Scritto nel 1818, Frankenstein  è ormai entrato nell’immaginario di tutti noi, soprattutto per i film che ne sono stati tratti. A conti fatti, si tratta della narrazione del mito della creazione, un’esplorazione dolorosa e partecipata della diversità e del delirio di onnipotenza. Si realizza il sogno faustiano di sostituirsi al creatore, ma quali saranno le conseguenze?

La trama

Victor Frankenstein è un giovane scienziato svizzero, che studia filosofia naturale (natural philosophy, che era all’epoca il termine con cui si indicavano le scienze) ed è “consumato dal desiderio di scoprire il segreto della vita”. Durante i suoi studi incontra insegnanti che, inconsapevolmente, alimentano il suo desiderio che sfocerà in un progetto mostruoso: dare vita a una creatura usando parti di cadaveri. Quello che Frankenstein non aveva tuttavia considerato è cosa avrebbe fatto se ci fosse riuscito e questo avrà conseguenze funeste. 

Lo scienziato infonde la scintilla vitale nella creatura (che per tutto il romanzo non riceverà mai un nome, verrà indicata sempre come “la Creatura”), ma il suo aspetto mostruoso terrorizza il suo stesso creatore, che la rifiuta. In principio, la creatura è la quintessenza della gentilezza, ma dopo essere stata respinta da tutti, e per primo dal suo stesso creatore, da suo “padre”, la sua natura subisce una totale trasformazione, facendolo diventare una macchina di morte. Tutte le sue azioni sono una conseguenza dell’isolamento a cui il “mostro” è costretto, del suo bisogno di affetto. 

Frankenstein e i suoi cari subiranno le conseguenze della scelta sciagurata dello scienziato di fuggire dinanzi alla sua stessa creatura, del rifiuto di riconoscerne la paternità. La creatura farà del ritrovare il suo creatore il suo unico obiettivo, sottoponendolo a pressioni e ricatti pesantissimi. 

La leggenda di Frankenstein

Si narra che questo romanzo sia nato in una notte, in seguito ad una proposta di Byron, durante un soggiorno estivo con Percy B. e Mary Shelly e Polidori. Durante una delle tante serate piovose in cui gli amici si riunivano a leggere, Byron propone una gara: ciascuno di loro avrebbe dovuto scrivere una storia dell’orrore, la migliore avrebbe vinto. Da questa gara nascono le idee per “Il vampiro” di Polidori, l’ “Augustus Darvell” di Byron e il “Frankenstein” di Mary Shelley. 

Il romanzo, pubblicato inizialmente in forma anonima, fu un successo editoriale ed è letto e apprezzato ancora oggi. È eversivo e perturbante ed è narrato da tre diverse voci narranti, in un intreccio a incastro. Tutto il racconto ha come destinatario la sorella del capitano Walton, che incontrerà Frankenstein nell’estremo nord. Le lettere che il capitano manda alla sorella formano una sorta di cornice al racconto che vedrà alternarsi la voce di Frankenstein e quella della creatura. Questo consente di avere diversi punti di vista e diventa fondamentale per la comprensione della parte psicologica e di sviluppo dei personaggi. 

Peccato d’orgoglio

Victor Frankenstein commette un peccato d’orgoglio, mosso da una libido sciendi, da un amore per la scienza che diventa un’ossessione. Desiderando creare la vita dalla morte, è come se Frankenstein si volesse mettere al posto di Dio, sovvertendo in questo modo l’ordine naturale e infrangendo allo stesso tempo anche il codice etico, cosa che avrà conseguenze disastrose e per la quale pagherà un prezzo altissimo. 

Quando si rende conto di ciò che ha fatto, Frankenstein non riuscirà a sopportarne le conseguenze e la creatura diventerà, dopo il rifiuto del suo creatore, un vero e proprio mostro. Anche la creatura commetterà un piccolo peccato d’orgoglio, di gran lunga meno grave di quello del suo creatore. Mosso da una medesima libido sciendi, arriverà ad una conoscenza dell’uomo, della storia e della lingua parlata dall’uomo. Dall’acculturazione, tuttavia, deriva una maggior consapevolezza della sua diversità, del suo stato di mostro, della sua incompatibilità con la società umana. Il mostro cerca dunque vendetta, ma lo fa perché la sua condizione di isolamento forzato lo riempie di un odio e di una rabbia incontrollabili. 

