Eleanor Oliphant sta benissimo è il romanzo d’esordio della scrittrice scozzese Gail Honeyman. Come spesso accade con gli esordi, alcuni l’hanno amato, altri l’hanno odiato, a qualcuno è piaciuto, a qualcun altro meno. A me il libro è piaciuto,  ma come ben sa chi mi segue e chi mi conosce, non sono una lettrice che ha bisogno necessariamente dell’azione e/o della suspense. Può piacermi un libro anche se non accade molto in termini di azione (e che quindi può risultare lento a qualcuno), ma dove accade molto a livello interiore, come in questo caso. Ho amato questo libro soprattutto per come cresce il personaggio e per come il suo animo e la sa attitudine si modificano. Ma se siete lettori che amano la velocità, potreste trovarlo un po’ lento. 

Elanor Oliphant sta benissimo, o forse no?

Eleanor Oliphant è una donna di 30 anni con una vita apparentemente normale, anzi, una vita che sembra normale solo nelle primissime pagine. Scopriamo presto che è una solitaria estremamente abitudinaria, dal linguaggio molto forbito e impostato e praticamente senza filtri. Di aspetto un po’ trasandato, capelli lunghi e lisci, senza trucco, abiti molto sobrie sempre uguali, apparentemente ignara delle convenzioni sociali, viene considerata quanto meno bizzarra da chi le sta intorno. E a lei non importa affatto di come la considerano gli altri, perché lei sta bene, anzi, benissimo. Se l’è sempre cavata da sola. Da quando aveva 21 anni lavora nello stesso ufficio della stessa azienda, on lo stesso ruolo; ha una sua routine fissa per i giorni lavorativi e per i fine settimana e non ha relazioni. Nessun amico, nessun amore.

A volte è decisamente e completamente fuori luogo che ti viene voglia di tapparle la bocca, a volte è incoerente, perché fa la contabile, ma dice di non sapere nemmeno la differenza tra un desktop, un laptop e un tablet, oppure nel 2017 non sa nemmeno cosa sia McDonald’s, ma penso che si finisca per amarla, mano a mano che la storia procede.

Atti di gentilezza

Un atto di gentilezza apparentemente casuale porta nella sua vita una serie di cambiamenti e lei entrerà in un vortice che la porterà all’inevitabile e prevedibile finale. Sì, il finale è prevedibile, ma io ve lo devo dire, ho adorato Eleanor! Mi è sembrata una persona così fragile e sola, pur facendo di tutto per far credere a se stessa che non sia un problema quello che gli altri pensano e dicono di lei e che viva la sua vita in completa solitudine. Vuole sembrare forte, ma non appena qualcuno le si avvicina con gentilezza, lei non sa come comportarsi e la sua corazza inizia a cedere, rivelando un animo desideroso di affetto e di accettazione. 

Non avrei mai sospettato che qualche piccola azione potesse suscitare reazioni così sincere e generose. Sentii un piccolo bagliore dentro me – non un incendio, ma più una specie di piccola fiammella costante.

Solitudine

Eleanor si convince di stare bene da sola perché ha paura, si convince che la solitudine sia una cosa buona, che possiede un potere liberatorio, perché se ci si rende conto di non aver bisogno di nessuno, ci si può prendere cura di noi stessi. Tuttavia, ci rendiamo conto poi che lo dice perché ha paura di dover soffrire ancora. La sua infanzia e quello che le è accaduto sono la causa della sua mancanza di relazioni e del suo rapporto così bizzarro col mondo, scopriamo poco alla volta tutto quello che le è successo e quanto la solitudine veramente le pesi.

Ero viva. Ero sola. Non c’era essere vivente in tutto l’universo che fosse più solo di me. O più terribile.

Il tema della solitudine è un tema molto delicato da trattare, ma la Honeyman ci riesce piuttosto bene, anche grazie ad un personaggio come quello di Raymond, tecnico informatico della stessa azienda dove lavora Eleanor, un personaggio che personalmente trovo molto interessante, perché sa andare oltre le apparenze, ma anche perché, non essendo costretto nella costante attenzione della scrittrice alla sua caratterizzazione (tutta concentrata su Eleanor, tanto da farla sembrare, a volte, esagerata) è molto più libero e spontaneo e spiazza Eleanor con i suoi gesti e il suo atteggiamento. 

