Il Brasile è una terra magica e misteriosa, che mi ha sempre suscitato molto interesse e molta curiosità. Questo è il secondo romanzo che leggo di Jorge Amado, dopo Dona Flor e i suoi due mariti, che mi aveva conquistato grazie alla maestria del suo autore nell’uso delle parole, nelle descrizioni, nella creazione di situazioni e personaggi magici e irresistibili. Se volete approfondire, trovate una bella recensione di questo romanzo qui

Il Brasile visto con gli occhi di Amado

Quando leggo un secondo libro di uno stesso autore mi ci approccio sempre con un po’ di diffidenza. Mi chiedo: sarà all’altezza del precedente? Faccio bene a leggere anche questo? O perderò un po’ di stima dell’autore? Dopo aver letto Teresa Batista stanca di guerra posso dire che Amado non delude. Questo romanzo non arriva ai vertici di Dona Flor e i suoi due mariti, ma riesce comunque a regalarci un affresco della cultura brasiliana con tutti i suoi personaggi sfaccettati e colorati, le sue tradizioni, le sue magie.

Il romanzo è ambientato nella regione ai margini del Rio Real, al confine tra lo stato di Bahia (già protagonista di Dona Flor e i suoi due mariti) e quello di Sergipe, in un’area abitata da “mulatti e meticci che parlano poco e fanno molto”. Teresa Batista è una donna bellissima (come tutte le donne di Amado) una donna dalla pelle color del rame e gli occhi nerissimi. Orfana di padre e di madre, viene “adottata” dalla zia Filipa, sorella della madre. La sua infanzia scorre abbastanza serena sino a quando la zia la vende, tredicenne, al capitano Justiniano Duarte da Rosa per millecinquecento milreis, un buono d’acquisto per lo spaccio del capitano e un anello con una pietra di vetro colorato.

Il capitano Justo è un uomo terribile, ricco e irascibile che si circonda di una banda di capanga (guardie del corpo) ed è implicato in una serie di loschi affari. Temuto da tutti, ha un debole per le ragazzine, per non dire bambine. Al collo porta un’inquietante collana di anelli d’oro, uno per ogni bambina deflorata prima dei quindici anni. Una collezione agghiacciante. Teresa è l’anello numero diciotto. La ragazzina, dopo un inizio recalcitrante di ribellione, diventa la sua schiava, mansueta e obbediente, fa tutto quello che il capitano le chiede.

“È possibile piangere per altri motivi che non siano il dolore delle botte, l’odio impotente, l’incontrollato terrore? Esistono, oltre a queste, altre cose nella vita? Non lo saprebbe dire, lei aveva trangugiato solo la parte brutta; peste fame e guerra, la vita di Teresa Batista.”

Dal Capitano al Dottore

In una narrazione frammentaria, ma appassionata, fatta di flashback, cambi di ritmo e cambi di narratore, Amado ci racconta come Teresa sia riuscita a passare dalla casa del capitano a quella del dottor Emiliano Guedes, il padrone dello zuccherificio, un uomo ricco e potente che la toglie dal bordello e ne fa la sua mantenuta. La vita di Teresa cambia totalmente in compagnia del dottore, lui la fa diventare una signora e lei con lui impara cosa siano la tenerezza e l’amore. Con lui Teresa Batista diventa una donna.

“Il dottore vedeva che la ragazzina possedeva la materia prima necessaria, ossia bellezza, intelligenza, fermezza, quel fuoco nei suoi occhi neri, per farne un’amante ideale: era simile a un diamante grezzo ancora da lapidare, era una bambina che doveva essere trasformata in donna.”

Trovo il personaggio del dottore molto interessante, un uomo che da un lato è forte e deciso, un leader spesso arrogante e inflessibile, ma dall’altro mostra, con Teresa, un lato fragile, una debolezza che deriva da un senso di delusione e di solitudine. Un uomo che, nonostante il potere e i soldi, è infelice e solo.

Teresa e il maschilismo

Teresa oltre che bellissima e sensuale è anche onesta, sensibile, intelligente e leale. Una donna eccezionale, come tutte le donne di Amado, quasi una divinità.

Dopo la morte del dottore, Teresa torna a fare la vita e diventa anche ballerina di samba in un cabaret, dove conosce Januario Gereba, detto Janù, capitano di saveiro arrivato ad Aracajù per caso. Teresa se ne innamora, ricambiata, ma lui è sposato. È quindi un amore destinato a non poter essere vissuto. L’ennesimo brutto colpo nella vita, già provata, di Teresa.

Il libro è intriso di quel maschilismo che probabilmente pervadeva la cultura brasiliana degli anni Settanta, una cultura in cui la donna occupava un ruolo non solo marginale, ma soprattutto sottomesso.

Teresa stessa, nel periodo in cui vive con il dottore, si sente costantemente in debito verso di lui, prova un’enorme gratitudine verso di lui, al punto tale da accettare di sacrificare per lui la vita che ha in grembo. Lei è sempre un gradino sotto di lui, sempre in qualche modo sottomessa, anche se in misura diversa naturalmente da quanto succedeva a casa del capitano. Il dottore la tratta bene, la fa sentire come una donna, le porta regali e la ama dolcemente. Ma lei non è una sua pari, lei è pur sempre la sua mantenuta.

Il ruolo delle prostitute

Ad un certo punto, però, Amado ribalta i ruoli e destabilizza. Accanto alle crude pagine in cui descrive la condizione di schiava sessuale di Teresa Batista a casa del capitano Justo, troviamo anche pagine poetiche nelle quali le prostitute, guidate proprio da Tersa Batista, curano le persone dal vaiolo, mentre gli uomini sono diventati dei timorosi impotenti.

“In quei giorni tutti i maschioni si erano trasformati in froci, erano scomparsi; così la virilità passo a loro, le puttane, la vecchia e la ragazzina.”