L’autrice e la sua creatura

C’è un nesso tra la creazione di Frankenstein e la vita della sua autrice, segnata da aborti, sensi di colpa, lutti e solitudine. La Shelley si identifica sia come Frankenstein (per il suo amore per la scienza), che come la creatura, il mostro (per l’abbandono da parte del padre, il senso di colpa, il rifiuto inconscio di essere madre). 

Il romanzo potrebbe, per certi versi, anche leggersi un po’ come romanzo autobiografico, oltre che come precursore della science fiction. La Shelly conosceva bene la morte, aveva perso un bambino e c’erano stati due suicidi nella sua famiglia; era devastata dal senso di colpa che provava per aver ucciso la madre (morta poco dopo averla data alla luce) e crede di aver perso il bambino perché non può essere madre, avendo ucciso la sua. 

La Shelley riesce a dare uno sviluppo psicologico notevole ai suoi personaggi, regalandoci un romanzo che dopo due secoli è ancora attuale per tutti i temi che affronta: quello della nascita, della creazione, del rifiuto, dell’importanza del gruppo, della diversità, del narcisismo, del sentimento di onnipotenza. 

Penso che questo libro faccia parte dei must read, perché, anche se pensiamo di sapere già tutto su Frankenstein, questo romanzo riuscirà a stupirci a dirci qualcosa che non sapevamo e a darci molto in termini di emozioni. 

Non perdetevelo e, dopo averlo letto, guardate Frankenstein Junior, ne apprezzerete ancor di più la genialità dopo aver letto il romanzo. 

Buona lettura!

 

 

Titolo: Frankenstein

Autrice: Mary Shelley

Traduzione: Luca Lamberti

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 250

Mi ero fatta un punto quando ho aperto questo blog, di non parlare e scrivere di libri che non mi sono piaciuti, ma solo di quelli che ho amato o che, in qualche modo, mi hanno lasciato qualcosa. Poiché ogni regola ha la sua eccezione, altrimenti non sarebbe più tale, oggi ho deciso di parlarvi di Cambiare l’acqua ai fiori. È un libro che ha riscosso un grande successo di pubblico, ma che non ha incontrato il mio gusto e qui vi racconterò perché.

La bellezza non basta

Inizio dicendo che ci sono cose belle in questo libro, altrimenti non sarei qui a parlarne, ma purtroppo ci sono cose che non me lo hanno fatto apprezzare a sufficienza. In questo romanzo si percepisce bellezza, una bellezza delicata e sensibile, che è la bellezza della natura, di una casa profumata, dei fiori, delle persone belle, dei rapporti umani. Una bellezza che fa sorridere e fa venir voglia di partire. 

Purtroppo però la bellezza da sola non basta, almeno non per me, almeno non in questo libro.

Iniziamo con i  continui cambi temporali. Io sono un’amante del flashback e del flashforward, se dosati sapientemente, ma non amo assolutamente che si salti da un tempo all’altro in ogni capitolo, perché mi crea confusione e mi dà l’idea che la storia arranchi. Avrei preferito che l’autrice avesse scelto un racconto cronologico con dei flashback messi ad arte per attirare ancor di più il lettore.

Violette, ma che mi combini?

L’idea della storia è bella, Violette fa la guardiana di un cimitero in un piccolo paesino della Borgogna, un mestiere che pochi amerebbero, ma che lei ama e da cui sa trarre il meglio. Tutto ruota attorno alla sua storia personale e agli incontri che fa al cimitero e che possono cambiarle la vita. Mi piaceva l’idea di un libro ambientato in un cimitero, è una cosa un po’ fuori dall’ordinario. E mi piace che Violette abbia una grande passione per l’orto e i fiori, che la natura e la terra le diamo un’energia che niente altro riesce a darle, specialmente nel momento più difficile della sua vita. È la stessa cosa che provo io quando scendo nel mio orto, magia pura!