L’autrice a volte si fa un po’ prendere la mano con Eleanor, tanto da farla sembrare in alcune circostanze forse poco credibile, ma per fortuna c’è Raymond ad equilibrare tutto. 

“Il volto grazioso del male”

Un po’ inquietante è il rapporto di Eleanor con la madre, rinchiusa in carcere per un non ben chiaro motivo (ma si capisce che deve essere qualcosa di grave quando si scopre che viene definita “il volto grazioso del male”) e che chiama tutte le settimane solo per insultare Eleanor o per farla sentire inadeguata. Ma Eleanor fatica a staccarsi da questa figura.

Persino dopo tutto quello che ha fatto, dopo tutto quanto, è ancora mia mamma. È l’unica che ho. E le brave ragazze vogliono bene alle loro madri. Dopo l’incendio sono sempre stata così sola…Una qualsiasi mamma era meglio di nessuna mamma…

Io mi sono affezionata a questo personaggio, nonostante qualche forzatura da parte dell’autrice e ho molto apprezzato lo sviluppo psicologico che il personaggio ha avuto. La lettura è scorrevole e veloce, ma non è fatta per chi ama i libri avvincenti. Eleanor Oliphant si ama solo se si riesce ad entrare un pochino dentro di lei. 

Titolo: Eleanor Oliphant sta benissimo

Titolo originale: Eleanor Oliphant is completely fine

Autrice: Gail Honeyman

Traduzione: Stefano Beretta

Casa editrice: Garzanti

Pagine: 344

Il ritratto di Dorian Gray non ha certo bisogno di presentazioni, è il famosissimo capolavoro dello scrittore inglese Oscar Wilde. Wilde è stato scrittore prolifico, abile e brillante conversatore, dandy ed esteta, con un umorismo insolente e a volte stravagante, che ha caratterizzato buona parte della sua produzione letteraria. Nato e cresciuto a Dublino, vinse una bora di studio per Oxford, dove si fece conoscere per il suo acume e per le sue abilità oratorie. Fu introdotto nella cerchia dell’aristocrazia londinese (che poi sarà bersaglio del suo humor spietato) e divenne il leader del movimento estetico inglese.

Il ritratto di Dorian Gray

Il ritratto di Dorian Gray è l’unico romanzo di Wilde e rappresenta, in un certo senso, una sintesi delle teorie estetiche di Wilde riguardo una vita fatta di piacere e sensi come suprema forma d’arte. L’arte non dovrebbe essere dipendente dalla morale, né dovrebbe avere alcun fine diverso da quello della pura bellezza: l’arte è indipendente e fine a se stessa (art for art’s sake, l’arte per l’arte).

Dorian Gray è un giovane dalla straordinaria bellezza, la cui compagnia è ricercata da tutti in società. Lui non si rende conto della sua bellezza finché il pittore Basil Hallward non gli fa un ritratto che cattura meravigliosamente la sua bellezza. Dorian rimane molto colpito dalla perfezione della sua bellezza e sconvolto, allo stesso tempo, al pensiero che il passare del tempo distruggerà questo dono. Desidera ardentemente di non invecchiare mai e che sia invece il quadro a prendere su di sé i segni della sua decadenza. Il suo desiderio verrà esaudito, ma il quadro finirà per essere lo specchio della sua anima, piuttosto che del suo corpo.

Dorian si abbandona a una vita di piaceri e dissolutezze, spinto dalla ricerca del piacere e dal cinico amico Henry Wotton. La ricerca del piacere e della bellezza diventa il suo unico scopo nella vita, vive edonisticamente nel disprezzo della morale e incurante del fatto che la sua ricerca del piacere causerà morte e sofferenza intorno a lui.

La fine del romanzo sembra suggerire che ci sia un prezzo da pagare per una vita dissoluta dedita al piacere e l’infelicità di Dorian, nonostante tutto ciò che ha, è solo l’inizio di una spirale di dolore che porterà ad un tragico epilogo.

Edonismo e ricerca del piacere

Dorian Gray sembra inizialmente davvero puro e forse anche un po’ ingenuo, sembra quasi arrivare da un altro mondo, dove non esistono corruzione e immorlità. In questo mi ha ricordato molto il principe Miskin de L’idiota di Dostoevsky, un’anima pura e libera dalla corruzione del mondo. Poi, però, per entrambi le cose cambiano, anche se poi i due personaggi sono molto diversi tra loro. Dorian conosce Lord Henry Wotton, cinico e disilluso, che rimane così affascinato da Dorian che fa di influenzarlo il suo scopo principale e per questo dà il meglio (o il peggio, secondo i punti di vista) di sé per impressionarlo. E il ragazzo è così ingenuo, così avulso dai vizi e dalle passioni della vita, che lo segue ammaliato.