E mentre le donne distinte di città e le mogli di ricchi imprenditori o funzionari si dedicano allegramente al passatempo dell’adulterio, mostrando tutto il loro lato perverso e gaudente, le puttane vengono innalzate al rango di comuni cittadine per un giorno grazie allo “sciopero del canestro”, libere dal lavoro le vediamo passeggiare per la città, fidanzate e madri amorevoli. Questo ribaltamento dei ruoli scombina, mescola le carte in un gioco che poi vede le prostitute come personaggi positivi. A volte persino delle eroine, simbolo di quella parte di popolo che sta in basso nella scala sociale e che sfida la società borghese.

Simbolo del popolo brasiliano

Alla fine scopriamo che Teresa altro non è che il simbolo del popolo brasiliano, come dice lo stesso Amado. Ancora in piedi nonostante le botte, le ingiustizie e le sofferenze.

“A chi assomiglia Teresa Batista, tanto maltrattata dalla vita, tanto stanca di sconfitte e di sofferenze e malgrado tutto ancora in piedi con tutto il peso della morte sulle spalle disputando a quella maledetta un bambino affinché viva? […] Teresa Batista assomiglia al popolo e a nessun altro: al popolo brasiliano così rassegnato, mai sconfitto. Che quando lo credono morto, risorge ancora dalla bara.”

Amado ci fa passare attraverso la violenza e il dolore per farci capire da dove abbiano origine la sofferenza del popolo brasiliano e la sua indifferenza verso alcune prove della vita (come il vaiolo), ma anche come, nonostante tutto, questo popolo sia attaccato alla vita, alla danza, all’amore e alla speranza. E Teresa Batista diventa simbolo proprio di questo; il finale, forse un po’ scontato, è il simbolo della speranza sempre viva in questo popolo.

Leggete questo romanzo e ditemi se dopo non amate il Brasile un po’ di più!

Titolo: Teresa Batista stanca di guerra

Autore: Jorge Amado

Traduzione: Giuliana Segre Giorgi

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 540

È la storia della vita, del percorso spirituale e di emancipazione di una donna agli inizi del secolo scorso. Si tratta di un romanzo fortemente autobiografico ed è considerato uno dei primi romanzi femministi italiani.

Da nord a sud

La protagonista vive un’infanzia felice, protetta da un certo agio e dal rapporto col padre, per il quale prova un’autentica adorazione. Quando la famiglia si trasferisce in un piccolo paesino del sud Italia, la protagonista inizia a sperimentare le differenze di mentalità rispetto alla città dalla quale proveniva. Il padre forma il suo carattere, mentre lei ha un atteggiamento distaccato, quasi di disprezzo nei confronti della madre. Pochi legami anche con i fratelli. Il suo faro è il padre, ma il rapporto con lui si deteriorerà col tempo, provocando una grande sofferenza nella protagonista.

Inizia a lavorare molto presto nella fabbrica di cui il padre è direttore e lì incontra quello che sarà il suo futuro marito, un ragazzo di provincia dalla mentalità ristretta.

Amore e solitudine

La sua vita cambierà radicalmente con il matrimonio e con esso inizia anche la sua sofferenza. Da questo momento in poi, la scrittrice narra la drammaticità della sua solitudine morale.

“Io compresi per la prima volta tutto l’orrore della mia solitudine, sentii il gelo de’ miei vent’anni privi d’amore, e piansi un lungo pianto desolato e selvaggio, cessato il quale seppi la misura della mia miseria.”

Il libro è denso di tematiche molto importanti per l’epoca: il socialismo di provincia, i rapporti industriali e i contrasti tra nord e sud, i primi periodici femministi, le voci di vari personaggi più o meno intellettuali, i movimenti per i diritti, la comparsa delle prime scrittrici professioniste, la nuova coscienza femminista. Il tutto visto con i giovani occhi di una donna semplice e spontanea, forse anche un po’ ingenua.

Attraverso passaggi anche molto dolorosi arriva a compiersi il destino di questa donna, la sua ribellione nei confronti di un mondo maschilista che considerava la donna una schiava. In queste pagine troviamo narrato il prezzo dell’emancipazione e dell’indipendenza, le sofferenze e l’agonia di una donna costretta a una scelta difficilissima. C’era forse un’alternativa? Avrebbe potuto scegliere diversamente?

Cosa avrei fatto io al suo posto?

Ho letto molto in merito a cosa avrebbe dovuto fare e come avrebbe potuto farlo. Molti pensano di sapere cosa sarebbe stato meglio e si sentono in diritto di risentirsi della sua scelta. Tuttavia, quello era un momento storico particolare, a cavallo tra due secoli  nel quale c’era sì un movimento culturale e sociale, e idee femministe iniziavano a prendere lentamente piede anche in Italia, ma che era ben lontano dalle conquiste storiche per la donna come il diritto al voto, il divorzio, l’aborto. Io mi chiedo, in quel particolare momento storico e con quelle particolari condizioni, avrei avuto io, avremmo avuto noi la forza di fare quello che pensiamo avrebbe dovuto fare lei? Non credo che la risposta sia così facile.

Una testimonianza

Questo libro non è un romanzo avvincente, non è pieno di colpi di scena e di mistero. È una testimonianza vera, cruda e sincera della situazione e della condizione di una donna, e del suo affrancamento, costatole carissimo. Una libertà conquistata anche attraverso la riabilitazione del rapporto con una madre che aveva sempre disprezzato.

Il ritmo del libro è lento e anche quando accadono cose molto gravi, come lo stupro, la Aleramo non fornisce molti dettagli, il lettore intuisce quello che è successo, ma non è esplicitato. Eppure lo stupro ha condizionato pesantemente tutta la vita della protagonista, le ha impedito di godere appieno dell’amore, come avrebbe avuto bisogno di fare. Perché lei ha bisogno di amore, come una pianta della sua linfa vitale.

“Perché non avrei potuto essere felice un istante, perché non avrei dovuto incontrare l’amore, un amore più forte di ogni dovere, di ogni volere? Tutto il mio essere lo chiamava.”

La Aleramo ha uno stile semplice ma elegante, fa largo uso di parole che nella lingua attuale sono desuete e possono apparire a volte arcaiche, ma non presentano difficoltà di comprensione.

