esistere anche da vivi; Gregor forse era vivo, però non esisteva più, non per me. Il Reich seguitava a combattere, progettava Wunderwaffen, credeva nei mirali, io non ci avevo mai creduto. La guerra continuerà finché Göring non riuscirà a infilarsi i pantaloni di Goebbels, diceva Joseph, la guerra sembrava dover durare in eterno, ma io avevo deciso di non combattere più, mi ammutinavo, non contro le SS, contro la vita. Smettevo di esistere, seduta sul pulmino che mi portava a Krausendorf, la mensa del Regno.

Quando in caserma arriva un nuovo comandante delle SS, Albert Ziegler, qualcosa inizia a cambiare anche in Rosa. Ziegler semina il terrore con i suoi modi violenti e Rosa è dilaniata dal dubbio. Qual è la scelta giusta? Questo libro ci mette continuamente di fronte interrogativi importanti. Può una persona costretta alla collusione col sistema essere considerata davvero una vittima? La ribellione è un’opzione? Quelle donne hanno scelta?

Abbiamo vissuto dodici anni sotto una dittatura, e non ce ne siamo quasi accorti. Che cosa permette agli esseri umani di vivere sotto una dittatura? 

Non c’era alternativa, questo è il nostro alibi. Ero responsabile soltanto del cibo che ingerivo, un gesto innocuo, mangiare: come può essere una colpa? Si vergognavano, le altre, di vendersi per duecento marchi al mese, ottimo salario e vitto senza paragoni? Di credere, come avevo creduto io, che immorale fosse sacrificare la propria vita, se il sacrificio non serviva a nulla? 

Il confine tra le pulsioni dell’istinto e il giusto si fa sempre più labile e il bisogno di umanità sempre più forte in Rosa. La solidarietà che si è creata tra alcune di queste donne non le basta. Il peso della disumanità del suo incarico diventa insopportabile. 

Il potere devi esercitarlo, altrimenti ti fagocita; se poi ha  a che fare con la tua intimità, può rovesciarsi in debolezza. sottomettersi è più facile che soggiogare. 

Una prospettiva diversa

Questa storia ci racconta un lato diverso di quel periodo storico, ci dona una visuale della storia da una prospettiva diversa e, come accennavo poc’anzi, ci costringe a farci molte domande. Qual è davvero il confine tra giusto e sbagliato? Come avremmo reagito noi? Eterni dilemmi che probabilmente mai avranno risposta. La Postorino riesce, tuttavia, con la sua scrittura precisa e sensibile a farci immedesimare in Rosa completamente; con lei viviamo i suoi dubbi, le sue paure, i suoi desideri. Con lei mangiamo ogni giorno, con la bocca dello stomaco che si chiude e gli occhi delle altre che ci scrutano indagatori. Come lei, bramiamo l’accettazione nel gruppo, ma non sappiamo perché, in fondo non è nemmeno un vero gruppo, quelle donne non sono amiche e se si incontrano fuori nemmeno si salutano. 

Spesso condividere un segreto non unisce, separa. Se comune, la colpa è una missione in cui gettarsi a capofitto, tanto poi svapora in fretta. La colpa collettiva è informe, la vergogna è un sentimento individuale. 

La scrittura è scorrevole, la trama è coinvolgente, l’introspezione è dietro l’angolo quasi ad ogni pagina. fatevi catturare da Rosa, dai suoi dubbi e dai suoi istinti, dalle sue paure e dal suo coraggio. Immergetevi in una storia che vi farà riflettere e vi colpirà. Ho veramente apprezzato questa scrittrice e la sensibilità con cui ha trattato un tema tanto delicato. 

 

 

Titolo: le assaggiatrici

Autrice: Rosella Postorino

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 285

Questo libro tratta un tema scottante, in special modo in questo periodo: quello dell’arrivo di migranti sulle coste italiane e del ruolo delle ONG hanno in questo processo. Elena Stancanelli, autrice di svariati romanzi e racconti, e collaboratrice di vari quotidiani tra cui La Repubblica, decide un giorno di imbarcarsi su una di queste navi. Le ragioni sono svariate e diverse, ma, come dice lei stessa all’inizio del libro, la decisione nasce dall’appello di Sandro Veronesi sul Corriere della Sera apparso il 9 luglio 2018 (clicca qui per leggere l’articolo).

