Leggere i classici non  sempre facile, i grandi autori del passato a volte possono risultare difficili da comprendere e a volte persino noiosi. I tempi nei quali vivevamo e dei quali scrivevano e il modo di scrivere ci possono a volte apparire noiosi e lenti. Tuttavia, un classico è un libro che ha sempre qualcosa da insegnare, non a caso è entrato nella definizione di classico. Quella che mi piace di più è quella di Calvino: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”, esprime esattamente ciò che penso io dei classici. Vale la pena, a volte, metterci un po’ più tempo, ma leggere un libro che ha tanto da dare!

E quindi ecco qui una mia piccola lista di classici da leggere.

L’idiota – Fëdor Dostoevskij

 

Titolo: L’idiota

Titolo originale: Идиот

Autore: Fëdor Dostoevskij

Traduzione: Laura Salmon

Casa editrice: BUR

Pagine: 800

Premetto che trovo sempre difficile apprezzare l’incipit e in generale le scene iniziali di un romanzo. Di norma mi costringo ad andare avanti perché non mi catturano quasi mai. Quello de L’idiota è, invece, mi è piaciuto moltissimo. Non è incisivo come ad esempio quello di Orgoglio e Pregiudizio  o come quello di Anna Karenina, ma descrive una scena affascinante e insieme intrigante che a me ha fatto certamente venir voglia di continuare questo romanzo, cosa di cui mi sono tutt’altro che pentita.

 

Un treno compare nella nebbia…

Alla fine di novembre, durante il disgelo, il treno della linea ferroviaria Pietroburgo-Varsavia si andava avvicinando a tutta velocità, verso le nove del mattino, a Pietroburgo. L’umidità e la nebbia erano tali che s’era fatto giorno a fatica; dai finestrini del vagone era difficile distinguere alcunché a dieci passi a destra e a sinistra. Fra i passeggeri c’era anche chi tornava dall’estero, ma erano affollati soprattutto gli scompartimenti di terza classe, pieni di piccoli uomini d’affari che non venivano da troppo lontano. Tutti, com’è logico, erano stanchi, gli occhi appesantiti per la nottata trascorsa, tutti infreddoliti, i visi pallidi, giallastri, color della nebbia.

Su un treno che appare nella nebbia di novembre si incontrano due personaggi davvero singolari: il principe Lev Nikolàevič Myškin e Parfën Rogòžin, l’uno dotato di una bellezza eterea, biondo, dalla pelle chiarissima e dai modi gentili, l’altro scuro, dagli occhi e dai capelli nerissimi e modi rudi e maleducati. I due sono destinati a incontrarsi durante tutto il romanzo, diventando quasi l’uno l’alter ego dell’altro due facce di una stessa medaglia, in un rapporto di amore e odio che percorrerà tutta la vicenda. Ambientato nella Russia del XIX secolo, il romanzo si pone come obiettivo quello di raccontare di “un uomo totalmente bello”, come lo stesso autore dirà.

La mano abile e talentuosa di Dostoevskij ci conduce attraverso un labirinto di amori, emozioni, intrighi di un mondo corrotto e malato che la bellezza dell’anima, la purezza dei sentimenti e la bontà innocente di Myškin dovrebbe salvare. In una continua lotta tra luce e tenebra, tra bene e male, tra bontà e malvagità il talento di uno dei più grandi scrittori mai esistiti ci fa fare la conoscenza di uno dei personaggi più straordinari della letteratura, creando uno di quei libri che vorresti non finissero mai.

Notre-Dame de Paris – Victor Hugo

 

Titolo: Notre-Dame de Paris

Titolo originale: Notre-Dame de Paris

Autore: Victor Hugo

Traduzione: Donata Feroldi

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 521

Questo famosissimo romanzo inizia in maniera dirompente, con una folla di personaggi singolari, ognuno con le sue peculiarità. Solamente dopo averci fatto passare attraverso una folla brulicante di parigini riuniti al Palais de Justice per assistere a una rappresentazione, attraverso grida di giubilo e non solo, ego feriti di poeti incompresi, cardinali, mendicanti e calzettai che si rubano la scena a vicenda, compare lui, il campanaro, il gobbo di Notre-Dame grazie al quale tutti conoscono questo romanzo. 

Ma sbaglia chi pensa che questa sia solo la storia di Quasimodo ed Esmeralda; è la storia di Parigi e dei parigini, di personaggi singolari e loschi individui, di emozioni e sentimenti, ma anche di torture e malvagità.

La descrizione che Hugo fa di Quasimodo è un esempio della sua grande capacità stilistica e descrittiva. Quasimodo ha un aspetto repellente e passa la quasi totalità della sua giornata nella cattedrale di Notre-Dame di cui è campanaro, grazie alla bontà del diacono Claude Frollo, che lo adottò quando nessuno lo voleva. Su di lui c’è in città ogni sorta di diceria, ognuna delle quali collega il suo aspetto orrendo a presunta malvagità, finanche stregoneria.

Lungo le pagine di questo romanzo si intrecciano le storie di Esmeralda, la bella zingara, Claude Frollo, il diacono fuori dal comune, Pierre Gringoire, poeta e filosofo costretto all’accattonaggio e Parigi, alla descrizione della quale l’autore dedica un capitolo intero.

Quasimodo, Esmeralda, Pierre, Claude e la cattedrale di Notre-Dame

In un alternarsi di scene descrittive e scene suggestive e/o ironiche come quella del baccanale alla Corte dei Miracoli o quella dell’incontro tra Esmeralda e Pierre Gringoire, o ancora la scena del giudice sordo che interroga un sordo Quasimodo, si dipanano e si intrecciano le vite dei vari personaggi, tutto intorno alla maestosità della cattedrale di Notre-Dame.

Hugo ha uno stile complesso e ricercato, denso di citazioni e lunghe descrizioni piene di dettagli di ogni sorta possono rendere a volte la lettura pesante a chi ama l’azione. Ma è capace di alti picchi di poesia e di ironia e ci dona capitoli davvero emozionanti.

Personalmente, ho trovato straziante la scena di Quasimodo alla berlina, ho trovato quasi disumani l’odio e la crudeltà di cui l’essere umano si rende capace e ho trovato molto interessante il paragone tra architettura e pensiero umano.

Questo romanzo è denso di spunti interessanti, di storie intrecciate, di amore, odio, emozioni, crudeltà, paure, sacrifici e anche qualche piccolo colpo di scena e non può mancare nelle vostre librerie!

Tempi difficili – Charles Dickens

 

Titolo: Tempi Difficili

Titolo originale: Hard Times

Autore: Charles Dickens

Traduzione: Bruno Amato

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 376

Questo romanzo è forse un po’ meno famoso di Grandi Speranze o di Oliver Twist, ma di sicuro non meno meritevole. È ambientato in una città fittizia dal significativo nome di Coketown (letteralmente “città del carbone”) e sviluppa temi cari a Dickens, quali la denuncia delle condizioni di lavoro e di vita della classe operaia, la crisi del modello di sviluppo, la denuncia di quei “fatti” che stanno alla base del positivismo.

 

Dickens è un grande narratore, con una spiccata capacità di costruire dialoghi di cui vediamo ottimi esempi in questo romanzo dal ritmo intenso e con frequenti cambi di prospettiva. Il punto di vista è infatti spesso quello dei personaggi.

Thomas Gradgrind è un uomo razionale, un “uomo di fatti e di calcoli” che misura tutto, compresa la natura umana, in termini razionali e matematici. Non accetta nulla che non sia razionale e corroborato dai fatti, unica cosa che conti per lui nella vita. Ha una scuola nella quale si insegna ai bambini a liberarsi dell’immaginazione e a vivere di soli fatti. La città in cui vive con la sua famiglia, Coketown, è perfetta per lui, in quanto è “un’apoteosi di fatti”. È una città di mattoni ricoperti dalla cenere emessa dai macchinari e dalle ciminiere di cui è piena, una città in cui tutti gli edifici sono uguali e le persone sono spesso anch’esse tutte grigie uguali.