Tuttavia, il modo in cui questa storia è scritta non mi è piaciuto molto, lo stile non mi ha catturata e inoltre Violette, vogliamo parlare di lei? In alcuni casi l’ho amata, la sua pazienza, la sua indulgenza, l’amore per le piante, la sua calma e la sua determinazione. A volte, invece, l’avrei presa a sberle: rassegnata, inerte, in passiva accettazione delle cose, non lotta per ciò che vuole, non crede di meritare di essere felice.

Io sono stata un ponte, un passaggio fra loro. Julien doveva passare attraverso me per capire che non poteva perdere la madre di suo figlio. Ma grazie a Julien so che sono ancora in grado di fare l’amore, che posso essere desiderata. È già qualcosa.

Ma come? E ti arrendi così, senza far nulla? è questo che non mi piace di lei, tranne in pochissimi casi lei lascia che le cose le accadano addosso senza fare nulla o quasi per modificarle. È convinta di non meritare di essere felice e se avrei potuto accettare questo all’inizio del libro (in fondo Violette è un’orfana che nessuno voleva e che passava da una famiglia affidataria a un’altra), mi sarei aspettata una crescita del personaggio, tanto più che ha incontrato un personaggio fantastico come Sasha!

Meno male che c’è Sasha

Ho adorato Sasha, in un momento in cui avevo deciso di lasciare il libro è comparso lui e mi ha convinta a restare, in questo devo dare atto a Valerie Perrin che è stata brava, ha messo il personaggio giusto al momento giusto e ha messo il colpo di scena al momento giusto di modo che alla fine ho letto tutto il libro. Chapeau per questo, perché normalmente non finisco un libro che non mi piace, ma questo ha qualcosa che mi ha intrigato. Peccato per lo stile e la scelta di tecniche narrative che non ho apprezzato.

Ad ogni modo penso che sia un libro che ognuno deve leggere per farsi una propria idea, so che questa mia recensione mi attirerà le ire funeste di molti che hanno adorato questo libro, ma sapete se mi seguite che io dico sempre quello che penso sui libri che leggo, e non potevo mentire su questo solo perché è stato un caso editoriale e piace a tantissimi di voi. Accetto le vostre opinioni se avrete voglia di condividerle con me, magari mi farete cambiare idea! Come diceva Bertrand Russel “Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi” e io sono pronta a  non essere sicurissima! 

 

Titolo: Cambiare l’acqua ai fiori

Titolo originale: Changer l’eau des fleurs

Autrice: Valérie Perrin

Traduzione: Alberto Bracci Testasecca

Casa editrice: e/o

Pagine: 476

Titolo: Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde

Titolo originale: The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde

Autore: Robert Louis Stevenson

Traduzione: Luciana Piré

Casa Editrice: Giunti editore

Pagine: 144

Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson è certamente il romanzo per eccellenza del doppio psicologico, la storia di Doppelgänger (dualità della natura umana) più nota e famosa. La trama di questo romanzo è talmente nota che sono sicura che anche chi non l’ha letto la conosce, perciò non temo troppo gli spoiler. Prometto, tuttavia, che anche se ci fosse ancora qualcuno che non l’avesse letto (rimediate subito, correte a leggerlo!), sarò clemente e non vi rovinerò il libro. 

 

Che succede al Dottor Jekyll?

Siamo in una Londra cupa e misteriosa, Mr. Utterson, stimato avvocato appartenente all’alta borghesia londinese, è preoccupato per l’amico Dr. Jekyll, le cui frequentazioni paiono essere, di recente, poco raccomandabili. Il Dottor Jekyll, anch’egli facente parte dell’alta borghesia londinese, ne incarna tutte le qualità e le virtù. È un uomo magnanimo, un filantropo, un positivista, non accetta nulla che non sia corroborato dai fatti (e in questo mi ricorda molto Tempi Difficili di Charles Dickens), ha un’educazione ineccepibile, insomma, è un perfetto membro della società vittoriana. Pare dunque molto strano all’amico Utterson il comportamento degli ultimi giorni.