Questo libro tratta un tema scottante, in special modo in questo periodo: quello dell’arrivo di migranti sulle coste italiane e del ruolo delle ONG hanno in questo processo. Elena Stancanelli, autrice di svariati romanzi e racconti, e collaboratrice di vari quotidiani tra cui La Repubblica, decide un giorno di imbarcarsi su una di queste navi. Le ragioni sono svariate e diverse, ma, come dice lei stessa all’inizio del libro, la decisione nasce dall’appello di Sandro Veronesi sul Corriere della Sera apparso il 9 luglio 2018 (clicca qui per leggere l’articolo).

Veronesi scrive un appello accorato soprattutto alle persone influenti affinché “ci mettano il corpo”, affinché cioè vadano “laggiù dove lo scempio ha luogo”, proprio lì, sopra le navi delle tanto vituperate ONG. Perché quanto accade nel Mediterraneo gli fa male, e ancor più male gli fa la propaganda che c’è intorno agli arrivi dalle coste libiche, una propaganda che “rovescia la realtà chiamando ‘pacchia’ o ‘crociera’ la tortura cui quegli esseri umani sono esposti”. Questo per Veronesi è inaccettabile, e pensa che, forse, se ci saranno delle persone influenti che ci metteranno il corpo, che andranno laggiù e saranno testimoni di quanto davvero succede, qualcosa possa cambiare.

Parto o non parto?

Veronesi chiama e la Stancanelli risponde, e non è certo l’unica. Decide d’istinto di imbarcarsi, di metterci il corpo, pentendosene tuttavia subito dopo. Perché lei è una che “se ne sta a casa a studiare e scrivere, anziché metterci il corpo”. Perché è inesperta, non è mai stata su una barca prima. E spesso prima e durante quest’avventura si chiederà se ha fatto bene a farlo, si chiederà ‘ma cosa ci faccio io qui?’, sarà attanagliata dalla paura, dalla voglia di girare sui tacchi e tornarsene nel tepore del suo appartamento, dove nulla di male può succedere, coccolata dalla comodità e protetta da quelle quattro mura che rappresentavano, in un certo senso, la sua frontiera.

Eppure parte. Si imbarca, insieme ad altri giornalisti e a giovani volontari, sulla Mare Jonio, un rimorchiatore che è stato attrezzato per il salvataggio dei migranti in mare. Senza mai smettere di sentirsi inadeguata, senza mai smettere di avere paura, senza mai smettere di sperare, fino all’ultimo, che salti tutto, lasciandole solo la bella sensazione di aver provato a salvare il mondo.

“Ho rispetto dell’odio, come di qualsiasi altro sentimento. Odiamo i nemici e qualche volta anche gli amici, gli amanti e soprattutto gli ex amanti. Odiamo chi è diverso da noi, chi è più ricco  persino chi è più povero. Contro chi è più povero, più indifeso, il nostro odio scintilla addirittura. Io odio. Certi giorni con una potenza che mette paura anche a me.”

Quello di cui la Stancanelli vuole parlare in questo libro non è ciò che si nasconde nel cuore degli esseri umani, bensì come la civiltà a cui apparteniamo assolve (o non assolve) il compito di tutelare i diritti di ogni singolo individuo, migranti inclusi.

Cosa c’è da sapere 

Prima di partire con lei in viaggio sul Mediterraneo, la Stancanelli ci ricorda di come il linguaggio della politica sia cambiato con l’avvento di Matteo Salvini. Cinismo e crudeltà del lessico sono diventati la norma, di conseguenza ora nessuno si scandalizza più, e normali sono diventate anche la violenza e l’ignoranza gettate dai social in faccia a chiunque dissenta. La propaganda social fatta nel modo più becero e nella più totale impunità. Matteo Salvini ha fatto dei migranti la sua battaglia principale e ha avviato una vera e propria crociata morale contro le ONG, ree, a suo dire, di traffico di esseri umani.