Si rendeva conto confusamente che dentro di lui agivano influenze del tutto nuove, e pur gli sembrava che provenissero in realtà da lui stesso. Le poche parole che gli aveva detto l’amico di Basil, parole dette indubbiamente a caso e piene di paradossi voluti, avevano toccato qualche corda segreta che non era mai stata toccata prima, e che egli ora sentiva vibrare e palpitaredi una strana pulsazione.

Curiosità e sete di conoscenza 

Dal momento in cui Dorian Gray ha incontrato Lord Henry a casa di Basil, in lui si è instillata una curiosità riguardo la vita, che cresce mano a mano che si sente gratificato dai piaceri che sta provando. Più conosce e più vuole conoscere. Trovo la sete di conoscenza non di per sé una cosa negativa, anzi, ma quando diventa ambizione tracotante (come accade in Frankenstein), ricerca spasmodica di risposte (come accade in Lo strano caso del dottor Jelyll e Mr. Hyde), oppure corsa cieca ed edonistica verso un obiettivo egoistico, come in questo romanzo, diventa potenzialmente disastrosa. La ricerca egoistica del piacere, la smania di far diventare la vita l’unica forma d’arte perfetta porterà Dorian alla rovina, come alla rovina sono stati portati Frankenstein e Jekyll.

Per lui, certo, la vita in se stessa era la prima e la più grande delle arti, per la quale tutte le altre arti sembravano costituire soltanto una preparazione.

Azioni e conseguenze

Quando si rende conto che il quadro sta effettivamente prendendo su di sé i segni dei suoi vizi e dei suoi peccati, Dorian Gray si spaventa e si ripromette di non peccare più, di resistere alle tentazioni e di non vedere più Lord Henry. Ma, poiché il quadro stava prendendo su di sé la decadenza della sua anima, Dorian non riesce nel suo proposito e, anzi, se possibile, la sua dissolutezza e la sua ricerca del piacere aumentano.

Soltanto gli esseri superficiali hanno bisogno di anni per liberarsi di un’emozione. Un uomo che sia padrone di se stesso può metter fine a un dolore con la stessa facilità con cui può inventare un piacere. Io non intendo essere alla mercé delle mie emozioni;  intendo servirmene, goderle e dominarle.

Poco a poco, tuttavia, i nodi cominciano a venire al pettine e le conseguenze delle sue azioni iniziano a pesare su Dorian come dei macigni.

Dorian Gray: vittima o fautore del suo destino?

Possiamo considerare il bello come portatore del male? In realtà è come se Dorian Gray fosse lui stesso una vittima che subisce i crimini che gli vengono attribuiti. Non è solo un narciso egoista, ma è lui stesso prigioniero di una situazione da cui non riesce ad uscire. Volere a tutti i costi far coincidere la vita con l’arte può essere considerata l’origine dei suoi  mali e la sua decadenza inizia in maniera violenta e brutale dopo che Dorian ha subito una cocente delusione da parte di Sybil Vane. Lei ha tradito l’ideale principe per Dorian, quello che fa coincidere la bellezza con la vita. Alla fine del romanzo l’unica cosa che rimane viva e che sopravvive all’uomo è l’arte, che si conferma avulsa dalla lotta tra il bene e il male di cui il romanzo è imperniato.

Ci sono tante cose interessanti in questo romanzo: interessanti riflessioni sulla bellezza e la gioventù, critiche alla superficialità di una società basata sulle apparenze, la condizione e l’opinione sulle donne che vigeva in quel periodo, l’arte, la bellezza. Tutti temi che Wilde porta avanti con maestria e grande abilità e anche in questo romanzo non si smentisce, inserendo caricature dell classe aristocratica con lo humor e l’acume che lo contraddistinguono. 