Jekyll si è fatto più cupo e silenzioso, quasi depresso, non invita più gli amici come un tempo, non si fa più vedere come prima. Tutto questo è iniziato con la strana frequentazione con quello che lui sostiene essere un nuovo amico, un tal Mr. Hyde. Chi ha avuto modo di vedere (o intravedere) Hyde, non riesce a descriverlo se non attraverso le impressioni che suscita. Hyde è un omofono di “hide” che in inglese significa nascondere, nascondersi e infatti Mr. Hyde deve rimanere nascosto, perché incarna il male (“pure evil”, il male assoluto), un istinto malvagio privo di ogni remora.

“L’altro me stesso”

Ma Hyde non è banalmente l’opposto di Jekyll, è una parte di lui, incarna le sue pulsioni represse, quelle che non mostra, che non può mostrare perché non si addicono ad una persona come lui, ma che esistono in lui e spingono sempre più per uscire. Essere Hyde per lui significa finalmente dare spazio alla trasgressione sociale, mentre rimanendo Jekyll sente sempre meno soddisfazione, sempre meno appagamento. Diventare Hyde gli provoca senso di colpa, vergogna, repulsione, ma prova anche una grande gioia, quella gioia data dall’essersi lasciato alle spalle la gabbia della religiosità. Si sente libero, felice alleggerito dal fardello della coscienza. Quando Hyde non c’è gli manca e questo lo rende depresso e sconsolato.

Tuttavia, l’altro se stesso, inizialmente piccolo e tarchiato, mano a mano cresce e rischia di prevaricare. Le trasformazioni sono sempre più involontarie. L’ultima trasformazione è per lui un disperato tentativo di liberazione.

Due facce della stessa medaglia

Jekyll appare a un tempo vittima e carnefice, buono e cattivo, ragione e istinto. Due facce della stessa medaglia, due lati dello stesso cubo, due volti della stessa anima.

Le due parti che si agitavano in me erano di una estrema serietà: ero parimenti me stesso sia quando, evitando ogni misura, sprofondavo nella vergogna, sia quando, alla luce del giorno, mi impegnavo nel progresso della scienza e nell’alleviare le sofferenze del mio prossimo.

Accanto al tema dell’identità sdoppiata e della prigionia, anche quello del progresso della scienza è cruciale nel romanzo di Stevenson, il quale cerca di collegare le aspirazioni sociali e morali con quelle scientifiche. Come accade, però, anche in Frankenstein, l’anelito verso la scienza finisce per portare a compimento un piano diabolico. In Frankenstein è un eccesso di hybris (quella tracotanza che porta a sopravvalutare le proprie forze) a portare lo scienziato a fare quello che ha fatto, in Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde è un eccessivo anelito al bene e all’irreprensibilità morale a portare Jekyll a servirsi della scienza. In entrambi i casi l’effetto sarà disastroso.

Furono la mia stessa persona e l’ascoltare la mia parte morale che mi insegnarono a riconoscere la precisa, primitiva dualità dell’uomo. Ho visto che il conflitto delle due nature nell’ambito della mia coscienza, anche se io potevo giustamente dire di essere o l’una o l’altra, aveva luogo perché, nel profondo, io ero entrambe.

La dualità dell’animo umano

La grande forza di questo libro sta proprio nel suo messaggio, che Stevenson convoglia con uno stile chiaro e asciutto, ed è così bravo che ci sono scene che anche a leggere questo libro nel ventesimo secolo si rischia di saltare sulla sedia (ad esempio quella dell’irruzione di Utterson nel laboratorio di Jekyll). Il messaggio (che da allora è stato ripreso da più parti) è che l’animo umano è duale, è un mix di buono e cattivo, di bello e brutto, di bene e male; separare le due parti è pressoché impossibile. È importante accettare questa dualità e nutrire la parte di noi che riteniamo la migliore, senza tuttavia dimenticare che esiste l’altra. 