Anche Amnesty International è intervenuta contro questa “valanga incontenibile di mostruosità” dapprima con un’azione dal titolo ‘La solidarietà non è un reato’, che in seguito è stata inserita all’interno della campagna ‘Spazi di libertà’, e in seguito creando una task force che si occupa di discorsi d’odio.

Non possiamo inoltre imbarcarci senza sapere esattamente com’è la situazione normativa in merito ai salvataggi in mare. Scopriamo quindi cosa è stato stabilito dall’Accordo dell’Unione Europea sull’immigrazione nel giugno del 2018, cosa sono le zone SAR, cosa prevede l’accordo noto come Codice Minniti, in cosa consisteva l’operazione Mare Nostrum, sostituita poi dall’operazione Triton, cosa prevede il diritto del mare, di chi è la giurisdizione dei porti e anche cosa c’è veramente dietro alla guerra alle ONG lanciata da Salvini sotto il “lugubre hashtag” #chiudiamoiporti. Salvini comunica col paese allo stesso modo e con gli stessi toni sia che parli della fetta di pane e Nutella, sia che parli di migranti morti in mare. Ha un modo di comunicare informale, confidenziale addirittura, e sembra così ‘paterno’ che molte persone non si preoccupano di verificare che quello che dice sia vero,  di capirne fino in fondo le implicazioni.

Come si sta veramente su una delle navi delle ONG

 

“Se stai davvero dall’altra parte, non puoi dire aiutiamoli a casa loro. Perché aiutiamoli a casa loro non è la frase giusta da dire mentre anche una sola persona sta affogando in mare. A meno che tu non consideri trascurabile che qualcuno affoghi, anche una sola persona. E allora il tuo ragionamento non è molto diverso da chi dice lasciamoli crepare, così gli altri capiranno”

Insomma, siamo pronti per partire con lei, e con lei viviamo anche l’ansia, la paura, il timore di essere troppo piccola e inadeguata per qualcosa del genere. Con lei viviamo il rapporto con i volontari, che sono “persone speciali, ma tutti un po’ strani. Brillanti, intelligenti e un po’ matti.” E i volontari hanno molto da raccontare, demoliscono stereotipi, forniscono spiegazioni, danno informazioni, senza filtri, come solo le persone che lavorano sul campo e vedono coi loro occhi sanno fare.

Sulla nave scopriamo quali sono le conseguenze della guerra contro le navi delle ONG. Anche se è vero che i porti non sono chiusi (perché i porti semplicemente non possono essere chiusi, se non in situazioni molto particolari di problemi di ordine pubblico), si è comunque creato un sistema di deterrenza. Le navi hanno il diritto di entrare senza dover chiedere il permesso, ma non lo fanno perché hanno paura delle ritorsioni sulle persone.

Il soccorso è qualcosa di molto tecnico, fatto di azioni precise e meccaniche. Non si sceglie chi salvare, si va e basta. Non c’è tempo per altro. E quando le persone salgono sulle navi raccontano, e dai loro racconti raccapriccianti non si torna più indietro.

La Libia e i migranti

Bisogna capire che cos’è davvero la Libia. Lì, le persone non sono solo rinchiuse, trattate come schiavi, picchiate e fatte prostituire. Le donne vengono stuprate più e più volte, spesso abortiscono a causa di continui calci e pugni sulla pancia. Le torture sono inenarrabili, la violenza è inaudita. Gli uomini vengono costretti a combattere contro alti uomini fino a che uno dei due non muore. Cose inimmaginabili.

“Cosa sarà di tutte queste persone? Noi le salviamo, facciamo in modo che non affoghino, ma poi? Come supereranno l’orrore? E come riusciranno a perdonarci quando capiranno che la Libia l’abbiamo inventata noi, finanziata noi per fermare i flussi migratori?”