Utilitarismo e pensiero positivista

Le cose, tuttavia, non vanno proprio come Gradgrind avrebbe voluto, i suoi figli sono i primi a ricercare la bellezza dell’immaginazione e, nonostante un matrimonio ben congegnato per la figlia, si ritroverà a dover gestire molte cose che vanno al di là della sua comprensione razionale. Si ritroverà alla fine a fare i conti con il fallimento di quel tipo di educazione in seno alla sua stessa famiglia.

Dickens ci accompagna lungo il tragitto di questo fallimento con ironia e abilità, dandoci modo di riflettere molto sui principi utilitaristici che ancora impregnano la nostra società attuale.

Jane Eyre – Charlotte Brontë

 

Titolo: Jane Eyre

Titolo originale: Jane Eyre

Autrice: Charlotte Brontë

Traduzione: Stella Sacchini

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 596

Diversamente da Dickens, Charlotte Brontë ci offre luoghi periferici e solitari, dove la natura è parte integrante della storia. Questa è una caratteristica che accomuna tutte e tre le sorelle Brontë, molto legate alla natura e in special modo alla brughiera. 

Jane Eyre è un’orfana che vive da una zia tirannica che non la vorrebbe in casa sua e cugini che non la sopportano. Fin da piccola è dunque costretta a far fronte a difficoltà che formeranno il suo carattere. A dieci anni viene mandata in collegio a Lowood, dove riceverà una buona educazione, pur se a costo di privazioni e stenti.

Jane non è bella, non è attraente, ma ha una volontà di ferro e si procura un lavoro come governante a Tornfield, dimora del signor Rochester. La storia d’amore tra  due è tema centrale di tutto il romanzo, che però è infittito di ingredienti gotici (la stessa Tornhill è un ambiente scuro e tetro, che nasconde terribili segreti) e autobiografici. Charlotte è la maggiore delle tre sorelle Brontë ed è dotata di una grande vivacità intellettuale e di una grande capacità di creare personaggi. La sua tematica prediletta pare essere quella della proposta d’amore inaccettabile, socialmente o moralmente, che innesca passioni e tormenti. Ritroviamo, infatti, tutto questo in Jane Eyre, insieme a una denuncia dei cliché del’epoca sulle donne e a una denuncia di una società discriminatrice e ingiusta.

In genere si crede che le donne siano molto quiete. Le donne invece provano gli stessi sentimenti degli uomini. Hanno bisogno di esercitare le loro facoltà, e di provare le loro capacità come i loro fratelli; soffrono come gli uomini dei freni e dell’inattività, e fa parte della mentalità ristretta dei loro compagni più fortunati il dire che si devono limitare a cucinare e a far la calza, a suonare il piano e a far ricami. È stupido condannarle o schernirle, se cercano di fare di più o imparare di più di quello che è solito al loro sesso.  

Un romanzo autobiografico

Ogni luogo in cui Jane Eyre vive ha un significato, simboleggia una fase della sua vita: Gateshead, la casa della zia, simboleggia la barriera, la prigione in cui lei si sente; Lowood rappresenta il degrado e gli stenti a cui Jane è sottoposta; Tornfield rappresenta le spine e il dolore che provoca nel cuore ingenuo di Jane l’amore per il suo padrone; Whitcross è un momento di scelta per lei e di profonda incertezza; Marsh End è la fine del suo peregrinare, un luogo dove Jane si sente felice e gioisce della svolta della sua vita; e infine Ferndean, il luogo dove trascorrerà il resto della sua vita. È piuttosto evidente che Charlotte Brontë abbia proiettato se stessa in Jane e le abbia regalato ciò che, credo, avrebbe voluto per se stessa.

Cime Tempestose – Emily Brontë

 

Titolo: Cime Tempestose

Titolo orgininale: Wuthering Heights

Autrice: Emily Brontë

Traduzione: Laura Noulian

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 428

Cime Tempestose è il capolavoro di Emily Brontë, sorella minore di Charlotte, nel quale ha messo tutta la forza e l’energie interiori di una vita non consumata (è morta a soli trent’anni). È, infatti, un romanzo forte, quasi virile, rappresentato pienamente dal demoniaco Heathcliff, il quale si presenta fin dall’inizio per quello che è: terribile, scontroso, inospitale, selvaggio.

La Brontë utilizza qui la tecnica narrativa del flshback e dunque il romanzo inizia quando la storia è alla fine e Thushcross Grange, grande casa ai piedi della collina, viene affittata.

Il locatario, il signor Lockwood, va a fare la conoscenza del suo padrone di casa a Cime Tempestose e incontriamo così subito Heathcliff. Quello che accadrà durante questa e la successiva visita di Lockwood a Cime Tempestose, farà venire al tenutario il desiderio di conoscere la storia di questo crudele padrone di casa e di quella Catherine di cui ha intuito l’importanza proprio nella casa di Heathcliff. Gli viene in soccorso Nelly, la sua governante, che gli racconta tutta la storia.

Heathcliff è un trovatello, forse di origine zingara, che il Sig. Earnshaw porta a casa da un suo viaggio a Liverpool e che cresce a Cime Tempstose, una fattoria rustica e priva di comodità, insieme ai suoi figli Hindley e Catherine, diventando il favorito. Eccetto il Sig. Earnshaw e Catherine, per cui diventa l’inseparabile compagno di giochi, nessun altro lo ama. E lui non fa molto per farsi amare. Ha un carattere riservato e taciturno, forte e scontroso ed era spesso immusonito. Maltrattato in maniera crudele da Hindley, giura vendetta. Catherine, d’altro canto, è una bambina irrequieta e sfrenata, audace e sfrontata.

Malvagità fatale

La sua insolenza ha un grande potere su Heathcliff, ma tutto cambia quando Catherine conosce gli abitanti di Thrushcross Grange, grande, ricca e luminosa casa ai piedi della collina (che contrasta con la tetraggine, il buio e la povertà di Cime Tempestose). Edgar e Isabella sono belli e sofisticati ed entrambi hanno influenza sulla piccola Catherine, sensibile alle cose belle. Questo fa allontanare i due compagni di gioco, con gran dolore di Heathcliff, il quale scompare per tre anni. Al suo ritorno, trovando Catherine sposata a Edgar, inizierà a mettere in atto la sua vendetta che porterà dolore e devastazione, finendo per distruggere anche se stesso.

Dotato di un’inflessibile durezza, incapace di pietà e misericordia, Heathcliff rappresenta il principio del Male. Ma è un malvagio fatale che inevitabilmente attira il lettore, come succede ad esempio con il vampiro di Polidori o Rochester in Jane Eyre. In Heathcliff ritroviamo l’inferno degli eroi byroniani, tormento d’amore e ribellione, di modo che tutto ciò che si frappone tra lui e la sua passione totalizzante e totalitaria va annientato.

Nelle vene di Heathcliff e di questo romanzo scorre il fuoco interiore di Emily Brontë, il suo carattere impulsivo e facile alla collera non poteva che trovare espressione nella scrittura di quello che per me è prossimo a un capolavoro.

Fatemi sapere se avete letto questi classici e cosa ne pensate! 

 

 

 

Charles Dickens per me è sempre una garanzia, mi piace il suo stile, mi piace che i suoi libri hanno sempre una morale, mi piace la sua ironia, mi piace che i suoi libri insegnano sempre qualcosa. E anche questa volta non delude, anzi.

Non pensiate che Un canto di Natale sia un libro da leggere solo a Natale, tutt’altro, il messaggio che ci dona è universale e appartiene a tutti i tempi.