Considero Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde come un must read, un classico da leggere assolutamente, quindi fatevi un grande regalo: leggetelo! 

La ragazza col turbante è un famosissimo quadro di Johannes Vermeer, pittore olandese vissuto nel diciassettesimo secolo dal quale prende spunto il romanzo La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier. Della vita di questo pittore si sa molto poco, cosa che rende questa storia ancora più affascinante. Non si sa chi fosse la ragazza che posò per Vermeer per questo quadro e la Chevalier ci regala una storia delicata e intrigante che ha per tema non solo l’amore, ma anche l’arte e la storia.

La trama

Griet ha solo sedici anni quando inizia a lavorare come serva nella casa del pittore Vermeer e della sua famiglia a Delft. La famiglia di Griet è povera da quando il padre ha perso il lavoro a causa di un incidente. Il padre faceva il decoratore di piastrelle finché un’esplosione del forno lo privò della vista e, di conseguenza, del lavoro. Lei è dunque costretta ad andare a servizio, anche se preferirebbe rimanere con la famiglia. Tra i suoi compiti c’è anche quello di pulire l’atelier del pittore avendo cura di non spostare nulla per non scatenare le ire dell’artista.

Griet è catturata dalla bellezza dei quadri di Vermeer, starebbe ore ad ammirarli.

Contemplai il dipinto ancora una volta, ma nel fissarlo così intensamente mi sembrò che qualcosa mi sfuggisse. Come quando si fissa una stella nel cielo notturno: se la guardi direttamente quasi non la vedi, mentre se la cogli con la coda dell’occhio appare molto più luminosa.

Poco alla volta, Griet si conquista la fiducia del pittore e ne diventa (segretamente bisogna dirlo!), l’assistente. Nulla le dava più gioia che aiutarlo a creare i colori, quegli stessi colori che sarebbero diventati splendidi quadri.

«Non è il quadro che è cattolico o protestante», spiegò, «ma chi lo guarda, e quello che si aspetta di vedere. Un quadro in una chiesa è come una candela in una stanza buia: serve a vedere meglio. È il ponte tra noi e Dio. Ma non è una candela protestante o cattolica. È una candela e basta».

Le difficoltà di Griet

Catharina, la moglie di Vermeer, non la sopporta e chissà cosa potrebbe succedere se, disgraziatamente, scoprisse che lei lo aiuta, che passa così tanto tempo in quel luogo a lei interdetto. Anche Tanneke, la fedele cameriera e cuoca della casa, non l’ha presa in simpatia, per non parlare di Cornelia, una delle innumerevoli figlie della coppia, che non perde occasione per fare a Griet dispetti e cattiverie. Per fortuna Maria Thins, madre di Catharina e vera signora della casa, è dalla sua parte e sarà lei ad aiutarla in più di un’occasione. Del resto, è lei che tiene le redini della casa ed è sufficientemente astuta da capire che da quando c’è Griet lui lavora più velocemente.

Tuttavia nulla potrà mai cambiare il fatto che Griet è solo una serva e nessuno accorrerà in sua difesa quando accadrà l’irreparabile. Griet potrà prendere una sola, definitiva decisione.

Mi sentivo anche in un certo senso delusa, sebbene non mi piacesse  soffermarmi su questo, perché avrei voluto che lui stesso parlasse a Catharina dell’aiuto che gli davo, dimostrando di non aver timore di dirglielo, ma anzi di darmi il suo appoggio.

Questo era quello che desideravo.

La ragazza con l’orecchino di perla

Il quadro di Vermeer aveva creato un certo scandalo all’epoca, soprattutto per due ragioni: la ragazza aveva posato con le labbra socchiuse e la seconda perché una ragazza povera, come doveva sicuramente essere lei, non avrebbe potuto e di conseguenza dovuto, indossare le perle.

«Bagnati le labbra, Griet».

Mi bagnai le labbra.

«Tieni la bocca un po’ aperta».