Non si può smettere di salvare le persone, farlo significherebbe smettere di essere umani, abbiamo il dovere, in quanto esseri umani, di salvare i nostri simili da morte certa. Non possiamo e non dobbiamo farci influenzare da chi ci vuole convincere che lasciar morire i migranti possa essere un deterrente. Lasciar morire delle persone è semplicemente questo: disumano.

“Chi salva la gente che affoga ha ragione, chi pensa che lasciare affogare centinaia, migliaia di uomini, donne e bambini perché questo potrebbe disincentivare altri uomini, donne e bambini dal lasciare la disperazione e partire, sbaglia”

Perché si scagliano contro le ONG?

E non è certamente questa, secondo l’autrice, la ragione per cui il governo contrasta il lavoro delle ONG nel Mediterraneo. La vera ragione per cui lo fa è che questa strage non deve avere testimoni, le ONG non devono vedere e non devono mostrare, perché solo in questo modo nessuno crederà che si stia davvero compiendo una strage.

E nonostante tutti i suoi timori, capisce che non solo lei non è un intralcio (nonostante la sua inesperienza), ma che, al contrario, queste associazioni hanno bisogno di loro, hanno bisogno di visibilità, di qualcuno che veda e racconti ciò che realmente succede. E capisce che ha una missione importante, una missione che tanti altri non hanno avuto il coraggio di intraprendere, soprattutto per la paura di attirare l’odio della rete. La paura più grande dei personaggi famosi italiani riguardo alla questione dei migranti sono gli haters. Mi chiedo, davvero questa può essere una valida ragione per non schierarsi dalla parte della vita? Come può essere che dei fan virtuali siano più importanti di vite reali?

“…i bruti restano sguarniti di fronte a chi si rivolge loro trattandoli da persone perbene. Si sperdono, balbettano, abbassano lo sguardo.”

La legge della vita (migranti o non migranti)

E chi è in mare alla fine non si preoccupa né della politica, né della celebrità, pensa solo a salvare vite umane, perché “il soccorso in mare è soprattutto la possibilità di offrire un posto dove stare, una coperta e u bicchiere d’acqua. Questo è quello che possiamo fare.” E lo fanno anche quando vengono ostacolati, quando vengono depistati con false segnalazioni in modo da farli allontanare, lo fanno anche quando tutto sembra perduto. E lo fanno senza fare distinzioni tra migranti, richiedenti asilo, rifugiati. 

Tutti dovremmo leggere questo libro, ma soprattutto dovrebbe leggerlo chi pensa che le ONG lavorino in combutta con gli scafisti libici, chi prende come oro colato tutto quanto esce dalla bocca senza filtri né remore di certi nostri politici, chi è convinto di sapere tutto sulle persone che scappano dalla Libia, anche se non hanno mai parlato una volta con uno di loro, chi si riempie la bocca di facili e inutili parole su qualcosa di cui sa poco o nulla.

“La cosa più importante che ci insegnano i morti è che siamo tutti uguali”.

 

 

 

Titolo: Venne alla spiaggia un assassino

Autrice: Elena Stancanelli

Casa editrice: La nave di Teseo

Pagine: 200

La saga dei Florio ha dominato la classifiche per buona parte del 2019. Io solitamente evito di leggere i libri appena usciti, specialmente quelli che vanno dritti in cima alle classifiche. Non per un chissà quale senso di rifiuto, né per snobismo, ma piuttosto perché preferisco sempre far decantare un libro, lasciar passare del tempo e aspettare di leggerlo perché lo voglio davvero e non solo perché è primo in classifica e/o lo leggono tutti. I leoni di Sicilia è stato un’eccezione. Mi è capitato in mano e l’ho voluto tenere. Incurante del fatto che avrebbe potuto deludermi. Non l’ha fatto. Ed è per questo che ora sono qui a parlarne. Che la saga dei Florio abbia inizio!