 

 

 

 

Titolo: Il ritratto di Dorian Gray

Titolo originale: The picture of Dorian Gray

Autore: Oscar Wilde

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 261

Pubblicato nel 1966, questo romanzo ha decretato la nascita di un nuovo stile, tanto era unico nel suo genere. Truman Capote, già famoso autore di Colazione da Tiffany, si imbatte in un articolo di cronaca che lo colpisce molto: in un villaggio del Kansas occidentale un’intera famiglia viene sterminata. Da quel momento non riesce a fare altro che cercare di saperne di più; parte per Holcomb con la sua amica Harper Lee e inizia a raccogliere dati e testimonianze, e a delineare la storia della famiglia Clutter. Ma soprattutto, una volta che i due colpevoli sono stati catturati e arrestati, inizia una corrispondenza molto fitta, durata sei anni, fatta di molti incontri e diverse lettere, con uno di loro due: Perry Smith. Ne è uscito un romanzo che fonde racconto e giornalismo in una storia da cui è molto difficile staccarsi e questo nonostante il lettore sappia già come va a finire. Il suo stile originale non fa altro che confermare il grande talento di Capote.

I fatti

I fatti si svolgono a Holcomb, un piccolo villaggio nell’agricolo Kansans occidentale, nel 1959. La famiglia Clutter possiede una fattoria nella quale una sera di novembre si introducono due rapinatori, che finiscono per sterminare la famiglia intera: il signor e la signora Clutter e i loro due figli, Nancy e Kenyon. Capote ripercorre tutta la storia, a partire dall’ultimo giorno di vita della famiglia, senza tralasciare nulla, in un intricato intreccio di storie, piccoli aneddoti, testimonianze, violenza e paura.

Da un lato abbiamo la storia di una famiglia ben integrata e benvoluta nel villaggio. Il signor Clutter era un uomo onesto, un grande lavoratore che si è fatto da sé e che ha fatto della sua fattoria la sua vita. La signora Clutter era una donna buona, ma dalla psiche molto fragile. Nancy era una ragazza di 16 anni altruista e attiva nella comunità, mentre Kenyon, 15 anni, era più timido e riservato.

La famiglia Clutter

Dick e Perry

Dall’altro lato, la storia di Dick e Perry, i due rapinatori, i carnefici, la pianificazione e l’attuazione della rapina finita in carneficina.

“Perché? Perché quest’irragionevole rabbia alla vista degli altri felici e soddisfatti, questo crescente disprezzo per la gente e il desiderio di ferire?”

Dick era un ragazzo apparentemente normale, alto, capelli a spazzola, intelligente, se non fosse stato per quel suo volto strano che sembrava diviso in due, leggermente fuori sesto.

“Dick era divertente, astuto, realista «andava al nocciolo delle cose», non aveva nebbia in testa e non era un sempliciotto.”

Perry, invece, era piccolo, di pelle scura, con un problema alle gambe in seguito a un incidente in moto che gli provocava atroci dolori. Era un uomo di passione, amante dei libri, del buon linguaggio, dell’arte, ma frustrato dalla sua infelicità. A nessuno era mai importato qualcosa di lui.

“Nella prigione di Lansing circolavano parecchi assassini, o tipi che si vantavano di delitti commessi o si dichiaravano pronti a commetterne; ma Dick si convinse che Perry era uno di quegli esseri rari, un « assassino nato », perfettamente sano ma privo di coscienza, capace, cono o senza motivo, di ammazzare con il massimo sangue freddo.”

Richard (Dick) Hickock (a sinistra) e Perry Smith (a destra) – i due assassini

Il massacro

La carneficina si compie in piena notte, e il racconto di Capote, intriso di dettagli, ci accompagna nella mente degli assassini. Poco a poco si scoprono dettagli che tutto sono fuorché insignificanti. Perché uno dei due ha messo un cuscino sotto la testa di Kenyon e disteso il signor Clutter su un cartone? Per pietà? O forse per rimorso?

L’autore indaga a fondo la mente dei due assassini, ripercorrendone le terribili infanzie, i drammi che li hanno colpiti, fino ad arrivare all’epilogo previsto: la condanna.

Pare che Capote sia rimasto molto colpito da Perry e dalla sua storia e abbia in qualche modo simpatizzato con lui e con la sua triste storia.

“Tuttavia riusciva a guardare senza collera l’uomo al suo fianco, semmai con una certa misura di comprensione, perché la vita di Perry Smith non era stata un letto di rose, ma una misera, laida, solitaria corsa verso un miraggio dopo l’altro.”