Femminicidio

Molte cose sono cambiate dal 1906, anno di pubblicazione di questo libro, la donna ha ottenuto molto, ma ci sono cose che sono rimaste immutate e la donna ha ancora molte battaglie da combattere. Basti pensare che abbiamo dovuto creare una parola nuova, femminicidio, per indicare un tipo di reato e di violenza specifico, che è diverso dall’omicidio. Vi rimando per questo a questo bell’articolo, dove, oltre a essere spiegata la parola femminicidio, ci sono anche i numeri di quest’anno, per far capire a portata che il fenomeno ancora ha, cliccate qui per leggerlo. 

Credo che sia importante leggere libri come questo e soprattutto in un anno come quello che viene, che molto dedicherà a questo argomento, sia a livello scolastico che di cittadinanza, penso sia utile rispolverare questa testimonianza.

 

 

 

 

Titolo: Una donna

Autrice: Sibilla Aleramo

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 172

Questo libro e il suo autore sono stati per me una scoperta. Confesso che, pur amando molto i romanzi distopici, non avevo mai letto prima qualcosa di Aldous Huxley, e ora dovrò recuperare il tempo perduto.

Il mondo nuovo (Brave New World) appartiene alla tradizione del romanzo distopico novecentesco, conosciuto ai più soprattutto attraverso il 1984 di George Orwell (di cui trovate una buona recensione di Erigibbi qui). Tuttavia, questo non è un semplice romanzo distopico. È la critica aspra e pungente dell’autore alla società consumista e votata al materialismo di cui già allora (siamo nel 1932) si vedevano gli effetti. Infatti, è considerato “la più potente denuncia della visione scientifica del mondo mai scritta”. È una profezia di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi proprio oggi. Ed è la tremenda visione di un futuro nel quale gli esseri umani sono privati della libertà e di ogni libero arbitrio, e la loro vita è decisa da una catena di montaggio. La differenza con la maggior parte degli altri romanzi distopici è che qui non c’è violenza, né imposizione con la forza, come invece accade, per esempio, in 1984.

Non solo distopia

Il romanzo è ambientato nell’anno Ford 632, che corrisponde grosso modo all’anno 2540 del nostro sistema di datazione. Siamo in una società governata da uno Stato mondiale nella quale Henry Ford è il nuovo Dio. Il fattore più importante in questa società, come si capisce già dal primo capitolo, è la stabilità: i cittadini devono essere sani e felici, in modo da garantire la stabilità allo stato. Diversamente da quanto accade in altri romanzi distopici, Huxley non utilizza l’espediente letterario di un viaggio nel tempo o nello spazio ad opera di un viaggiatore che poi racconta la sua storia. Al contrario, il lettore viene catapultato direttamente nel nuovo mondo, senza che Huxley dia spiegazioni al lettore su dove e quando questi fatti accadano. All’inizio del libro, ci troviamo in “un edificio grigio e pesante di soli trentaquattro piani”, che scopriamo chiamarsi “Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale”. L’edificio viene descritto dettagliatamente e scopriamo che si tratta del luogo dove vengono messi in atto i principali meccanismi di controllo sociale: il processo di fertilizzazione e incubazione dei futuri esseri umani e il processo di condizionamento, anche attraverso l’ipnopedia. Veniamo accompagnati all’ interno delle varie sale dell’edificio insieme a un gruppo di studenti in un tour guidato, dove riceviamo spiegazioni dettagliate di come avviene il processo di fertilizzazione e incubazione, e anche di come avviene il condizionamento. Sì, perché gli esseri umani vengono condizionati nel modo che più è conveniente alla stabilità dello stato.

Condizionamento e manipolazione del cervello

Le tecniche di manipolazione del cervello e di condizionamento sono così sofisticate che le persone sono portate ad amare la loro vita e tutto quello che hanno e fanno. Ognuno è condizionato ad essere felice esattamente della condizione in cui è. La stabilità sembra essere l’obiettivo più importante, tutti hanno un lavoro ci sono divertimenti e svaghi alla portata di tutti. Stare soli non è previsto, e per tutte le situazioni spiacevoli ecco pronta una bella dose di soma, droga di stato che aiuta a non provare dolore o infelicità.

Piano piano, entriamo in questa società votata al consumismo e all’edonismo, una società che ha eliminato il dolore e la sofferenza, una società basata sulla manipolazione genetica e nella quale tutti gli esseri umani nascono in provetta in una catena di montaggio. Scopriamo personaggi come Mustapha Mond, uno dei dieci Governatori del mondo, Lenina Crowne, Bernard Marx che ci fanno vedere la società da diverse prospettive.

Una società perfetta?

Con il suo tono satirico e la sua ironia, Huxley ci descrive una società apparentemente perfetta. Ma forse non è proprio così. Con Bernard Marx scopriamo il primo personaggio a non essere veramente felice; al contrario, è malinconico, si sente inferiore, prova risentimento. Tuttavia, in lui non c’è nessuna vera ribellione, nessuna protesta. Pertanto la stabilità dello stato è salva. Almeno fino all’arrivo di John, il Selvaggio, che rappresenta il vero contrasto con la società del mondo nuovo, soprattutto a causa del fatto che non è stato condizionato. John non ha l’apparenza di un vero selvaggio, non assomiglia agli altri che vivono nella riserva, è bianco di carnagione, con gli occhi azzurri e molto più civilizzato di loro. Ama Shakespeare e vive nella riserva da emarginato. Quando arriva nel Mondo Nuovo, di cui la madre gli ha tessuto così tante lodi, rimane deluso. Vorrebbe cambiare le cose, ma anche lui sarà un ribelle solo a metà in questo mondo di agio e benessere, dove tutti stanno bene e sono felici, non invecchiano e non si lamentano.

Il dialogo tra Mustapha Mond e il Selvaggio che precede la scena finale del romanzo è una delle parti meglio scritte e più coinvolgenti di tutto il romanzo. Solo quella varrebbe l’acquisto del libro.