La saga dei Florio ha inizio

La saga dei Florio inizia nel 1799, quando l’ennesimo terremoto convince Paolo Florio che è venuto il momento di andarsene da Bagnara Calabra e di emigrare a Palermo, luogo dove spera di avere una vita migliore. Prende la moglie Giuseppina, il figlio Vincenzo, il fratello Ignazio e la nipote Vittoria e parte. La moglie fa resistenza, non vuole essere sradicata da un luogo che le appartiene come una casa, ma più di tutto non vuole allontanarsi dalla cognata Mattia, sorella di Paolo e Ignazio, che per lei è soprattutto un’amica, un punto di riferimento. Soffre Giuseppina di questa partenza, si dibatte nel vano tentativo di convincere Paolo a restare, ma senza risultato, perché le donne non hanno diritti, appartengono ai mariti e sono i mariti a comandare.

“Noi siamo dei nostri mariti, non abbiamo potere. Fatti forza.”

Ignazio è dolce, mite, generoso e gentile, al contrario di Paolo, che ha un carattere duro, difficile e orgoglioso. Ma è Paolo il marito che la nonna aveva scelto per Giuseppina, non Ignazio e Paolo con la moglie non parla.

E invece dovrebbe farlo, pensa Ignazio. Dovrebbe parlarle. Ascoltarla. Non è questo essere sposati? Portare la fatica dell’esistenza insieme? Non è quello che farebbe lui?”

Ma Paolo non è Ignazio e Giuseppina prova rancore, finanche astio nei confronti di Paolo, non gli perdona di averla portata via dalla Calabria, a volte ha persino paura di lui. E il rancore che prova le rimane attaccato al cuore. Pur nella sua durezza, tuttavia, Paolo ha bisogno di affetto, di un conforto che non trova in quella moglie fredda e corrucciata.

“L’uomo si ferma. Non sa se mettersi a gridare, schiaffeggiarla o uscire di casa sbattendo la porta e trovare la prima che capita per sfogarsi. Perché è di questo che ha bisogno: di un po’ di conforto. Non vuole altro. Le prende il polso, la porta in camera. La spoglia. Lei rimane a occhi chiusi mentre il marito le cerca l’amore dentro e lei glielo deve dare.”

La crescita

Dalla piccola bottega dalla quale hanno cominciato, i Florio passano a una bottega più grande, lavorano bene, iniziano ad arricchirsi e questo non piace per niente ad alcuni dei loro concorrenti, non mancano invidia e gelosia, specialmente da parte dei Canzoneri. E Palermo è una città difficile, diffidente, canzonatoria. Per i Florio è dura, non solo all’inizio, ma anche dopo essersi stabilizzati economicamente.

“A Palermo non basta lavorare e spaccarsi la schiena. Si deve sempre alzare la voce, imporre un potere, vero o presunto, combattere contro chi parla troppo e a sproposito. Conta l’apparenza. La menzogna condivisa, il fondale di cartapesta su cui si muovono tutti in un gioco delle parti. La realtà, la ricchezza vera, non te la perdona nessuno.”

Nonostante le difficoltà, i Florio vanno avanti, grazie al lavoro e alla tenacia di Ignazio, sempre controllato e misurato, mai un gesto o una parola fuori posto, grande lavoratore. Vincenzo, al contrario, ha preso un po’ del carattere duro del padre e, pur essendo un giovane gioviale, ha un lato oscuro che Ignazio vede e teme. Non è una vita facile, quella dei Florio, Ignazio mette famiglia e lavoro dinanzi alla sua felicità, Giuseppina inghiotte orgoglio e lacrime e il rancore la rende cieca, “perché il rancore è un argine di pietra fra la gola e l’anima. È la sua sicurezza, il suo alibi per giustificare l’infelicità.” E di certo questo avrà delle conseguenze anche su Vincenzo.