Nel testo troviamo anche un’interessante riflessione sulla pena di morte, vista come una pena che non fa soffrire i condannati, perché altrimenti non sarebbe umana. Forse è questo il modo per accettare una pratica tanto ingiusta e contraria a quello tra i diritti umani senza il quale gli altri non esisterebbero: il diritto alla vita. Forse solo pensando che i condannati non sentano nulla le persone possono accettare che lo stato uccida consapevolmente e deliberatamente degli esseri umani.

Perché dovresti leggere questo libro

Questo libro è un capolavoro, non solo perché riesce a tenere il lettore incollato alle pagine nonostante conosca già la storia e sappia perfettamente come va a finire, ma anche perché riesce a sconvolgere il lettore, presentando i due carnefici quasi sullo stesso piano delle vittime, in un equilibrio libero da pregiudizi e preconcetti, analizzando la situazione in maniera lucida e oggettiva, riuscendo quasi a farci affezionare a questi brutali assassini, in particolare a Perry. Tuttavia, la voce narrante è sempre oggettiva ed equilibrata e il grande talento dello scrittore riesce a trasformare un reportage giornalistico in un racconto che non vorrete sicuramente perdere!

Truman Capote (a sinistra) e Philip Seymour Hoffman (a destra) nei panni di Truman Capote

Ultimo consiglio: se non l’avete fatto, dopo aver letto il libro, guardate l’omonimo splendido film di Bennet Miller del 2005, con un immenso Philip Seymour Hoffman. 

 

Titolo: A Sangue Freddo

Titolo originale: In cold blood

Autore: Truman Capote

Traduzione: Mariapaola Ricci Dèttore

Casa editrice: Garzanti

Pagine: 391

Mi ero fatta un punto quando ho aperto questo blog, di non parlare e scrivere di libri che non mi sono piaciuti, ma solo di quelli che ho amato o che, in qualche modo, mi hanno lasciato qualcosa. Poiché ogni regola ha la sua eccezione, altrimenti non sarebbe più tale, oggi ho deciso di parlarvi di Cambiare l’acqua ai fiori. È un libro che ha riscosso un grande successo di pubblico, ma che non ha incontrato il mio gusto e qui vi racconterò perché.

La bellezza non basta

Inizio dicendo che ci sono cose belle in questo libro, altrimenti non sarei qui a parlarne, ma purtroppo ci sono cose che non me lo hanno fatto apprezzare a sufficienza. In questo romanzo si percepisce bellezza, una bellezza delicata e sensibile, che è la bellezza della natura, di una casa profumata, dei fiori, delle persone belle, dei rapporti umani. Una bellezza che fa sorridere e fa venir voglia di partire. 

Purtroppo però la bellezza da sola non basta, almeno non per me, almeno non in questo libro.

Iniziamo con i  continui cambi temporali. Io sono un’amante del flashback e del flashforward, se dosati sapientemente, ma non amo assolutamente che si salti da un tempo all’altro in ogni capitolo, perché mi crea confusione e mi dà l’idea che la storia arranchi. Avrei preferito che l’autrice avesse scelto un racconto cronologico con dei flashback messi ad arte per attirare ancor di più il lettore.

Violette, ma che mi combini?

L’idea della storia è bella, Violette fa la guardiana di un cimitero in un piccolo paesino della Borgogna, un mestiere che pochi amerebbero, ma che lei ama e da cui sa trarre il meglio. Tutto ruota attorno alla sua storia personale e agli incontri che fa al cimitero e che possono cambiarle la vita. Mi piaceva l’idea di un libro ambientato in un cimitero, è una cosa un po’ fuori dall’ordinario. E mi piace che Violette abbia una grande passione per l’orto e i fiori, che la natura e la terra le diamo un’energia che niente altro riesce a darle, specialmente nel momento più difficile della sua vita. È la stessa cosa che provo io quando scendo nel mio orto, magia pura!

Tuttavia, il modo in cui questa storia è scritta non mi è piaciuto molto, lo stile non mi ha catturata e inoltre Violette, vogliamo parlare di lei? In alcuni casi l’ho amata, la sua pazienza, la sua indulgenza, l’amore per le piante, la sua calma e la sua determinazione. A volte, invece, l’avrei presa a sberle: rassegnata, inerte, in passiva accettazione delle cose, non lotta per ciò che vuole, non crede di meritare di essere felice.