La lingua

La straordinaria abilità di Huxley sta non solo nella capacità profetica di prevedere gli effetti della scienza e della tecnologia, ma anche e soprattutto nell’uso della lingua, elemento chiave per comprendere il messaggio che l’autore ha voluto darci. Huxley ha scelto un linguaggio denso di ironia e acuto umorismo, satirico e diretto, fatto di giochi di parole e neologismi che a volte spiazzano il lettore. Sceglie anche di dare nuovi significati a parole note e questo stupisce e diverte. Huxley è un maestro nello sfruttare la curiosità che ha abilmente stimolato nel lettore per dare maggior effetto alla sua critica. Certo, alcuni aspetti avrebbero potuto essere approfonditi di più e a John Huxley avrebbe potuto dare una terza scelta (come lui stesso ammette in Brave New World Revisited). Ciononostante, questo romanzo rimane un capolavoro della letteratura distopica e non solo.

Leggere in lingua originale

Consiglio, per chi lo può fare, la lettura in lingua originale, che permette di godere appieno dell’acume e dell’ironia di Huxley, e del suo talento letterario. Gli slogan ipnopedici sono sapientemente costruiti in rima, cosa che si perde nella traduzione in italiano, i giochi di parole sono spesso difficilmente traducibili. La lettura in lingua originale rende l’esperienza unica.

Per chi non possa leggere il libro in inglese, consiglio comunque di leggerlo, perché ritengo sia un must della letteratura mondiale. Ritengo, inoltre, che dovrebbe anche essere fatto leggere ai ragazzi a scuola, per una maggiore consapevolezza e apertura.

Titolo: Il Mondo Nuovo. Ritorno al Mondo Nuovo.

Autore: Aldous Huxley

Traduzione: Lorenzo Gigli per Il Mondo Nuovo e Luciano Bianciardi per Ritorno al Mondo Nuovo

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 344

La trama

Siamo nella primavera del 1992, in una cittadina della Bosnia nord-orientale, Prijedor divenuta poi tristemente famosa per i suoi campi di concentramento e di sterminio. A Prijedor vivono cinque amici tredicenni: Jelena, ragazzina serba dal fisico atletico e dagli occhi nerissimi, che abita con la nonna e con un Lupo, Vuk, in una casa lungo il fiume; Emina e Faris, due gemelli di famiglia musulmano-bosniaca, che di islam però non sanno nulla, in quanto famiglia non praticante; Zlatan, appartenente ad una famiglia di serbi ultranazionalisti seguaci di Karadžić; e infine Milorad, detto Milo, un ragazzone di 1 metro e 85 per 90 kg, dotato di una forza prodigiosa, ma con una mente molto semplice e un problema di balbuzie. 

I cinque ragazzi sono molto amici e sono soliti incontrarsi lungo il fiume, a casa di Jelena, costretta a crescere in fretta dopo la morte della madre e la fuga del padre.

Jelena ha un carattere forte e deciso, ha domato Vuk che la considera il suo capobranco e le è fedele come un cane. È solita cacciare piccoli animali con la sua fionda, che usa con una precisione impeccabile e ha una moto con sidecar, lasciatale in eredità dal padre.

Zlatan è un ragazzino sveglio e solare, con una buona parlantina e una testa di capelli lunghi e ricci, costretto, suo malgrado, a convivere un padre e un fratello, Tomislav, detto Tomo, di cui non condivide le idee: in fondo essere serbi o musulmani non ha alcuna importanza per lui. E poi, se la pensasse così non potrebbe accettare che il suo cuore batta così forte quando si trova vicino alla dolce e bellissima Emina.

Milo e la sua mazza da baseball sono inseparabili, Zlatan pensa che Milo con il suo fisico dovrebbe dedicarsi al pugilato, ma lui ama il baseball e il suo gruppo di amici per lui è tutto. Loro lo proteggono anche dai compagni che si burlano di lui, perché è una mente troppo semplice e un cuore troppo buono. Nonostante la stazza non farebbe male a una mosca.

Sono tredicenni come tanti, con le loro passioni, gli amori e gli umori, la scuola, gli amici, la famiglia. Ragazzi come tanti, appunto. Fino a quella maledetta primavera del 1992. È l’anno che segna uno spartiacque per la Bosnia. E si percepisce. C’è qualcosa nell’aria. Qualcosa sta cambiando. Il cielo sta diventando nero. Ancora non si riesce a capire cosa sia, ma si comincia a vedere gente strana, uomini russi e serbi arroganti e prepotenti. Chi sono? Cosa sta per succedere?

“L’odio è l’unico rifugio dove trovare riparo per evitare di venire schiacciati dalla vergogna” 

I campi di concentramento e le torture

La storia che raccontano Leone e Zanon è di fantasia, ma la cornice nella quale è ambientata è reale, anzi realissima. Se Jelena, Milo, Emina, Faris e Zlatan sono personaggi di fantasia, non lo è a guerra, non lo è la pulizia etnica, e non lo sono i campi di concentramento di Trnopolje e di Keraterm, e il campo di sterminio di Omarska.

È la primavera del 1992 quando a Prijedor si scatena l’inferno. Inizia la pulizia etnica, la serbizzazione dell’area. E iniziano a funzionare i terribili campi di concentramento. Una pagina nera della storia della ex-Jugoslavia: i campi di Prijedor, dove sono state detenute, torturate e uccise circa tremila persone, erano strumenti importanti del progetto di pulizia etnica, parte integrante del quale era lo stupro etnico ai danni di donne e bambini, ma a volte anche di uomini non serbi. L’umanità che si disumanizza, persone che diventano macchine per uccidere, senza pietà.

“Del resto, nessuno di loro era lì per servire davvero una causa. La religione. L’etnia. Tutte menzogne. Solo scuse. Erano lì per esercitare il potere. Per quel brivido che ne derivava. Per essere onnipotenti. Immortali, addirittura, fosse anche per qualche giorno. E ricchi.”