“Aveva pensato di rendere insopportabile la vita di suo marito, aveva creduto che l’astio che nutriva per i Florio l’avrebbe tenuta separata da loro. E aveva immaginato di avere un alleato in suo figlio. Invece quella sera ha scoperto che il latte materno mischiato all’odio con cui lo ha nutrito è stato veleno. L’odio gli si è incistato dentro.”

Vincenzo

Il tempo passa e Vincenco cresce, insieme alla sua impresa, ma il suo cuore segue il cammino inverso, si restringe, si chiude. È un uomo duro Vincenzo, di pietra a volte, che non mette nulla al di sopra di Casa Florio, nemmeno la famiglia, nemmeno l’amore. Per gli affari è capace di calpestare gli affetti, i sentimenti. E Giulia questo lo sa, lo ha capito, lo ha vissuto sulla sua pelle. È un uomo freddo e calcolatore, a volte impietoso e durissimo. Il suo primo interesse sono i profitti e non si rende nemmeno conto di essere sempre più solo.

Giulia è un personaggio molto difficile per me da valutare. Da un lato mi fa arrabbiare la sua tenacia che sfora a tratti nella testardaggine, il suo accettare tutto dal suo uomo, mandare giù ogni boccone, per quanto amaro, il suo accettare, pur se con difficoltà, anche le mancanze di rispetto. D’altro canto, però, è una donna forte, che sa cosa vuole ed è pronta a lottare per ottenerlo, andando contro tutto e tutti. Una donna che trova la forza di perdonare quando forse nessuno lo avrebbe fatto, di accogliere chi, forse, non meritava perdono, di stare accanto ad una persona anche e soprattutto nei momenti più bui, abbarbicandosi a lui con tenacia anche quando tutti, compreso lui, la respingevano.

Mi dico che non vorrei essere una donna così, non voglio accettare qualunque cosa pur di ottenere ciò che voglio, ma dall’altro canto mi chiedo se io sarei capace di un simile atto di forza quale è il perdono.

Storia d’Italia

Insieme alla saga dei Florio e al loro desiderio di riscatto sociale, viviamo gli sconvolgimenti del Risorgimento italiano, dai moti allo sbarco di Garibaldi in Sicilia, con le conseguenze vive sulla pelle della popolazione. La ricerca storica che senz’altro sta alla base di questo romanzo è un punto a favore di questa scrittrice che narra con uno stile scorrevole e leggero, nel quale le incursioni del dialetto siciliano sono un elemento importante che, senza appesantire la prosa, la arricchiscono. L’autrice intreccia sapientemente le vicende private della famiglia con fatti storici di importanza capitale per l’Italia e lo fa con una leggerezza degna di una grande narratrice.

Non ci sono colpi di scena in questo primo capitolo della saga dei Florio, non c’è suspense e credo questo sia uno dei motivi per cui qualcuno lo ha trovato noioso e/o privo di nervo. Io, al contrario, credo che suspense, tensione e colpi di scena non siano necessari quando si ha una grande storia da raccontare e lo si fa con uno stile solido e scorrevole, con una prosa piacevole, senza essere stucchevole, con dialoghi molto curati e appassionati. Sono sicura che ci appassioneremo a questa autrice, per ora attendiamo il secondo volume della saga!

 

 

Titolo: I Leoni di Sicilia

Autrice: Stefania Auci

Casa editrice: Nord

Pagine: 437

Ed eccoci qua con la lista dei libri migliori del 2019. Il 2019 è finito e, come è tradizione, questo è un periodo di bilanci e propositi. Io non sono mai stata brava con i propositi e, di conseguenza, fatico anche a fare bilanci a fine anno. Mi viene più facile vivere di giorno in giorno, cercando sempre il meglio in me e in quello che la giornata mi offre, facendo del mio meglio per affrontare le difficoltà. Con risultati a volte migliori, a vote peggiori, naturalmente.