Rimasi talmente stupita da questo ordine che la bocca mi si aprì senza che lo volessi. Mi rimangiai le lacrime. Le donne virtuose non si fanno vedere con la bocca aperta, nei quadri.»

L’autrice ha sicuramente fatto un gran lavoro storico e ci regala una storia bella, scritta con una delicatezza che rende la mancanza di colpi di scena una non mancanza. Perché no, non ci sono colpi di scena in questo libro, perché non servono, la storia va avanti lentamente (si potrebbe dire), ma la delicatezza con cui vengono raccontati gli eventi è talmente bella e piena che non c’è bisogno di suspense o colpi di scena. Può sembrare che non accada nulla e invece accade tutto, soprattutto in termini di crescita dei personaggi, di arte, di storia. 

Vi consiglio, se non l’avete fatto, la lettura di questa bellissima storia!

 

Titolo: La ragazza con l’orecchino di perla

Titolo originale: Girl with a Pearl Earring

Autrice: Tracy Chevalier

Traduzione: Luciana Pugliese

Casa editrice: Neri Pozza

Pagine: 237

Chi non conosce Assassinio sull’Orient-Express? Questo romanzo di Agathe Christie è così famoso e conosciuto che recensirlo crea inevitabilmente un certo timore referenziale, o quanto meno è così per me. Ad ogni modo, io considero questo romanzo uno dei capolavori della Christie, insieme a Dieci Piccoli Indiani (clicca qui per leggere la recensione). Sono i due romanzi dove, a mio parere, più si vede la genialità di questa autrice e la magistralità della sua scrittura. 

Trama

La trama di Assassinio sull’Orient-Express è nota ed evoca da sempre immagini suggestive. Il libro inizia in Siria, ad Aleppo, dove il nostro celeberrimo Hercule Poirot si accinge a salire sul Taurus Express diretto a Istanbul. Solo due passeggeri viaggiano insieme a lui: Mary Debenham un’istitutrice inglese proveniente da Baghdad e il colonnello Arbuthnot, anch’egli inglese. Entrambi sono diretti in Inghilterra e prenderanno poi l’Orient-Express a Istanbul. Poirot, invece, ha deciso di fermarsi qualche giorno a Istanbul per visitare la famosa città. Tuttavia, poco dopo il suo arrivo in hotel, un telegramma lo richiamerà immediatamente in Inghilterra per affari urgenti. A malincuore deve desistere dai suoi propositi e prenderà anche lui l’Orient-Express delle nove. Il treno è stranamente pieno per questo periodo dell’anno.

È solo grazie all’amico Bouc, membro del consiglio di amministrazione della compagnia internazionale dei wagon-lits, che Poirot riuscirà a trovare posto nel treno, occupando l’unico posto libero nel vagone di prima classe Istanbul-Trieste-Calais. Insieme a lui nel vagone 

Persone di diverse classi sociali, diverse nazionalità e diversa condizione, che per tre giorni, estranee tra loro devono stare raggruppate insieme. Mangiare e dormire sotto lo stesso tetto, per così dire, senza potersi allontanare troppo l’una dall’altra. E dopo tre giorni si separeranno, ognuno andrà per la sua strada e non si rivedranno più, probabilmente. 

Quando il treno arriva a Belgrado è notte e la quantità di neve caduta è così costringe il convoglio ad un lungo stop. Al mattino, al momento della colazione, la macabra scoperta: Mr. Ratchett, che occupava lo scompartimento accanto a quello di Poirot è stato ucciso in maniera misteriosa. Hercule Poirot viene chiamato ad indagare e farà, come sempre, sfoggio del suo acume e del suo incredibile fiuto. 

Il genio creativo

Indizi rivelatori, risvolti inaspettati, tredici sospettati e un fiuto formidabile condiscono questo romanzo scritto nel 1933. 