Trama

Ebezener Scrooge è un vecchio avido e avaro che pensa solo ai suoi soldi e non crede alla magia del Natale. Non fa alcuna azione buona, nessun gesto altruista e si comporta in maniera rigida e scontrosa anche con il suo unico dipendente. È talmente avaro che non accende il fuoco in ufficio e il segretario è costretto a lavorare con la sciarpa, il cappotto e i guanti. Ha un nipote buono e gioviale che lo va a trovare e vorrebbe che passasse il Natale con la sua famiglia, ma Scrooge lo manda via malamente lanciando insulti verso le persone che stupidamente perdono tempo con una cosa inutile come il Natale.

Una notte riceve in visita il fantasma del suo defunto socio, Marley, il quale gli preannuncia la visita di tre spiriti. Scrooge vorrebbe sottrarsi, ma non può. Da questo momento molte cose cambieranno.

Lo spirito del Natale

Un racconto che vuole cercare di portare lo spirito del Natale nei nostri cuori tutto l’anno, che ci invita ai buoni sentimenti, all’altruismo, a pensare alla vita come a un percorso che facciamo insieme, non da soli e ci invita a non pensare solo al nostro orticello, ma ad ampliare la nostra visione del mondo, includendo anche le altre persone. Solo così potremo essere persone felici e gioiose, solo condividendo con gli altri, aiutandoci a vicenda, riequilibrando gli squilibri della società, pensando a chi è più sfortunato come a qualcuno della nostra famiglia. È un libro conto l’indifferenza che oggi è più attuale che mai, nella nostra società contemporanea fatta di egoismi, egocentrismi e indifferenza.

Doveva essere l’umanità il mio campo d’affari; il benessere del prossimo; ecco quello che doveva essere il mio lavoro; affar mio doveva essere praticare la carità e la misericordia, la pazienza e la cortesia. I compiti della professione non rappresentavano più di una sola goccia nell’ampio oceano dei miei doveri!

Dickens ci invita a dare valore alle cose vere e ci dice che non è mai troppo tardi per cambiare, per pensare agli altri e vivere in fratellanza, anziché in solitudine.

È un libro per tutte le età e che tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita!

 

 

Titolo: Un canto di Natale

Titolo originale: A Christmas Carol in prose, being a Ghost story of Christmas

Autore: Charles Dickens

Casa editrice: Giunti

Pagine: 144

Eleanor Oliphant sta benissimo è il romanzo d’esordio della scrittrice scozzese Gail Honeyman. Come spesso accade con gli esordi, alcuni l’hanno amato, altri l’hanno odiato, a qualcuno è piaciuto, a qualcun altro meno. A me il libro è piaciuto,  ma come ben sa chi mi segue e chi mi conosce, non sono una lettrice che ha bisogno necessariamente dell’azione e/o della suspense. Può piacermi un libro anche se non accade molto in termini di azione (e che quindi può risultare lento a qualcuno), ma dove accade molto a livello interiore, come in questo caso. Ho amato questo libro soprattutto per come cresce il personaggio e per come il suo animo e la sa attitudine si modificano. Ma se siete lettori che amano la velocità, potreste trovarlo un po’ lento. 

Elanor Oliphant sta benissimo, o forse no?

Eleanor Oliphant è una donna di 30 anni con una vita apparentemente normale, anzi, una vita che sembra normale solo nelle primissime pagine. Scopriamo presto che è una solitaria estremamente abitudinaria, dal linguaggio molto forbito e impostato e praticamente senza filtri. Di aspetto un po’ trasandato, capelli lunghi e lisci, senza trucco, abiti molto sobrie sempre uguali, apparentemente ignara delle convenzioni sociali, viene considerata quanto meno bizzarra da chi le sta intorno. E a lei non importa affatto di come la considerano gli altri, perché lei sta bene, anzi, benissimo. Se l’è sempre cavata da sola. Da quando aveva 21 anni lavora nello stesso ufficio della stessa azienda, on lo stesso ruolo; ha una sua routine fissa per i giorni lavorativi e per i fine settimana e non ha relazioni. Nessun amico, nessun amore.

A volte è decisamente e completamente fuori luogo che ti viene voglia di tapparle la bocca, a volte è incoerente, perché fa la contabile, ma dice di non sapere nemmeno la differenza tra un desktop, un laptop e un tablet, oppure nel 2017 non sa nemmeno cosa sia McDonald’s, ma penso che si finisca per amarla, mano a mano che la storia procede.

Atti di gentilezza

Un atto di gentilezza apparentemente casuale porta nella sua vita una serie di cambiamenti e lei entrerà in un vortice che la porterà all’inevitabile e prevedibile finale. Sì, il finale è prevedibile, ma io ve lo devo dire, ho adorato Eleanor! Mi è sembrata una persona così fragile e sola, pur facendo di tutto per far credere a se stessa che non sia un problema quello che gli altri pensano e dicono di lei e che viva la sua vita in completa solitudine. Vuole sembrare forte, ma non appena qualcuno le si avvicina con gentilezza, lei non sa come comportarsi e la sua corazza inizia a cedere, rivelando un animo desideroso di affetto e di accettazione. 

Non avrei mai sospettato che qualche piccola azione potesse suscitare reazioni così sincere e generose. Sentii un piccolo bagliore dentro me – non un incendio, ma più una specie di piccola fiammella costante.

Solitudine

Eleanor si convince di stare bene da sola perché ha paura, si convince che la solitudine sia una cosa buona, che possiede un potere liberatorio, perché se ci si rende conto di non aver bisogno di nessuno, ci si può prendere cura di noi stessi. Tuttavia, ci rendiamo conto poi che lo dice perché ha paura di dover soffrire ancora. La sua infanzia e quello che le è accaduto sono la causa della sua mancanza di relazioni e del suo rapporto così bizzarro col mondo, scopriamo poco alla volta tutto quello che le è successo e quanto la solitudine veramente le pesi.

Ero viva. Ero sola. Non c’era essere vivente in tutto l’universo che fosse più solo di me. O più terribile.

Il tema della solitudine è un tema molto delicato da trattare, ma la Honeyman ci riesce piuttosto bene, anche grazie ad un personaggio come quello di Raymond, tecnico informatico della stessa azienda dove lavora Eleanor, un personaggio che personalmente trovo molto interessante, perché sa andare oltre le apparenze, ma anche perché, non essendo costretto nella costante attenzione della scrittrice alla sua caratterizzazione (tutta concentrata su Eleanor, tanto da farla sembrare, a volte, esagerata) è molto più libero e spontaneo e spiazza Eleanor con i suoi gesti e il suo atteggiamento. 

L’autrice a volte si fa un po’ prendere la mano con Eleanor, tanto da farla sembrare in alcune circostanze forse poco credibile, ma per fortuna c’è Raymond ad equilibrare tutto. 

“Il volto grazioso del male”

Un po’ inquietante è il rapporto di Eleanor con la madre, rinchiusa in carcere per un non ben chiaro motivo (ma si capisce che deve essere qualcosa di grave quando si scopre che viene definita “il volto grazioso del male”) e che chiama tutte le settimane solo per insultare Eleanor o per farla sentire inadeguata. Ma Eleanor fatica a staccarsi da questa figura.

Persino dopo tutto quello che ha fatto, dopo tutto quanto, è ancora mia mamma. È l’unica che ho. E le brave ragazze vogliono bene alle loro madri. Dopo l’incendio sono sempre stata così sola…Una qualsiasi mamma era meglio di nessuna mamma…

Io mi sono affezionata a questo personaggio, nonostante qualche forzatura da parte dell’autrice e ho molto apprezzato lo sviluppo psicologico che il personaggio ha avuto. La lettura è scorrevole e veloce, ma non è fatta per chi ama i libri avvincenti. Eleanor Oliphant si ama solo se si riesce ad entrare un pochino dentro di lei. 