Tuttavia, c’è un bilancio che mi piace fare, ed è quello che riguarda le mie letture. Non tanto in quantità, sapete già che sono una lettrice slow e che non mi importa la quantità di libri che leggo, bensì la qualità della lettura. Ciò detto, devo confessare che mi piacerebbe leggere di più (a chi non piacerebbe?), che mano a mano che finisco un libro, mi sembra sempre che quelli che vorrei leggere aumentino costantemente e ho a sensazione di non leggere mai abbastanza. Del resto, l’inquietudine fa parte di me da sempre e ho imparato ad amarla (anche se a volte l’ho odiata) e a conviverci. In fondo, è stata proprio la mia inquietudine a permettermi di vivere le esperienze migliori, più elettrizzanti e più formative della mia vita, perciò posso solo ringraziarla, no?

Il mio anno libroso

Ma torniamo ai libri. L’anno appena trascorso è stato per me un anno di buoni libri (con qualche eccezione) e di grandi conferme e voglio condividere con voi la mia  lista dei migliori libri del 2019. Chi di voi mi conosce lo sa che quasi mai  leggo un libro nello stesso anno della sua uscita, preferisco solitamente farli decantare e approcciarli con un sentimento diverso dall’euforia della novità. Quest’anno ho fatto un’eccezione, ma, tolta questa, troverete in questa lista per lo più libri pubblicati in anni diversi al 2019, ma letti nel 2019, e qualche classico, categoria per la quale nutro un amore spassionato. 

Naturalmente procederò, come è mia abitudine, alla rinfusa. 

 

Aldous Huxley, il mondo nuovo, romanzo distopico

Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo

Che dire de Il mondo nuovo  che non sia già stato detto? Un libro che tutti dovremmo leggere, a partire dai ragazzi a scuola, un romanzo di visionaria crudeltà, pur non avendo al suo interno nessun vero momento di violenza in senso letterale. Un romanzo che parla di manipolazione, controllo del pensiero, bisogno di stabilità e assenza di libertà mascherata attraverso benessere e apparente felicità. Un’opera che, attraverso una lucida analisi del potere del condizionamento, denuncia ferocemente una società votata al consumismo e al materialismo. La penna di Huxley è stata immeritatamente sottovalutata nel mondo della narrativa e merita di essere riportata al valore che ha. 

 

Stefania Auci, I leoni di Sicilia

Eccolo, l’unico libro che ho letto uscito nel 2019. Tante cose ho letto e sentito su questo libro, come quasi sempre accade ai buoni libri. Tante lodi sperticate, tante critiche serrate. Pur rispettando naturalmente i gusti di ciascuno, personalmente dissento da chi considera il libro noioso e non valido, in quanto penso che questo primo libro della saga della famiglia Florio sia scritto bene e narri una storia ricca di tante cose, dai sentimenti alla storia d’Italia, dagli usi e costumi del popolo siciliano, alle grandi imprese di una famiglia. Per questo l’ho inserito tra i migliori libri del 2019 per me. 

È una storia che profuma di spezie e di vino, che passa attraverso le peripezie storiche dell’Italia dell’Ottocento e lo fa attraverso le vicende di una famiglia che emigra povera dalla Calabria e si costruisce un nome e una posizione a Palermo, sotto gli occhi vigili, critici e soprattutto invidiosi dei suoi concorrenti. La storia di quanto sappia abbassarsi l’essere umano spinto da sentimenti bassi e beceri come l’invidia e la gelosia, la storia di come la caparbietà dell’amore sappia vincere anche le malelingue più spietate e possa perdonare anche l’egoismo più grande. La lingua è molto curata e le incursioni del dialetto siciliano, lungi dall’appesantire, arricchiscono invece i dialoghi. Non vediamo l’ora di sapere cosa ne sarà dei Florio!

 

Umberto Eco, Il nome della rosa

Che posso dire di fronte a cotanta abilità stilistica e narrativa, se non inchinarmi dinanzi al maestro? Di Eco si possono dire tante cose, ma di certo non che non sappia scrivere, anzi lo si può forse ‘accusare’ del contrario, di saper scrivere fin troppo bene, di avere uno stile troppo raffinato per certi grezzi nostri palati. Ad ogni modo, questo libro è un capolavoro che non può mancare nelle vostre librerie, un romanzo che non solo tiene incollati alle pagine pur sapendo già come andrà a finire, ma arricchisce anche con molte informazioni e personaggi storici del medioevo. Chi non l’avesse ancora fatto, corra insieme a Guglielmo da Baskerville e ad Adso nella basilica dei misteri!