Io sono stata un ponte, un passaggio fra loro. Julien doveva passare attraverso me per capire che non poteva perdere la madre di suo figlio. Ma grazie a Julien so che sono ancora in grado di fare l’amore, che posso essere desiderata. È già qualcosa.

Ma come? E ti arrendi così, senza far nulla? è questo che non mi piace di lei, tranne in pochissimi casi lei lascia che le cose le accadano addosso senza fare nulla o quasi per modificarle. È convinta di non meritare di essere felice e se avrei potuto accettare questo all’inizio del libro (in fondo Violette è un’orfana che nessuno voleva e che passava da una famiglia affidataria a un’altra), mi sarei aspettata una crescita del personaggio, tanto più che ha incontrato un personaggio fantastico come Sasha!

Meno male che c’è Sasha

Ho adorato Sasha, in un momento in cui avevo deciso di lasciare il libro è comparso lui e mi ha convinta a restare, in questo devo dare atto a Valerie Perrin che è stata brava, ha messo il personaggio giusto al momento giusto e ha messo il colpo di scena al momento giusto di modo che alla fine ho letto tutto il libro. Chapeau per questo, perché normalmente non finisco un libro che non mi piace, ma questo ha qualcosa che mi ha intrigato. Peccato per lo stile e la scelta di tecniche narrative che non ho apprezzato.

Ad ogni modo penso che sia un libro che ognuno deve leggere per farsi una propria idea, so che questa mia recensione mi attirerà le ire funeste di molti che hanno adorato questo libro, ma sapete se mi seguite che io dico sempre quello che penso sui libri che leggo, e non potevo mentire su questo solo perché è stato un caso editoriale e piace a tantissimi di voi. Accetto le vostre opinioni se avrete voglia di condividerle con me, magari mi farete cambiare idea! Come diceva Bertrand Russel “Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi” e io sono pronta a  non essere sicurissima! 

 

Titolo: Cambiare l’acqua ai fiori

Titolo originale: Changer l’eau des fleurs

Autrice: Valérie Perrin

Traduzione: Alberto Bracci Testasecca

Casa editrice: e/o

Pagine: 476

La ragazza col turbante è un famosissimo quadro di Johannes Vermeer, pittore olandese vissuto nel diciassettesimo secolo dal quale prende spunto il romanzo La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier. Della vita di questo pittore si sa molto poco, cosa che rende questa storia ancora più affascinante. Non si sa chi fosse la ragazza che posò per Vermeer per questo quadro e la Chevalier ci regala una storia delicata e intrigante che ha per tema non solo l’amore, ma anche l’arte e la storia.

La trama

Griet ha solo sedici anni quando inizia a lavorare come serva nella casa del pittore Vermeer e della sua famiglia a Delft. La famiglia di Griet è povera da quando il padre ha perso il lavoro a causa di un incidente. Il padre faceva il decoratore di piastrelle finché un’esplosione del forno lo privò della vista e, di conseguenza, del lavoro. Lei è dunque costretta ad andare a servizio, anche se preferirebbe rimanere con la famiglia. Tra i suoi compiti c’è anche quello di pulire l’atelier del pittore avendo cura di non spostare nulla per non scatenare le ire dell’artista.

Griet è catturata dalla bellezza dei quadri di Vermeer, starebbe ore ad ammirarli.

Contemplai il dipinto ancora una volta, ma nel fissarlo così intensamente mi sembrò che qualcosa mi sfuggisse. Come quando si fissa una stella nel cielo notturno: se la guardi direttamente quasi non la vedi, mentre se la cogli con la coda dell’occhio appare molto più luminosa.

Poco alla volta, Griet si conquista la fiducia del pittore e ne diventa (segretamente bisogna dirlo!), l’assistente. Nulla le dava più gioia che aiutarlo a creare i colori, quegli stessi colori che sarebbero diventati splendidi quadri.

«Non è il quadro che è cattolico o protestante», spiegò, «ma chi lo guarda, e quello che si aspetta di vedere. Un quadro in una chiesa è come una candela in una stanza buia: serve a vedere meglio. È il ponte tra noi e Dio. Ma non è una candela protestante o cattolica. È una candela e basta».