Titolo: Eleanor Oliphant sta benissimo

Titolo originale: Eleanor Oliphant is completely fine

Autrice: Gail Honeyman

Traduzione: Stefano Beretta

Casa editrice: Garzanti

Pagine: 344

Il ritratto di Dorian Gray non ha certo bisogno di presentazioni, è il famosissimo capolavoro dello scrittore inglese Oscar Wilde. Wilde è stato scrittore prolifico, abile e brillante conversatore, dandy ed esteta, con un umorismo insolente e a volte stravagante, che ha caratterizzato buona parte della sua produzione letteraria. Nato e cresciuto a Dublino, vinse una bora di studio per Oxford, dove si fece conoscere per il suo acume e per le sue abilità oratorie. Fu introdotto nella cerchia dell’aristocrazia londinese (che poi sarà bersaglio del suo humor spietato) e divenne il leader del movimento estetico inglese.

Il ritratto di Dorian Gray

Il ritratto di Dorian Gray è l’unico romanzo di Wilde e rappresenta, in un certo senso, una sintesi delle teorie estetiche di Wilde riguardo una vita fatta di piacere e sensi come suprema forma d’arte. L’arte non dovrebbe essere dipendente dalla morale, né dovrebbe avere alcun fine diverso da quello della pura bellezza: l’arte è indipendente e fine a se stessa (art for art’s sake, l’arte per l’arte).

Dorian Gray è un giovane dalla straordinaria bellezza, la cui compagnia è ricercata da tutti in società. Lui non si rende conto della sua bellezza finché il pittore Basil Hallward non gli fa un ritratto che cattura meravigliosamente la sua bellezza. Dorian rimane molto colpito dalla perfezione della sua bellezza e sconvolto, allo stesso tempo, al pensiero che il passare del tempo distruggerà questo dono. Desidera ardentemente di non invecchiare mai e che sia invece il quadro a prendere su di sé i segni della sua decadenza. Il suo desiderio verrà esaudito, ma il quadro finirà per essere lo specchio della sua anima, piuttosto che del suo corpo.

Dorian si abbandona a una vita di piaceri e dissolutezze, spinto dalla ricerca del piacere e dal cinico amico Henry Wotton. La ricerca del piacere e della bellezza diventa il suo unico scopo nella vita, vive edonisticamente nel disprezzo della morale e incurante del fatto che la sua ricerca del piacere causerà morte e sofferenza intorno a lui.

La fine del romanzo sembra suggerire che ci sia un prezzo da pagare per una vita dissoluta dedita al piacere e l’infelicità di Dorian, nonostante tutto ciò che ha, è solo l’inizio di una spirale di dolore che porterà ad un tragico epilogo.

Edonismo e ricerca del piacere

Dorian Gray sembra inizialmente davvero puro e forse anche un po’ ingenuo, sembra quasi arrivare da un altro mondo, dove non esistono corruzione e immorlità. In questo mi ha ricordato molto il principe Miskin de L’idiota di Dostoevsky, un’anima pura e libera dalla corruzione del mondo. Poi, però, per entrambi le cose cambiano, anche se poi i due personaggi sono molto diversi tra loro. Dorian conosce Lord Henry Wotton, cinico e disilluso, che rimane così affascinato da Dorian che fa di influenzarlo il suo scopo principale e per questo dà il meglio (o il peggio, secondo i punti di vista) di sé per impressionarlo. E il ragazzo è così ingenuo, così avulso dai vizi e dalle passioni della vita, che lo segue ammaliato.

Si rendeva conto confusamente che dentro di lui agivano influenze del tutto nuove, e pur gli sembrava che provenissero in realtà da lui stesso. Le poche parole che gli aveva detto l’amico di Basil, parole dette indubbiamente a caso e piene di paradossi voluti, avevano toccato qualche corda segreta che non era mai stata toccata prima, e che egli ora sentiva vibrare e palpitaredi una strana pulsazione.

Curiosità e sete di conoscenza 

Dal momento in cui Dorian Gray ha incontrato Lord Henry a casa di Basil, in lui si è instillata una curiosità riguardo la vita, che cresce mano a mano che si sente gratificato dai piaceri che sta provando. Più conosce e più vuole conoscere. Trovo la sete di conoscenza non di per sé una cosa negativa, anzi, ma quando diventa ambizione tracotante (come accade in Frankenstein), ricerca spasmodica di risposte (come accade in Lo strano caso del dottor Jelyll e Mr. Hyde), oppure corsa cieca ed edonistica verso un obiettivo egoistico, come in questo romanzo, diventa potenzialmente disastrosa. La ricerca egoistica del piacere, la smania di far diventare la vita l’unica forma d’arte perfetta porterà Dorian alla rovina, come alla rovina sono stati portati Frankenstein e Jekyll.

Per lui, certo, la vita in se stessa era la prima e la più grande delle arti, per la quale tutte le altre arti sembravano costituire soltanto una preparazione.

Azioni e conseguenze

Quando si rende conto che il quadro sta effettivamente prendendo su di sé i segni dei suoi vizi e dei suoi peccati, Dorian Gray si spaventa e si ripromette di non peccare più, di resistere alle tentazioni e di non vedere più Lord Henry. Ma, poiché il quadro stava prendendo su di sé la decadenza della sua anima, Dorian non riesce nel suo proposito e, anzi, se possibile, la sua dissolutezza e la sua ricerca del piacere aumentano.

Soltanto gli esseri superficiali hanno bisogno di anni per liberarsi di un’emozione. Un uomo che sia padrone di se stesso può metter fine a un dolore con la stessa facilità con cui può inventare un piacere. Io non intendo essere alla mercé delle mie emozioni;  intendo servirmene, goderle e dominarle.

Poco a poco, tuttavia, i nodi cominciano a venire al pettine e le conseguenze delle sue azioni iniziano a pesare su Dorian come dei macigni.

Dorian Gray: vittima o fautore del suo destino?

Possiamo considerare il bello come portatore del male? In realtà è come se Dorian Gray fosse lui stesso una vittima che subisce i crimini che gli vengono attribuiti. Non è solo un narciso egoista, ma è lui stesso prigioniero di una situazione da cui non riesce ad uscire. Volere a tutti i costi far coincidere la vita con l’arte può essere considerata l’origine dei suoi  mali e la sua decadenza inizia in maniera violenta e brutale dopo che Dorian ha subito una cocente delusione da parte di Sybil Vane. Lei ha tradito l’ideale principe per Dorian, quello che fa coincidere la bellezza con la vita. Alla fine del romanzo l’unica cosa che rimane viva e che sopravvive all’uomo è l’arte, che si conferma avulsa dalla lotta tra il bene e il male di cui il romanzo è imperniato.

Ci sono tante cose interessanti in questo romanzo: interessanti riflessioni sulla bellezza e la gioventù, critiche alla superficialità di una società basata sulle apparenze, la condizione e l’opinione sulle donne che vigeva in quel periodo, l’arte, la bellezza. Tutti temi che Wilde porta avanti con maestria e grande abilità e anche in questo romanzo non si smentisce, inserendo caricature dell classe aristocratica con lo humor e l’acume che lo contraddistinguono. 

 

 

 

 

Titolo: Il ritratto di Dorian Gray

Titolo originale: The picture of Dorian Gray

Autore: Oscar Wilde

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 261

Pubblicato nel 1966, questo romanzo ha decretato la nascita di un nuovo stile, tanto era unico nel suo genere. Truman Capote, già famoso autore di Colazione da Tiffany, si imbatte in un articolo di cronaca che lo colpisce molto: in un villaggio del Kansas occidentale un’intera famiglia viene sterminata. Da quel momento non riesce a fare altro che cercare di saperne di più; parte per Holcomb con la sua amica Harper Lee e inizia a raccogliere dati e testimonianze, e a delineare la storia della famiglia Clutter. Ma soprattutto, una volta che i due colpevoli sono stati catturati e arrestati, inizia una corrispondenza molto fitta, durata sei anni, fatta di molti incontri e diverse lettere, con uno di loro due: Perry Smith. Ne è uscito un romanzo che fonde racconto e giornalismo in una storia da cui è molto difficile staccarsi e questo nonostante il lettore sappia già come va a finire. Il suo stile originale non fa altro che confermare il grande talento di Capote.