E il potere lo hanno esercitato senz’altro, e piuttosto indisturbati, soprattutto dopo che l’allora segretario delle Nazioni Unte Boutros Boutros-Ghali aveva negato l’invio di caschi blu nell’area di Prijedor. La comunità internazionale finge di non sapere e intanto i non serbi vengono sterminati. I numeri parlano da soli: nella sola zona di Prijedor “oltre trentamila persone internate, oltre cinquantamila perseguitate a vario titolo, 3.173 civili uccisi, tra cui almeno 102 minori e oltre 250 donne, ma i numeri sono quasi certamente più pesanti.” Numeri pesanti, ingiustizie perpetrate nella più totale impunità e per le quali centinaia, forse migliaia di persone non hanno ancora pagato. La giustizia non ha offerto che le briciole ai sopravvissuti.

Leone e Zanon riescono in un’impresa decisamente ardua, scrivere di questi avvenimenti così truci in modo tale che anche i più giovani possano leggerne. Sì, perché questa è letteratura per ragazzi, in cui i protagonisti sono ragazzi, che in una sola stagione sono costretti a diventare adulti. Le loro vicende tengono il lettore col fiato sospeso, commuovono e alla fine ci scopriamo tutti a sostenerli, a sperare con loro, a piangere con loro, a chiederci insieme a loro se abbia un senso quello che stanno facendo. E rimaniamo con loro fino alla fine della storia, che è tuttavia solo l’inizio del dramma della Bosnia-Erzegovina.

Luca Leone e Daniele Zanon

Daniele Zanon è regista e sceneggiatore, e lavora costantemente a contatto coi ragazzi, sia a scuola, che in contesti più critici come i carceri minorili e le comunità di recupero. La sua esperienza è sicuramente un valore aggiunto a questo libro.

Luca Leone è un giornalista esperto di Balcani, che ha fatto tantissima ricerca sul campo. È autore di libri che sono testimonianze importantissime nell’ambito delle guerre nella ex Jugoslavia, quali ad esempio Visegrad. L’odio, la morte, l’oblio, Stebrenica. I giorni della vergogna, Bosnia express, I bastardi di Sarajevo. Grande conoscitore dei Balcani e della loro storia, in questo libro ha superato i suoi confini di documentarista e portatore di testimonianze, per entrare nel campo della letteratura e lo ha fatto con ottimi risultati.

Mi auguro che questo libro finisca sui banchi di scuola, perché di questo se ne discuta in classe, perché è importante che anche i ragazzi sappiano quello che è successo in un luogo e in un tempo così vicini a ni. Perché, come dice lo stesso Leone in Visegrad. L’odio, la morte, l’oblio:

“Non sapere non è né un delitto, né un diritto. Non voler sapere è il peggiore dei delitti.”

 

 

Titolo: Tre Serbi, Due Musulmani e Un Lupo

Autori: Luca Leone, Daniele Zanon

Casa Editrice: Infinito edizioni

Pagine: 294

Questo è il primo romanzo che leggo di Marcela Serrano e non ne sono rimasta affatto delusa, tutt’ altro! Per chi, come me, ha amato da ragazzina Piccole Donne, questo romanzo è sia un tuffo nel passato che una piacevole scoperta. Il romanzo è un remake del libro della Alcott in chiave più moderna e sudamericana. Le protagoniste sono quattro cugine che trascorrono tutte le estati insieme, come sorelle, all’ ombra di una zia eccentrica e anticonformista la quale dà loro tutto ciò di cui hanno bisogno. Sono figlie uniche di quattro fratelli e le loro estati alla Casa del Pueblo sono la parte migliore delle loro vite, quella più viva e vera. Siamo in Cile, per la precisione in una zona non ben definitiva del sud del Cile, “prima di arrivare al vero Sud cileno, quello maestoso, possente, drammatico, esplosione della natura, c’era un Sud annacquato, più vicino e meno verde, meno azzurro, meno bagnato, un Sud che non si schiantava mai contro il cielo”.

Meg

Ognuna delle quattro cugine è una “piccola donna” e le loro vite e le loro personalità le rispecchiano. Nieves è Meg, la cugina maggiore, quella che più di tutte ha goduto dei privilegi della Casa del Pueblo. È bella, dotata di un garbo e una grazia innati, lunghi capelli biondi e occhi verdi, “l’angioletto della segheria”. Il suo sogno è sposarsi e avere una bella casa e tanti bambini. È una romanticona per la quale l’amore è la cosa più importante.

Jo

Ada è Jo, vivace e irrequieta, sogna fin da piccola di viaggiare e stare in mezzo ai libri. Vuole godersi la vita.

“Dovendo scegliere, preferiva una notte insonne a una mattina pietrificata e preferiva l’inquietudine all’autocompiacimento.”

Ha un legame molto stretto col cugino Oliverio, ha abitudini austere e un distacco da ciò che è superfluo. È la meno bella tra le cugine, una ragazzina maschiaccio, poco appariscente. Priva del concetto di vanità, si è sempre sentita soffocare nel suo essere donna. Ha una forte vocazione letteraria, è da sempre un’accanita lettrice e combatte da sempre con le sue zone d’ombra.

“La letteratura ti pone dall’altra parte della vita,gli spiegava, o forse mi sbaglio e ti colloca proprio nel cuore della vita, comunque in nessun caso ti confina nella normalità, nelle anguste strettoie del quotidiano.”

Ma dove può trovar posto l’amore in questa vita di desiderio e trasgressione, di vagabondaggi e fughe?

Beth

Luz è Beth, la più dolce e la più buona delle cugine. Forse anche la più fragile. O forse no. Esile e bruttina, osserva tutto dal suo angolo. È dal suo punto di vista che tutta la storia è narrata.

“Ho imparato fin da subito a disprezzare i valori di questo mondo, gli stessi che colmavano di ambizione ogni cellula, ogni neurone delle mie cugine: la bellezza, il talento, la fortuna. Mi parevano effimeri. E complicati. Ho scelto la bontà.”

Il suo sogno è alleviare le sofferenze altrui, cosa che cerca di fare in Africa. La sua esistenza votata agli altri la porta a trascurare se stessa. La sua breve vita è costellata di buone azioni, ma cosa prova nel profondo del suo animo? Cosa sarebbe successo se quella volta… ? Ma il senso di colpa è sterile, e indietro non si torna. Mai.