 

Arthur Schnitzler, Doppio Sogno

Una novella tra le più belle di Schnitzler, scrittore austriaco contemporaneo di Freud e giunto, per vie diverse da quelle dello psicanalista, a conclusioni analoghe. L’inconscio è senz’altro uno dei protagonisti di questa storia, che è un viaggio nella psiche umana. Ambientata in una Vienna borghese, ha come protagonisti un medico borghese e sua moglie, la cui felicità ovattata viene messa in discussione in una notte nella quale mille cose accadono, o forse nessuna. In un continuo salto tra sogno e realtà, tra realtà talmente inverosimili da sembrare sogni, e sogni tanto vividi da sembrare realtà, si svolge il filo di segreti desideri e spazi di tenebra che scoperchiano un mondo irrazionale che i valori della società borghese razionale impongono di soffocare a beneficio della sua rispettabilità. Un viaggio tradotto splendidamente in immagini dal grandissimo e compianto Stanley Kubrik nel suo ultimo capolavoro Eyes Wide Shut. 

Elena Stancanelli, Venne alla spiaggia un assassino

Un libro scorrevolissimo, ma che parla di un fenomeno complesso e controverso. La Stancanelli si è presa la briga di fare quello che tutti quelli che hanno la polemica facile dovrebbero fare: imbarcarsi su una nave di quelle che salvano le persone in mare. Perché tante persone sono dei leoni dietro le loro tastiere, all’interno delle calde mura delle loro case sicure o, peggio ancora, all’interno di un sistema politico che oramai tutto tollera e nulla più censura. Ma cosa farebbero di fronte a quei corpi che stanno annegando, di fronte a quegli occhi che li guardano implorandoli di salvar loro la vita? Con quale sadica indifferenza, con quale cinismo saprebbero voltarsi dall’altra parte, infrangendo non solo tutte le possibili leggi morali, ma anche la ben più pratica legge del mare? Un libro che vuole combattere l’ignoranza che fa capo a tutto l’odio che pervade il nostro tempo. 

Luca Leone, Tre serbi, due musulmani e un lupo

Piacevolissima scoperta per me quella di un Luca Leone romanziere, che non poteva mancare nella lista dei migliori libri del 2019. Dopo la sua vasta produzione di saggi sulla ex Jugoslavia ( e la sua ancor più vasta, per non dire immensa, conoscenza del mondo dei Balcani e delle sue sofferenze) spunta questo piccolo gioiello, scritto a quattro mani con Daniele Zanon con un eccellente risultato. Un romanzo forte, ma allo stesso tempo tenero, spietato, ma allo stesso tempo dolce e caparbio. Questi cinque tredicenni, parola mia, vi entreranno nel cuore. 

La Via di Michael Puett recensione

Michael Puett, La Via

Compendio delle più famose filosofie cinesi che possiamo mettere in pratica nella nostra vita di ogni giorno con evidenti benefici. Tanti maestri passano per queste pagine e fanno sicuramente venir voglia di saperne di più su ciascuno di loro. 

Ma Jian, Pechino è in coma

Pechino passa in una notte dall’euforia delle proteste all’angoscia della repressione armata. Piazza Tienanmen, giugno 1989: una delle più sanguinose repressioni degli ultimi decenni, l’esercito che spara su manifestanti pacifici, carri armati che invadono la piazza incuranti delle persone. La storia delle proteste raccontata dal letto divenuto quasi tomba di uno studente finito in coma a seguito di una pallottola durante la terribile notte tra il 3 e il 4 giugno 1989. Un racconto stupendo e terribile di un popolo che ancor oggi non smette di usare la violenza per soffocare aneliti di libertà.