I fatti

I fatti si svolgono a Holcomb, un piccolo villaggio nell’agricolo Kansans occidentale, nel 1959. La famiglia Clutter possiede una fattoria nella quale una sera di novembre si introducono due rapinatori, che finiscono per sterminare la famiglia intera: il signor e la signora Clutter e i loro due figli, Nancy e Kenyon. Capote ripercorre tutta la storia, a partire dall’ultimo giorno di vita della famiglia, senza tralasciare nulla, in un intricato intreccio di storie, piccoli aneddoti, testimonianze, violenza e paura.

Da un lato abbiamo la storia di una famiglia ben integrata e benvoluta nel villaggio. Il signor Clutter era un uomo onesto, un grande lavoratore che si è fatto da sé e che ha fatto della sua fattoria la sua vita. La signora Clutter era una donna buona, ma dalla psiche molto fragile. Nancy era una ragazza di 16 anni altruista e attiva nella comunità, mentre Kenyon, 15 anni, era più timido e riservato.

La famiglia Clutter

Dick e Perry

Dall’altro lato, la storia di Dick e Perry, i due rapinatori, i carnefici, la pianificazione e l’attuazione della rapina finita in carneficina.

“Perché? Perché quest’irragionevole rabbia alla vista degli altri felici e soddisfatti, questo crescente disprezzo per la gente e il desiderio di ferire?”

Dick era un ragazzo apparentemente normale, alto, capelli a spazzola, intelligente, se non fosse stato per quel suo volto strano che sembrava diviso in due, leggermente fuori sesto.

“Dick era divertente, astuto, realista «andava al nocciolo delle cose», non aveva nebbia in testa e non era un sempliciotto.”

Perry, invece, era piccolo, di pelle scura, con un problema alle gambe in seguito a un incidente in moto che gli provocava atroci dolori. Era un uomo di passione, amante dei libri, del buon linguaggio, dell’arte, ma frustrato dalla sua infelicità. A nessuno era mai importato qualcosa di lui.

“Nella prigione di Lansing circolavano parecchi assassini, o tipi che si vantavano di delitti commessi o si dichiaravano pronti a commetterne; ma Dick si convinse che Perry era uno di quegli esseri rari, un « assassino nato », perfettamente sano ma privo di coscienza, capace, cono o senza motivo, di ammazzare con il massimo sangue freddo.”

Richard (Dick) Hickock (a sinistra) e Perry Smith (a destra) – i due assassini

Il massacro

La carneficina si compie in piena notte, e il racconto di Capote, intriso di dettagli, ci accompagna nella mente degli assassini. Poco a poco si scoprono dettagli che tutto sono fuorché insignificanti. Perché uno dei due ha messo un cuscino sotto la testa di Kenyon e disteso il signor Clutter su un cartone? Per pietà? O forse per rimorso?

L’autore indaga a fondo la mente dei due assassini, ripercorrendone le terribili infanzie, i drammi che li hanno colpiti, fino ad arrivare all’epilogo previsto: la condanna.

Pare che Capote sia rimasto molto colpito da Perry e dalla sua storia e abbia in qualche modo simpatizzato con lui e con la sua triste storia.

“Tuttavia riusciva a guardare senza collera l’uomo al suo fianco, semmai con una certa misura di comprensione, perché la vita di Perry Smith non era stata un letto di rose, ma una misera, laida, solitaria corsa verso un miraggio dopo l’altro.”

Nel testo troviamo anche un’interessante riflessione sulla pena di morte, vista come una pena che non fa soffrire i condannati, perché altrimenti non sarebbe umana. Forse è questo il modo per accettare una pratica tanto ingiusta e contraria a quello tra i diritti umani senza il quale gli altri non esisterebbero: il diritto alla vita. Forse solo pensando che i condannati non sentano nulla le persone possono accettare che lo stato uccida consapevolmente e deliberatamente degli esseri umani.

Perché dovresti leggere questo libro

Questo libro è un capolavoro, non solo perché riesce a tenere il lettore incollato alle pagine nonostante conosca già la storia e sappia perfettamente come va a finire, ma anche perché riesce a sconvolgere il lettore, presentando i due carnefici quasi sullo stesso piano delle vittime, in un equilibrio libero da pregiudizi e preconcetti, analizzando la situazione in maniera lucida e oggettiva, riuscendo quasi a farci affezionare a questi brutali assassini, in particolare a Perry. Tuttavia, la voce narrante è sempre oggettiva ed equilibrata e il grande talento dello scrittore riesce a trasformare un reportage giornalistico in un racconto che non vorrete sicuramente perdere!

Truman Capote (a sinistra) e Philip Seymour Hoffman (a destra) nei panni di Truman Capote

Ultimo consiglio: se non l’avete fatto, dopo aver letto il libro, guardate l’omonimo splendido film di Bennet Miller del 2005, con un immenso Philip Seymour Hoffman. 

 

Titolo: A Sangue Freddo

Titolo originale: In cold blood

Autore: Truman Capote

Traduzione: Mariapaola Ricci Dèttore

Casa editrice: Garzanti

Pagine: 391

Etty Hillesum era un’ebrea olandese che morì a 27 anni ad Auschwitz nel novembre del 1943. Il suo diario è una delle testimonianze più belle, vere e dense di significato che io abbia mai letto. 

Il diario di Etty inizia domenica 9 marzo 1941 e fino a che poté scrivere annotò ed esaminò tutto ciò che poteva: rapporti con le persone, stati d’animo, riflessioni, la situazione degli ebrei dell’epoca. Ricercò le origini della sua esistenza e trovò alla sorgente un atteggiamento verso la vita che si può definire di “altruismo radicale”. 

La dimensione dell’umano

All’inizio del 1941 Etty conobbe un uomo, Julius Spier (che lei annoterà sempre nel diario come S.) fondatore della psicochirologia, vale a dire lo studio delle linee della mano (clicca qui per saperne di più). Spier sarà da quel momento al centro dei suoi pensieri e sarà per lei un grande maestro, un grande amico e forse anche un grande amore. Fu lui ad avviarla alla ricerca dell’essenziale, dell’umano, in totale contrasto con l’inumanità che c’era intorno a lei. 

Le sue pagine hanno una grande dimensione spirituale, ma senza dogmi, senza chiese, parla a Dio come a se stessa, parla al dio che è dentro di lei. 

Io vivo, vivo pienamente e la vita vale la pena viverla ora, oggi, in questo momento; e se sapessi di dover morire domani direi: mi dispiace molto, ma così com’è stato, è stato un bene.

Mentre tutto intorno a lei avvenivano arresti, deportazioni, terrore, Etty si interrogava sul senso della vita e sull’amore, anziché l’odio. 

[…] la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini, malgrado il dolore e l’ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi. E perciò sono molto più familiari e assai meno terrificanti. Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possano crescere al punto da superare gli uomini e da tenerli tutti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime […]

Un grande insegnamento

Etty conosce l’odio, l’oppressione e il sadismo, conosce il dolore e la persecuzione e, nonostante sia dalla parte delle vittime di un sistema che fomenta odio e crudeltà, ha scelto di alimentare l’amore e la bellezza della vita. Tuttavia, si chiede anche se sarà capace di portare avanti tutto il suo lavoro spirituale e farlo fruttare anche in condizioni avverse, se il suo amore per la vita e gli esseri umani rimarrà tale anche fuori dalle sue comodità. Sappiamo dalle sue pagine e da una lettera dell’amico Jopie Vleeschouwer alla famiglia che, sì, ci è riuscita. Non solo è riuscita a mantenere la sua dimensione spirituale anche in condizioni decisamente avverse, ma ha anche donato luce e amore a chi ne aveva bisogno. 