Amy

Lola è Amy, bella, intelligente, ambiziosa, portata per la pittura, socievole e civettuola. Il suo sogno è di essere ricca e adorata dagli uomini. Fin da piccola è vanesia  consapevole della sua femminilità, tutta pizzi, nastrini e fiocchetti. Determinata a diventare ricca, indipendente e di successo non si ferma davanti a nulla, perché si è sempre creduta invincibile e immortale.

“Ma se la sua vita è stata un susseguirsi di successi, allora perché le ferite fanno ancora male? Che cosa aspettano a cicatrizzarsi, eh? A che cosa tentano di aggrapparsi le sue mani tremanti?”

Nell’infanzia si è sentita schiacciata da Ada ed è arrivata anche ad odiarla. Perché Lola è una che porta rancore. Dove la porteranno alla fine la sua ambizione e il suo rancore?

Queste ragazze ci conquistano, ognuna a modo suo, ognuna con la propria personalità e le proprie peculiarità, e credo che sia inevitabile per noi lettrici identificarci con una di loro. Io sono senz’altro Ada, mi ci sono riconosciuta in tantissime caratteristiche, non solo la passione per la lettura e la scrittura, ma anche per l’inquietudine, per quel suo essere un po’ maschiaccio, per la fragilità che nasconde dietro la sua spavalderia.

E voi che cugina siete? Se ne avete voglia, raccontatemelo nei commenti qui sotto e buona lettura!

Titolo: Arrivederci Piccole Donne

Titolo originale: Hasta Siempre Mujercitas

Autore: Marcela Serrano

Casa editrice: Feltrinelli

Traduzione: Michela Finassi

Pagine: 238

Mario e Guido. Un’amicizia nata sui banchi di scuola in un periodo in cui “mi sembrava che il tempo passasse con una lentezza incredibile”, per dirla con le parole dello stesso Mario. I due sono molto diversi, così diversi da rendere questa “la storia di un personaggio solo, che dà un nome diverso a ognuna delle due parti che formano il suo insieme”, come scrisse lo stesso De Carlo.

Mario e Guido

Mario è un ragazzino timido che odia la sua vita, ma non abbastanza da trovare la forza di cambiarla. Non ha grandi legami con gli altri compagni di classe e conduce una vita piuttosto solitaria e monotona.

Guido è un ragazzino dai capelli biondastri e gli occhi chiari, uno sguardo “da ospite non invitato”. È diverso dagli altri ragazzi e per questo non lega molto con loro.

Tra i due si stabilisce fin da subito una complicità simile a quella che c’è negli sport a due: Mario fa da secondo a Guido, molto più carismatico di lui. Inizialmente non si vedono mai al di fuori della scuola, dove Guido è corteggiato dalle compagne di classe e invidiato dai compagni. Lui, dal canto suo, era “incurante nei confronti degli standard a cui tutti cercavano di attenersi con tanto sforzo”. È un ragazzo molto riservato e questo crea fin da subito una sorta di barriera tra i due, impedendo una condivisione profonda dei loro sentimenti.

Mario è timido e impacciato e segue Guido come modello, perché rappresenta tutto ciò che lui vorrebbe essere. Ma il rapporto è ancora un rapporto a metà, non sanno nulla l’uno del background dell’altro, fino a che un giorno Guido racconta a Mario la verità sulla sua famiglia, sciogliendo i nodi e togliendo finalmente i filtri.

Un’amicizia lunga una vita

La loro amicizia passa attraverso gli scioperi e le proteste della fine degli anni Sessanta, attraverso le ragazze, la politica, i viaggi, e tra avvicinamenti e allontanamenti arriva fino agli anni Ottanta. Sono come i due lati di una stessa moneta, hanno bisogno l’uno dell’altro; Mario ha bisogno di Guido perché lo stimola e Guido ha bisogno di Mario perché lo argina. L’altro permette loro di essere se stessi.

Mi capitava di identificarmi con lui, dalla mia posizione così più protetta, vedere le  sue lettere come proiezioni di una parte di me che per paura e mancanza di talento non avevo mai sviluppato”.

Un legame solido che resiste agli urti della vita, anche se tra loro ci sono sempre stati sentimenti sospesi, una serie di non detti che si accumulano negli anni, fino a far quasi invertire i ruoli. Guido non è forse così sicuro come è sempre sembrato, il suo istinto non è forse così infallibile, anche lui è assalito dai dubbi.

Aveva bisogno di una ragione specifica di rabbia, per dare spazio alle sue qualità

Guido sembra essere preso da una sorta di paralisi che molto ricorda quella dei personaggi di Joyce, pur se per Guido non si traduce in incapacità di lasciare la propria città natale (Milano, altrettanto paralizzata della Dublino di Joyce), ma in una sorta di legame con quella città che gli impedisce fino alla fine di abbandonarla completamente.

Milano è la città in cui cresce anche l’autore, che quindi la conosce bene e la descrive con dovizia di particolari. Guido è forse un po’ De Carlo? Impossibile non pensarlo, ma anche Mario lo è in parte. Come detto, due facce della stessa moneta. De Carlo ha frequentato il liceo classico a Milano e poi la facoltà di lettere; ha soggiornato in Australia e negli Stati Uniti, per poi stabilirsi in campagna. È il prolifico autore di romanzi come Treno di Panna, Pura Vita, Uto.

L’autore

Ho scoperto tardi De Carlo e questa sua piccola perla che è Due di Due,  e devo ringraziare il mio compagno per questo, il quale mi ha messo in mano questo romanzo, con un perentorio: “Leggilo!”. E ora che l’ho letto devo confermare che aveva assolutamente ragione, questo libro mi ha fatto entrare in un vortice di emozioni, ricordi e lacrime.