Che dire di Agatha Christie che non sia già stato detto e ridetto, scritto e riscritto? Assassinio sull’Orient-Express è uno dei suoi romanzi più famosi, è acuto e disorientante. Come in Dieci Piccoli Indiani, il finale è inaspettato e spiazzante. Non si può non apprezzare, ancora una volta, la genialità della Christie, che riesce a non farci capire fino in fondo cosa succede e come il garbuglio si risolverà. Si dice che l’autrice abbia scritto questo libro in una stanza del Pera Palas Hotel di Istanbul, che ospitava passeggeri dell’Orient-Express. La scrittura è come sempre diretta e scorrevole, è una scrittura all’apparenza semplice, adatta a tutti, ma la verità è che la Christie era una penna geniale, capace degli inganni più sublimi ai danni del lettore. Semina indizi qua e là come briciole di Pollicino, ma raramente riusciamo a scoprire la verità. La sua è una scrittura magistrale, punto. E dico questo senza tema di smentita. 

Come in tutti i suoi libri, anche in Assassinio sull’Orient-Express non mancano le descrizioni accurate, un’ambientazione verosimile e dei personaggi molto ben caratterizzati. Il suo stile è curato ed elegante, ma la gran dama è, qui come negli altri suoi romanzi, la trama, sempre ben costruita, costellata di incastri, deduzioni, suspense, intuizioni che invogliano sempre il lettore a provare a trovare il colpevole prima della fine. Raramente, tuttavia, ci si riesce. 

Sono passati tanti anni dalla stesura di Assassinio sull’Oriet-Express, ma i romanzi della Christie sono libri senza tempo, che tutti dovrebbero leggere. Oltre ad Assassinio sull’Orient-Express e Dieci Piccoli Indiani, consiglio anche Poirot sul Nilo

«Dimostri che l’impossibile può essere possibile!»

«Bella frase, questa, caro Bouc!» approvò Poirot. «L’impossibile non può essere accaduto; quindi l’impossibile deve essere possibile, nonostante le apparenze.»

 

Titolo: Assassinio sull’Orient-Express

Titolo originale: Murder on the Orient-Express

Autrice: Agatha Christie

Traduzione: Lidia Zago

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 216

Oggi ho il piacere di ospitare nel mio blog una persona che stimo molto e che ci regala qualche utile consiglio per gestire il panico da lezioni e compiti di matematica ai tempi del Coronavirus. Marcello è l’insegnante che tutti dovrebbero avere, penso che ci sarebbero molte meno insufficienze in matematica se più insegnanti fossero come lui! Ecco i suoi consigli.

Mi sono permesso di parafrasare, attualizzandolo ed adattandolo ai giorni nostri, il titolo di un romanzo di Gabriel García Márquez (L’amore ai tempi del colera, clicca qui per la recensione): mi è sembrato un bell’ omaggio letterario al blog che mi ospita oggi. Ovviamente non mi considero neanche lontanamente paragonabile al Nobel per la letteratura, ma vorrei ugualmente provare a darvi qualche consiglio, specialmente a chi di voi sta cercando di sopravvivere in questo periodo di didattica online

Stiamo sicuramente vivendo un periodo storico particolare, oggi non ce ne rendiamo conto, ma presto capiremo che rimarremo nella storia, tra qualche anno verremo citati nei libri di storia come “quelli vissuti negli anni del Coronavirus”, così come successe, esattamente un secolo fa, alle persone vissute durante l’influenza spagnola

Internet e la matematica ai tempi del Coronavirus

C’è, però, una grossa differenza tra noi ed i nostri alter ego di un secolo fa: INTERNET.

Ed è proprio grazie ad internet e al web che oggi si riesce a fare didattica online; anche se credo che sia stato un passaggio un po’ troppo repentino, non abbiamo avuto modo di abituarci a questa nuova didattica e così molti ragazzi (e anche molti docenti) trovano diverse difficoltà nello studio (o nell’insegnamento), purtroppo specie in materie scientifiche ed in particolare in matematica

La matematica, si sa, è da sempre la bestia nera di tanti studenti.