Così giovane eppure già un’anima così bella e profonda!

Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. 

Il dolore e la morte

Nelle pagine del suo diario troviamo anche una profonda riflessione sul dolore e su come esso faccia parte della vita e sia necessario integrarlo in essa e accettarlo, apprezzando ugualmente la vita. Tutto dipende da ciò che c’è dentro di noi, “e dentro di te c’è qualcosa che non ti abbandonerà mai più”. 

Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell’altra. Quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita.

Il suo occhio non si distanzia mai dalla realtà che vive, da quello che sta succedendo intorno a lei e che capiterà anche a lei. Il 3 luglio 1942 scrive:

Dobbiamo trovare posto per una nuova certezza: vogliono la nostra fine e il nostro annientamento, non possiamo più farci nessuna illusione al riguardo, dobbiamo accettare la realtà per continuare a vivere.

Questa consapevolezza pesa su di lei, anche se non perde mai il suo spirito e la sua attitudine verso la vita. La possibilità della morte è contemplata e integrata nella sua vita e questo l’aiuta a non perdere mai la sua spiritualità e ad aiutare gli altri. La morte è parte fondamentale della vita, senza la morte la vita sarebbe solo un frammento. 

Così, in un modo o nell’altro, la vita diventa un insieme compiuto; ma si fa veramente assurda non appena se ne accetta o rifiuta una parte a piacere, proprio perché essa perde allora la sua globalità e diventa tutta quanta arbitraria. 

Altruismo radicale

Anche nei momenti più difficili, non smette mai di avere fiducia, di pensare che la vita è bella e buona. Non c’è odio in lei, né amarezza, ma solo accettazione e tanto amore universale. Sono grandi gli insegnamenti che possiamo trarre da questa giovane anima. 

E anche dopo essere partita per Westerbork, il campo di transito prima della deportazione ad Auschwitz, anche dopo la dipartita del suo amato mentore e amico, anche nella malattia Etty scrive:

Ho imparato che un peso può essere convertito in bene se lo si sa sopportare.

Non c’è spazio per l’odio perché c’è tanto lavoro da fare in noi stessi è il messaggio potentissimo di Etty, che oggi come non mai è attuale. In un mondo nel quale siamo giornalmente bombardati da discorsi d’odio, di razzismo, di divisione, di egoismo dovremmo volgerci a queste parole con umiltà e cuore aperto e fare nostri i suoi insegnamenti.

Più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere.

Questo il desiderio di Etty, poco prima di morire. Compito nostro ora è far sì che questa morte prematura non sia avvenuta invano. 

 

Titolo: Diario

Autrice: Etty HIllesum

Traduzione: Chiara Passanti

Casa editrice: Adelphi

Pagine: 260

Scritto nel 1818, Frankenstein  è ormai entrato nell’immaginario di tutti noi, soprattutto per i film che ne sono stati tratti. A conti fatti, si tratta della narrazione del mito della creazione, un’esplorazione dolorosa e partecipata della diversità e del delirio di onnipotenza. Si realizza il sogno faustiano di sostituirsi al creatore, ma quali saranno le conseguenze?

La trama

Victor Frankenstein è un giovane scienziato svizzero, che studia filosofia naturale (natural philosophy, che era all’epoca il termine con cui si indicavano le scienze) ed è “consumato dal desiderio di scoprire il segreto della vita”. Durante i suoi studi incontra insegnanti che, inconsapevolmente, alimentano il suo desiderio che sfocerà in un progetto mostruoso: dare vita a una creatura usando parti di cadaveri. Quello che Frankenstein non aveva tuttavia considerato è cosa avrebbe fatto se ci fosse riuscito e questo avrà conseguenze funeste. 

Lo scienziato infonde la scintilla vitale nella creatura (che per tutto il romanzo non riceverà mai un nome, verrà indicata sempre come “la Creatura”), ma il suo aspetto mostruoso terrorizza il suo stesso creatore, che la rifiuta. In principio, la creatura è la quintessenza della gentilezza, ma dopo essere stata respinta da tutti, e per primo dal suo stesso creatore, da suo “padre”, la sua natura subisce una totale trasformazione, facendolo diventare una macchina di morte. Tutte le sue azioni sono una conseguenza dell’isolamento a cui il “mostro” è costretto, del suo bisogno di affetto. 

Frankenstein e i suoi cari subiranno le conseguenze della scelta sciagurata dello scienziato di fuggire dinanzi alla sua stessa creatura, del rifiuto di riconoscerne la paternità. La creatura farà del ritrovare il suo creatore il suo unico obiettivo, sottoponendolo a pressioni e ricatti pesantissimi. 

La leggenda di Frankenstein

Si narra che questo romanzo sia nato in una notte, in seguito ad una proposta di Byron, durante un soggiorno estivo con Percy B. e Mary Shelly e Polidori. Durante una delle tante serate piovose in cui gli amici si riunivano a leggere, Byron propone una gara: ciascuno di loro avrebbe dovuto scrivere una storia dell’orrore, la migliore avrebbe vinto. Da questa gara nascono le idee per “Il vampiro” di Polidori, l’ “Augustus Darvell” di Byron e il “Frankenstein” di Mary Shelley. 

Il romanzo, pubblicato inizialmente in forma anonima, fu un successo editoriale ed è letto e apprezzato ancora oggi. È eversivo e perturbante ed è narrato da tre diverse voci narranti, in un intreccio a incastro. Tutto il racconto ha come destinatario la sorella del capitano Walton, che incontrerà Frankenstein nell’estremo nord. Le lettere che il capitano manda alla sorella formano una sorta di cornice al racconto che vedrà alternarsi la voce di Frankenstein e quella della creatura. Questo consente di avere diversi punti di vista e diventa fondamentale per la comprensione della parte psicologica e di sviluppo dei personaggi. 

Peccato d’orgoglio

Victor Frankenstein commette un peccato d’orgoglio, mosso da una libido sciendi, da un amore per la scienza che diventa un’ossessione. Desiderando creare la vita dalla morte, è come se Frankenstein si volesse mettere al posto di Dio, sovvertendo in questo modo l’ordine naturale e infrangendo allo stesso tempo anche il codice etico, cosa che avrà conseguenze disastrose e per la quale pagherà un prezzo altissimo. 

Quando si rende conto di ciò che ha fatto, Frankenstein non riuscirà a sopportarne le conseguenze e la creatura diventerà, dopo il rifiuto del suo creatore, un vero e proprio mostro. Anche la creatura commetterà un piccolo peccato d’orgoglio, di gran lunga meno grave di quello del suo creatore. Mosso da una medesima libido sciendi, arriverà ad una conoscenza dell’uomo, della storia e della lingua parlata dall’uomo. Dall’acculturazione, tuttavia, deriva una maggior consapevolezza della sua diversità, del suo stato di mostro, della sua incompatibilità con la società umana. Il mostro cerca dunque vendetta, ma lo fa perché la sua condizione di isolamento forzato lo riempie di un odio e di una rabbia incontrollabili. 

L’autrice e la sua creatura

C’è un nesso tra la creazione di Frankenstein e la vita della sua autrice, segnata da aborti, sensi di colpa, lutti e solitudine. La Shelley si identifica sia come Frankenstein (per il suo amore per la scienza), che come la creatura, il mostro (per l’abbandono da parte del padre, il senso di colpa, il rifiuto inconscio di essere madre). 

Il romanzo potrebbe, per certi versi, anche leggersi un po’ come romanzo autobiografico, oltre che come precursore della science fiction. La Shelly conosceva bene la morte, aveva perso un bambino e c’erano stati due suicidi nella sua famiglia; era devastata dal senso di colpa che provava per aver ucciso la madre (morta poco dopo averla data alla luce) e crede di aver perso il bambino perché non può essere madre, avendo ucciso la sua. 