L’abile penna di De Carlo ci conduce per le vie di Milano, con i suoi fumi e i suoi rumori, passando attraverso le campagne umbre con le stagioni a scandire la vita, in un continuo contrasto con una città che fa molto pensare ai toni nero-grigiastri della Coketown di Dickens nel suo Hard Times. De Carlo ha uno stile preciso e dettagliato, che porta il lettore dentro la storia, sviscerandone anche gli angoli più remoti e bui. È una lettura scorrevole, ma toccante, densa di emozioni e di profondità, che sicuramente fa venire voglia di scoprire anche altre  opere di questo autore.

Titolo: Due di Due

Autore: Andrea De Carlo

Casa Editrice: Bompiani

Pagine: 389

Era da quando frequentavo i primi anni delle superiori che non leggevo più Agattha Christie. A lei devo moltissimo, perché se si escludono i grandi romanzi come Piccole Donne e I ragazzi della via Paal, lei è stata colei che veramente mi ha fatto appassionare alla lettura, è stata la prima vera scrittrice che ho amato e grazie a lei ho iniziato a leggere con regolarità. Non le sarò mai abbastanza grata per avermi aperto le porte di un mondo così straordinario come quello dei libri. Nonostante tutto il suo merito, tuttavia, ho abbandonato presto i libri gialli per dedicarmi ad altri generi. Recentemente sono incappata per caso nella mini serie tv trasmessa su Sky tratta da Dieci Piccoli Indiani e questo ha riacceso in me la vecchia voglia di leggere Agatha Christie. E così, dopo tanti anni, eccomi a riprendere in mano questo romanzo. Confesso di averlo fatto con entusiasmo, ma anche con un po’ di timore, come sempre mi capita quando rileggo libri che mi sono piaciuti. Ma Agatha Christie non delude mai, era davvero una grandissima scrittrice, un talento genuino, e a distanza di 25 anni ho apprezzato molto questo suo romanzo.

Si tratta di un romanzo “nato da una lunga fase di elaborazione”, come ammise la stessa scrittrice, che segue i canoni dell’enigma della camera chiusa. Il crimine, o sarebbe meglio dire in questo caso i crimini, sono infatti commessi in un luogo circoscritto, un’isola inglese chiamata Nigger Island, e sono compiuti in circostanze che possono sembrare impossibili al lettore, che è pertanto incuriosito dallo scoprire come siano potuti accadere.

La trama

Dieci persone diverse vengono attirate a Nigger Island dai nuovi proprietari, il signor e la signora Owen, ognuno per una ragione diversa. La prima cosa strana che attira la nostra attenzione è che nessuno di loro conosce i signori Owen di persona.

Il vecchio giudice Wargrave da poco in pensione, è arrivato sull’isola per rincontrare una vecchia amica; la signorina Vera Claythorne, insegnante di ginnastica in una scuola di terz’ordine, è lì perché è stata assunta come segretaria per il periodo estivo; Philip Lombard, ex capitano ed esploratore dal passato burrascoso, ha accettato un lavoro non ben definito sull’ isola perché in crisi finanziaria; la signorina Emily Brent, una vecchia e rigida zitella dai principi inflessibili e dai modi bigotti ha accettato un soggiorno gratuito in casa della signora Owen; il generale Macarthur, veterano della prima guerra mondiale, vedovo da lungo tempo, è arrivato sull’isola per un incontro con vecchi amici; il dottor Armstrong, stimato chirurgo di successo, ha accettato di curare la signora Owen per un lauto compenso; Tony Marston, giovane, bello e ricco, amante delle feste e della bella vita ha accettato volentieri un invito a una festa esclusiva; William Blore, ex poliziotto che si è dato alla carriera di investigatore privato è stato ingaggiato per proteggere i gioielli della signora Owen; e infine i coniugi Rogers, ingaggiati come servitù, lui come maggiordomo e lei come cuoca e domestica.

Cosa accadrà?

Tutti sono ansiosi di incontrare i loro ospiti, i quali però non si fanno vedere con il pretesto di un ritardo. Sarà ben presto chiaro che ognuna delle persone arrivate a Nigger Island invitate dai signori Owen nasconde dei segreti, e c’è qualcuno che sembra conoscere tutti questi segreti. Chi sono questi signori Owen e perché non si fanno vivi? Come fanno a conoscere segreti sepolti nelle vite passate di ciascuno di questi invitati? Nessuno di loro si conosceva prima, e nessuno di loro conosceva i signori Owen, eppure tutti hanno accettato l’invito. Ogni invitato ha trovato incorniciata nella propria stanza una filastrocca per bambini che si rivelerà presto la chiave di molti misteri e al posto dei signori Owen, durante la cena, improvvisamente aleggia nella stanza una voce penetrante che li accusa di essere tutti assassini. Dieci assassini intrappolati su un’isola, isolati dal resto del mondo, a loro volta vittime: è l’inizio di un incubo. A chi appartiene la voce? Chi li sta perseguitando? Da cosa e da chi si devono guardare le spalle? L’assassino è uno di loro o qualcun altro si nasconde sull’isola? Da questo momento in poi, nessuno può più dormire sonni tranquilli…

L’autrice

L’autrice di capolavori come Assassinio sull’Orient Express e Poirot sul Nilo non delude mai, Dieci Piccoli Indiani è un piccolo capolavoro, che mostra il meglio della capacità narrativa della Christie. Tutta la trama è sorretta da una logica ferrea e molto ben delineata, lo stile è come sempre scorrevole e lineare, il lettore si sente disorientato ad un certo punto da ciò che succede, ma l’abilità della Christie sta proprio in questo: disorientare senza confondere. Sorprende il lettore con nuovi intrecci e nuove informazioni, sfidandolo a trovare a soluzione all’enigma. Pur senza indugiare in descrizioni dettagliate e morbose del sangue e della violenza, cattura il lettore e lo tiene incollato alle pagine, anche attraverso il suo proverbiale umorismo.