Io per lavoro gestisco due centri studio ed insegno proprio materie scientifiche ed indovinate un po’? La materia che crea più problemi è proprio la matematica !!! Molti pensano che bisogna essere portati per capirla, che se non si è predisposti è impossibile capire la matematica e tutto questo si è amplificato in queste settimane di didattica a distanza. I ragazzi sono ancora più demoralizzati da questa materia, ma niente paura! ecco a voi qualche utile consiglio per affrontare al meglio questa materia.

1. Il risultato non è l’unica cosa che conta

Spesso mi sento dire dai miei studenti frasi come: 

Il prof ci ha assegnato da studiare queste pagine e ci ha assegnato questi esercizi, ma io non ci capisco niente!!!

Oppure:

La prof mi ha assegnato un pagina di esercizi da consegnare domani, ma non me ne viene neanche uno!!!

Ed ecco il mio primo consiglio: non è detto che se non vi trovate con il risultato del libro, avete sbagliato l’esercizio e non avete capito niente dell’argomento. Io dico sempre ai miei alunni che non è importante il risultato, ma il procedimento; magari avete solo sbagliato un calcolo, un segno, magari solo non avete riportato un termine nell’ultimo passaggio che vi ha sballato il risultato… ma questo non significa che non avete fatto bene l’esercizio, quindi come dico sempre io: STATE CALMI, non giungete subito alla conclusione che non avete capito niente, rivedete i passaggi e, se necessario, rifate l’esercizio a distanza di un po’ di tempo su un altro foglio. In questo modo è altamente improbabile ripetere lo stesso errore.

2. Non scoraggiarsi di fronte a un argomento nuovo

In questo periodo in cui non si è in classe, affrontare un argomento nuovo, specialmente in matematica, può essere scoraggiante. Tuttavia è importante non partire subito col piede sbagliato, non pensate subito che, poiché avete sempre avuto insufficienze in matematica, sicuramente non capirete nulla del nuovo argomento. 

Provate a vederla come una sfida stimolante, innanzitutto cominciate con il vostro libro di testo e se non dovesse bastare vedete se trovate in casa altri libri che riportino quell’argomento. Potete chiedere aiuto a qualche compagno di classe, magari potete fare un “gruppo di studio online”, così da potervi confrontare l’un l’altro e insieme riuscire ad apprendere al meglio l’argomento. Se ancora non riuscite, non abbiate paura di chiedere un aiuto esterno, ci sono molti centri che offrono lezioni e consulenze online che possono aiutarvi a districarvi. 

3. I professori sono vostri alleati

In questo periodo di clausura, i vostri professori sono i vostri migliori alleati. Fate domande ai vostri insegnanti: aiutateli ad aiutarvi. Come dicevo all’inizio, anche loro magari trovano delle difficoltà con questa nuova didattica e solo sottoponendo loro i vostri dubbi ed i vostri problemi potrete risolverli insieme. 

4. Un piccolo aiutino 

Come ultimo consiglio di oggi vorrei lasciarvi il link a due siti che potrebbero aiutarvi e che troverete sicuramente interessanti.

Il primo sito che vi consiglio è: https://www.youmath.it/

Io lo reputo  un ottimo sito per le spiegazioni su ogni singolo argomento, con buoni esempi e anche degli esercizi per ogni argomento e divisi per difficoltà.

L’altro sito che vi consiglio è: https://www.matematicamente.it/

Questo secondo sito secondo me è ottimo in particolare per scaricare gratuitamente dei libri di matematica e fisica in pdf, ma soprattutto è fantastico per i ragazzi che devono affrontare l’esame di maturità, in quanto qui potete trovare tutte le prove di matematica dagli anni 60 (mi pare) in poi. 

La matematica è una pianta

Per concludere vi ricordo che come ogni altra forma d’amore, anche quello per la matematica e a maggior ragione la matematica stessa è come un fiore, come una pianta: ha bisogno di essere curata giorno per giorno ed ha bisogno di tante attenzioni quotidiane. So che molti di voi non amano la matematica (ahimè!), ma è comunque importante dedicarle un pochino di tempo ogni giorno, in questo modo non sarà più una montagna insormontabile, ma solo una piccola salita!