La Shelley riesce a dare uno sviluppo psicologico notevole ai suoi personaggi, regalandoci un romanzo che dopo due secoli è ancora attuale per tutti i temi che affronta: quello della nascita, della creazione, del rifiuto, dell’importanza del gruppo, della diversità, del narcisismo, del sentimento di onnipotenza. 

Penso che questo libro faccia parte dei must read, perché, anche se pensiamo di sapere già tutto su Frankenstein, questo romanzo riuscirà a stupirci a dirci qualcosa che non sapevamo e a darci molto in termini di emozioni. 

Non perdetevelo e, dopo averlo letto, guardate Frankenstein Junior, ne apprezzerete ancor di più la genialità dopo aver letto il romanzo. 

Buona lettura!

 

 

Titolo: Frankenstein

Autrice: Mary Shelley

Traduzione: Luca Lamberti

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 250

Mi ero fatta un punto quando ho aperto questo blog, di non parlare e scrivere di libri che non mi sono piaciuti, ma solo di quelli che ho amato o che, in qualche modo, mi hanno lasciato qualcosa. Poiché ogni regola ha la sua eccezione, altrimenti non sarebbe più tale, oggi ho deciso di parlarvi di Cambiare l’acqua ai fiori. È un libro che ha riscosso un grande successo di pubblico, ma che non ha incontrato il mio gusto e qui vi racconterò perché.

La bellezza non basta

Inizio dicendo che ci sono cose belle in questo libro, altrimenti non sarei qui a parlarne, ma purtroppo ci sono cose che non me lo hanno fatto apprezzare a sufficienza. In questo romanzo si percepisce bellezza, una bellezza delicata e sensibile, che è la bellezza della natura, di una casa profumata, dei fiori, delle persone belle, dei rapporti umani. Una bellezza che fa sorridere e fa venir voglia di partire. 

Purtroppo però la bellezza da sola non basta, almeno non per me, almeno non in questo libro.

Iniziamo con i  continui cambi temporali. Io sono un’amante del flashback e del flashforward, se dosati sapientemente, ma non amo assolutamente che si salti da un tempo all’altro in ogni capitolo, perché mi crea confusione e mi dà l’idea che la storia arranchi. Avrei preferito che l’autrice avesse scelto un racconto cronologico con dei flashback messi ad arte per attirare ancor di più il lettore.

Violette, ma che mi combini?

L’idea della storia è bella, Violette fa la guardiana di un cimitero in un piccolo paesino della Borgogna, un mestiere che pochi amerebbero, ma che lei ama e da cui sa trarre il meglio. Tutto ruota attorno alla sua storia personale e agli incontri che fa al cimitero e che possono cambiarle la vita. Mi piaceva l’idea di un libro ambientato in un cimitero, è una cosa un po’ fuori dall’ordinario. E mi piace che Violette abbia una grande passione per l’orto e i fiori, che la natura e la terra le diamo un’energia che niente altro riesce a darle, specialmente nel momento più difficile della sua vita. È la stessa cosa che provo io quando scendo nel mio orto, magia pura!

Tuttavia, il modo in cui questa storia è scritta non mi è piaciuto molto, lo stile non mi ha catturata e inoltre Violette, vogliamo parlare di lei? In alcuni casi l’ho amata, la sua pazienza, la sua indulgenza, l’amore per le piante, la sua calma e la sua determinazione. A volte, invece, l’avrei presa a sberle: rassegnata, inerte, in passiva accettazione delle cose, non lotta per ciò che vuole, non crede di meritare di essere felice.

Io sono stata un ponte, un passaggio fra loro. Julien doveva passare attraverso me per capire che non poteva perdere la madre di suo figlio. Ma grazie a Julien so che sono ancora in grado di fare l’amore, che posso essere desiderata. È già qualcosa.

Ma come? E ti arrendi così, senza far nulla? è questo che non mi piace di lei, tranne in pochissimi casi lei lascia che le cose le accadano addosso senza fare nulla o quasi per modificarle. È convinta di non meritare di essere felice e se avrei potuto accettare questo all’inizio del libro (in fondo Violette è un’orfana che nessuno voleva e che passava da una famiglia affidataria a un’altra), mi sarei aspettata una crescita del personaggio, tanto più che ha incontrato un personaggio fantastico come Sasha!

Meno male che c’è Sasha

Ho adorato Sasha, in un momento in cui avevo deciso di lasciare il libro è comparso lui e mi ha convinta a restare, in questo devo dare atto a Valerie Perrin che è stata brava, ha messo il personaggio giusto al momento giusto e ha messo il colpo di scena al momento giusto di modo che alla fine ho letto tutto il libro. Chapeau per questo, perché normalmente non finisco un libro che non mi piace, ma questo ha qualcosa che mi ha intrigato. Peccato per lo stile e la scelta di tecniche narrative che non ho apprezzato.

Ad ogni modo penso che sia un libro che ognuno deve leggere per farsi una propria idea, so che questa mia recensione mi attirerà le ire funeste di molti che hanno adorato questo libro, ma sapete se mi seguite che io dico sempre quello che penso sui libri che leggo, e non potevo mentire su questo solo perché è stato un caso editoriale e piace a tantissimi di voi. Accetto le vostre opinioni se avrete voglia di condividerle con me, magari mi farete cambiare idea! Come diceva Bertrand Russel “Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi” e io sono pronta a  non essere sicurissima! 

 

Titolo: Cambiare l’acqua ai fiori

Titolo originale: Changer l’eau des fleurs

Autrice: Valérie Perrin

Traduzione: Alberto Bracci Testasecca

Casa editrice: e/o

Pagine: 476

Titolo: Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde

Titolo originale: The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde

Autore: Robert Louis Stevenson

Traduzione: Luciana Piré

Casa Editrice: Giunti editore

Pagine: 144

Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson è certamente il romanzo per eccellenza del doppio psicologico, la storia di Doppelgänger (dualità della natura umana) più nota e famosa. La trama di questo romanzo è talmente nota che sono sicura che anche chi non l’ha letto la conosce, perciò non temo troppo gli spoiler. Prometto, tuttavia, che anche se ci fosse ancora qualcuno che non l’avesse letto (rimediate subito, correte a leggerlo!), sarò clemente e non vi rovinerò il libro. 

 

Che succede al Dottor Jekyll?

Siamo in una Londra cupa e misteriosa, Mr. Utterson, stimato avvocato appartenente all’alta borghesia londinese, è preoccupato per l’amico Dr. Jekyll, le cui frequentazioni paiono essere, di recente, poco raccomandabili. Il Dottor Jekyll, anch’egli facente parte dell’alta borghesia londinese, ne incarna tutte le qualità e le virtù. È un uomo magnanimo, un filantropo, un positivista, non accetta nulla che non sia corroborato dai fatti (e in questo mi ricorda molto Tempi Difficili di Charles Dickens), ha un’educazione ineccepibile, insomma, è un perfetto membro della società vittoriana. Pare dunque molto strano all’amico Utterson il comportamento degli ultimi giorni.

Jekyll si è fatto più cupo e silenzioso, quasi depresso, non invita più gli amici come un tempo, non si fa più vedere come prima. Tutto questo è iniziato con la strana frequentazione con quello che lui sostiene essere un nuovo amico, un tal Mr. Hyde. Chi ha avuto modo di vedere (o intravedere) Hyde, non riesce a descriverlo se non attraverso le impressioni che suscita. Hyde è un omofono di “hide” che in inglese significa nascondere, nascondersi e infatti Mr. Hyde deve rimanere nascosto, perché incarna il male (“pure evil”, il male assoluto), un istinto malvagio privo di ogni remora.