Agatha Christie non è stata solo una grandissima scrittrice di romanzi gialli, non è stata solo la fortunata creatrice di due straordinari personaggi quali Miss. Marple e Hercule Poirot, è stata anche una grande osservatrice del suo tempo. Nelle sue opere, infatti, troviamo l’Inghilterra dalla Grande Guerra fino agli anni settanta in tutte le sue sfaccettature. Se non avete mai letto nulla di suo, vi invito ad iniziare e scoprirete di sicuro perché è stata definita “la regina del giallo” e ancora nessuno è riuscito a spodestarla dal suo trono.

Titolo: Dieci Piccoli Indiani

Titolo originale: Ten Little Niggers

Casa editrice: Mondadori

Traduzione: Lorenzo Flabbi

Pagine: 210

Siamo nel campo dei giganti della letteratura, Eco è autore di molti famosi romanzi quali Il pendolo di Foucault, La misteriosa fiamma della regina Loana, Il cimitero di Praga e molti altri, nonché prolifico autori di saggi.

Un must

Personalmente, ritengo Il nome della Rosa uno dei libri da leggere assolutamente nella vita. È il primo romanzo di Umberto Eco, pubblicato per la prima volta nel 1980, dopo che Eco aveva studiato per diversi anni la narrativa, con i suoi problemi e le sue regole. L’autore stesso disse di questo libro: “Mi sono messo a scrivere un romanzo dopo aver riflettuto a lungo sul modo in cui gli altri hanno scritto i romanzi”. Un romanzo, quindi, che non è stato scritto d’impeto, ma studiato e ponderato in ogni sua parte. L’espediente letterario utilizzato da Eco è quello di un manoscritto ritrovato, che ci permette di conoscere questa storia.

Le vicende che narra si svolgono in un’abbazia di cui ignoriamo sia il nome che l’ubicazione, ma che pare trovarsi in un luogo non ben definito dell’Appennino tra Piemonte, Liguria e Francia. Siamo alla fine di novembre dell’anno 1327, un periodo difficile della storia, in special modo di quella cristiana. All’epoca era imperatore Ludovico il Bàvaro, che scese in Italia per cercare di ricostituire la dignità del Sacro Romano Impero. Simpatizzava con le idee di povertà dei francescani ed era in conflitto con l’allora papa Giovanni XXII (Giacomo di Cahors), famoso per aver convogliato molte ricchezze alla corte papale e per essere un papa infame ed eresiarca.

L’abbazia è stata scelta come sede di una disputa tra i francescani, protetti dall’imperatore, e i rappresentanti del papa, disputa che riguarda la povertà di Cristo e che è a tutti gli effetti una disputa tra papato e impero. Convogliano quindi nell’abbazia i personaggi più disparati per partecipare a questa disputa. I primi ad arrivare sono Guglielmo da Baskerville e il suo novizio Adso da Melk, autore stesso del manoscritto. Guglielmo è un monaco inglese appartenente all’ordine dei francescani ex inquisitore dotato di una grande intelligenza e di uno spiccato acume, ammiratore e seguace di Ruggero Bacone, ed è stato scelto come mediatore della disputa.  

Accadono cose strane…

L’ambientazione è quindi già di per sé molto suggestiva, una grande abbazia cristiana nel cuore delle montagne, in un periodo oscuro quale è stato il Medio Evo. Già solo questo dovrebbe bastare a farvi venire voglia di aprire questo libro.

Diventa chiaro fin dall’inizio, però, che nell’abbazia qualcosa non va, da qualche giorno succedono fatti strani. Un monaco è morto in circostanze misteriose e l’abate chiede a Guglielmo di indagare su questa morte.  Diventa evidente fin da subito che più di qualche monaco nasconde qualcosa, che dentro le mura di quella splendida abbazia accadono fatti inenarrabili e che tutto ruota intorno a un luogo misterioso e inaccessibile dell’abbazia. Delitti e stranezze si susseguono e Guglielmo da Baskerville tenta di dipanare una matassa che si fa di pagina in pagina sempre più intricata. E tutto sembra portare alla biblioteca e al suo labirinto. La biblioteca di questa abbazia è insieme un luogo affascinante e misterioso, ma come può una biblioteca essere un luogo inquietante?

“… essa [la biblioteca] è riserva di sapere ma può mantenere questo sapere intatto solo se impedisce che giunga a chiunque, persino ai monaci stessi.”

Ed ecco quindi che la biblioteca diventa luogo di segreti e di libri proibiti, luogo impenetrabile e pregno di tranelli e inganni, luogo di perdizione da cui è quasi impossibile uscire. Un luogo affascinante e inquietante, dunque, dove accadono cose strane e misteriose. 

Molti sono i personaggi che incontriamo durante il dipanarsi di queste misteriose vicende, i personaggi di fantasia si mescolano con personaggi realmente esistiti, le vicende dei monaci dell’abbazia si inseriscono in un contesto storico di controversie religiose e scontri tra papato e impero, in un susseguirsi di vicende e fatti narrati magistralmente.

Leggendo Il Nome della Rosa in una splendida spiaggetta nascosta della Toscana

L’autore

Eco ha una penna fine e una scrittura di alto livello, che potrebbe risultare a volte un po’ ostica al lettore a cui alcune parole di uso arcaico non siano familiari, ma che è una delizia per gli estimatori della lingua italiana. Eco, infatti, utilizza non solo termini desueti, appartenenti ad una lingua non più in uso ai giorni nostri, ma anche parole ricercate e di significato non sempre immediato.

A questo si aggiungono le molte citazioni in latino di cui non sono fornite le traduzioni (ma che nella moderna era di internet si possono agevolmente trovare in rete), e che possono rendere il libro di difficile lettura. Tuttavia, trovo la scrittura di Eco magistrale, è talmente bravo che gli si perdona senz’ altro di non aver messo le traduzioni e di dover fare un piccolo sforzo in più, che è ampiamente ripagato da ciò che lui ci dona con la sua scrittura.

Alla trama si alternano riflessioni e citazioni che l’autore, in un gioco intellettuale messo in atto col lettore, sfida a riconoscere. Un libro avvincente e raffinato che non può proprio mancare nella vostra biblioteca!

“Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.”

Titolo: Il Nome della Rosa

Autore: Umberto Eco

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 624