“L’altro me stesso”

Ma Hyde non è banalmente l’opposto di Jekyll, è una parte di lui, incarna le sue pulsioni represse, quelle che non mostra, che non può mostrare perché non si addicono ad una persona come lui, ma che esistono in lui e spingono sempre più per uscire. Essere Hyde per lui significa finalmente dare spazio alla trasgressione sociale, mentre rimanendo Jekyll sente sempre meno soddisfazione, sempre meno appagamento. Diventare Hyde gli provoca senso di colpa, vergogna, repulsione, ma prova anche una grande gioia, quella gioia data dall’essersi lasciato alle spalle la gabbia della religiosità. Si sente libero, felice alleggerito dal fardello della coscienza. Quando Hyde non c’è gli manca e questo lo rende depresso e sconsolato.

Tuttavia, l’altro se stesso, inizialmente piccolo e tarchiato, mano a mano cresce e rischia di prevaricare. Le trasformazioni sono sempre più involontarie. L’ultima trasformazione è per lui un disperato tentativo di liberazione.

Due facce della stessa medaglia

Jekyll appare a un tempo vittima e carnefice, buono e cattivo, ragione e istinto. Due facce della stessa medaglia, due lati dello stesso cubo, due volti della stessa anima.

Le due parti che si agitavano in me erano di una estrema serietà: ero parimenti me stesso sia quando, evitando ogni misura, sprofondavo nella vergogna, sia quando, alla luce del giorno, mi impegnavo nel progresso della scienza e nell’alleviare le sofferenze del mio prossimo.

Accanto al tema dell’identità sdoppiata e della prigionia, anche quello del progresso della scienza è cruciale nel romanzo di Stevenson, il quale cerca di collegare le aspirazioni sociali e morali con quelle scientifiche. Come accade, però, anche in Frankenstein, l’anelito verso la scienza finisce per portare a compimento un piano diabolico. In Frankenstein è un eccesso di hybris (quella tracotanza che porta a sopravvalutare le proprie forze) a portare lo scienziato a fare quello che ha fatto, in Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde è un eccessivo anelito al bene e all’irreprensibilità morale a portare Jekyll a servirsi della scienza. In entrambi i casi l’effetto sarà disastroso.

Furono la mia stessa persona e l’ascoltare la mia parte morale che mi insegnarono a riconoscere la precisa, primitiva dualità dell’uomo. Ho visto che il conflitto delle due nature nell’ambito della mia coscienza, anche se io potevo giustamente dire di essere o l’una o l’altra, aveva luogo perché, nel profondo, io ero entrambe.

La dualità dell’animo umano

La grande forza di questo libro sta proprio nel suo messaggio, che Stevenson convoglia con uno stile chiaro e asciutto, ed è così bravo che ci sono scene che anche a leggere questo libro nel ventesimo secolo si rischia di saltare sulla sedia (ad esempio quella dell’irruzione di Utterson nel laboratorio di Jekyll). Il messaggio (che da allora è stato ripreso da più parti) è che l’animo umano è duale, è un mix di buono e cattivo, di bello e brutto, di bene e male; separare le due parti è pressoché impossibile. È importante accettare questa dualità e nutrire la parte di noi che riteniamo la migliore, senza tuttavia dimenticare che esiste l’altra. 

Considero Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde come un must read, un classico da leggere assolutamente, quindi fatevi un grande regalo: leggetelo! 

La ragazza col turbante è un famosissimo quadro di Johannes Vermeer, pittore olandese vissuto nel diciassettesimo secolo dal quale prende spunto il romanzo La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier. Della vita di questo pittore si sa molto poco, cosa che rende questa storia ancora più affascinante. Non si sa chi fosse la ragazza che posò per Vermeer per questo quadro e la Chevalier ci regala una storia delicata e intrigante che ha per tema non solo l’amore, ma anche l’arte e la storia.

La trama

Griet ha solo sedici anni quando inizia a lavorare come serva nella casa del pittore Vermeer e della sua famiglia a Delft. La famiglia di Griet è povera da quando il padre ha perso il lavoro a causa di un incidente. Il padre faceva il decoratore di piastrelle finché un’esplosione del forno lo privò della vista e, di conseguenza, del lavoro. Lei è dunque costretta ad andare a servizio, anche se preferirebbe rimanere con la famiglia. Tra i suoi compiti c’è anche quello di pulire l’atelier del pittore avendo cura di non spostare nulla per non scatenare le ire dell’artista.

Griet è catturata dalla bellezza dei quadri di Vermeer, starebbe ore ad ammirarli.

Contemplai il dipinto ancora una volta, ma nel fissarlo così intensamente mi sembrò che qualcosa mi sfuggisse. Come quando si fissa una stella nel cielo notturno: se la guardi direttamente quasi non la vedi, mentre se la cogli con la coda dell’occhio appare molto più luminosa.

Poco alla volta, Griet si conquista la fiducia del pittore e ne diventa (segretamente bisogna dirlo!), l’assistente. Nulla le dava più gioia che aiutarlo a creare i colori, quegli stessi colori che sarebbero diventati splendidi quadri.

«Non è il quadro che è cattolico o protestante», spiegò, «ma chi lo guarda, e quello che si aspetta di vedere. Un quadro in una chiesa è come una candela in una stanza buia: serve a vedere meglio. È il ponte tra noi e Dio. Ma non è una candela protestante o cattolica. È una candela e basta».

Le difficoltà di Griet

Catharina, la moglie di Vermeer, non la sopporta e chissà cosa potrebbe succedere se, disgraziatamente, scoprisse che lei lo aiuta, che passa così tanto tempo in quel luogo a lei interdetto. Anche Tanneke, la fedele cameriera e cuoca della casa, non l’ha presa in simpatia, per non parlare di Cornelia, una delle innumerevoli figlie della coppia, che non perde occasione per fare a Griet dispetti e cattiverie. Per fortuna Maria Thins, madre di Catharina e vera signora della casa, è dalla sua parte e sarà lei ad aiutarla in più di un’occasione. Del resto, è lei che tiene le redini della casa ed è sufficientemente astuta da capire che da quando c’è Griet lui lavora più velocemente.

Tuttavia nulla potrà mai cambiare il fatto che Griet è solo una serva e nessuno accorrerà in sua difesa quando accadrà l’irreparabile. Griet potrà prendere una sola, definitiva decisione.

Mi sentivo anche in un certo senso delusa, sebbene non mi piacesse  soffermarmi su questo, perché avrei voluto che lui stesso parlasse a Catharina dell’aiuto che gli davo, dimostrando di non aver timore di dirglielo, ma anzi di darmi il suo appoggio.

Questo era quello che desideravo.

La ragazza con l’orecchino di perla

Il quadro di Vermeer aveva creato un certo scandalo all’epoca, soprattutto per due ragioni: la ragazza aveva posato con le labbra socchiuse e la seconda perché una ragazza povera, come doveva sicuramente essere lei, non avrebbe potuto e di conseguenza dovuto, indossare le perle.

«Bagnati le labbra, Griet».

Mi bagnai le labbra.

«Tieni la bocca un po’ aperta».

Rimasi talmente stupita da questo ordine che la bocca mi si aprì senza che lo volessi. Mi rimangiai le lacrime. Le donne virtuose non si fanno vedere con la bocca aperta, nei quadri.»

L’autrice ha sicuramente fatto un gran lavoro storico e ci regala una storia bella, scritta con una delicatezza che rende la mancanza di colpi di scena una non mancanza. Perché no, non ci sono colpi di scena in questo libro, perché non servono, la storia va avanti lentamente (si potrebbe dire), ma la delicatezza con cui vengono raccontati gli eventi è talmente bella e piena che non c’è bisogno di suspense o colpi di scena. Può sembrare che non accada nulla e invece accade tutto, soprattutto in termini di crescita dei personaggi, di arte, di storia. 

Vi consiglio, se non l’avete fatto, la lettura di questa bellissima storia!

 

Titolo: La ragazza con l’orecchino di perla

Titolo originale: Girl with a Pearl Earring

Autrice: Tracy Chevalier

Traduzione: Luciana Pugliese

Casa editrice: Neri Pozza

Pagine: 237