Le difficoltà di Griet

Catharina, la moglie di Vermeer, non la sopporta e chissà cosa potrebbe succedere se, disgraziatamente, scoprisse che lei lo aiuta, che passa così tanto tempo in quel luogo a lei interdetto. Anche Tanneke, la fedele cameriera e cuoca della casa, non l’ha presa in simpatia, per non parlare di Cornelia, una delle innumerevoli figlie della coppia, che non perde occasione per fare a Griet dispetti e cattiverie. Per fortuna Maria Thins, madre di Catharina e vera signora della casa, è dalla sua parte e sarà lei ad aiutarla in più di un’occasione. Del resto, è lei che tiene le redini della casa ed è sufficientemente astuta da capire che da quando c’è Griet lui lavora più velocemente.

Tuttavia nulla potrà mai cambiare il fatto che Griet è solo una serva e nessuno accorrerà in sua difesa quando accadrà l’irreparabile. Griet potrà prendere una sola, definitiva decisione.

Mi sentivo anche in un certo senso delusa, sebbene non mi piacesse  soffermarmi su questo, perché avrei voluto che lui stesso parlasse a Catharina dell’aiuto che gli davo, dimostrando di non aver timore di dirglielo, ma anzi di darmi il suo appoggio.

Questo era quello che desideravo.

La ragazza con l’orecchino di perla

Il quadro di Vermeer aveva creato un certo scandalo all’epoca, soprattutto per due ragioni: la ragazza aveva posato con le labbra socchiuse e la seconda perché una ragazza povera, come doveva sicuramente essere lei, non avrebbe potuto e di conseguenza dovuto, indossare le perle.

«Bagnati le labbra, Griet».

Mi bagnai le labbra.

«Tieni la bocca un po’ aperta».

Rimasi talmente stupita da questo ordine che la bocca mi si aprì senza che lo volessi. Mi rimangiai le lacrime. Le donne virtuose non si fanno vedere con la bocca aperta, nei quadri.»

L’autrice ha sicuramente fatto un gran lavoro storico e ci regala una storia bella, scritta con una delicatezza che rende la mancanza di colpi di scena una non mancanza. Perché no, non ci sono colpi di scena in questo libro, perché non servono, la storia va avanti lentamente (si potrebbe dire), ma la delicatezza con cui vengono raccontati gli eventi è talmente bella e piena che non c’è bisogno di suspense o colpi di scena. Può sembrare che non accada nulla e invece accade tutto, soprattutto in termini di crescita dei personaggi, di arte, di storia. 

Vi consiglio, se non l’avete fatto, la lettura di questa bellissima storia!

 

Titolo: La ragazza con l’orecchino di perla

Titolo originale: Girl with a Pearl Earring

Autrice: Tracy Chevalier

Traduzione: Luciana Pugliese

Casa editrice: Neri Pozza

Pagine: 237

Chi non conosce Assassinio sull’Orient-Express? Questo romanzo di Agathe Christie è così famoso e conosciuto che recensirlo crea inevitabilmente un certo timore referenziale, o quanto meno è così per me. Ad ogni modo, io considero questo romanzo uno dei capolavori della Christie, insieme a Dieci Piccoli Indiani (clicca qui per leggere la recensione). Sono i due romanzi dove, a mio parere, più si vede la genialità di questa autrice e la magistralità della sua scrittura. 

Trama

La trama di Assassinio sull’Orient-Express è nota ed evoca da sempre immagini suggestive. Il libro inizia in Siria, ad Aleppo, dove il nostro celeberrimo Hercule Poirot si accinge a salire sul Taurus Express diretto a Istanbul. Solo due passeggeri viaggiano insieme a lui: Mary Debenham un’istitutrice inglese proveniente da Baghdad e il colonnello Arbuthnot, anch’egli inglese. Entrambi sono diretti in Inghilterra e prenderanno poi l’Orient-Express a Istanbul. Poirot, invece, ha deciso di fermarsi qualche giorno a Istanbul per visitare la famosa città. Tuttavia, poco dopo il suo arrivo in hotel, un telegramma lo richiamerà immediatamente in Inghilterra per affari urgenti. A malincuore deve desistere dai suoi propositi e prenderà anche lui l’Orient-Express delle nove. Il treno è stranamente pieno per questo periodo dell’anno.

È solo grazie all’amico Bouc, membro del consiglio di amministrazione della compagnia internazionale dei wagon-lits, che Poirot riuscirà a trovare posto nel treno, occupando l’unico posto libero nel vagone di prima classe Istanbul-Trieste-Calais. Insieme a lui nel vagone 

Persone di diverse classi sociali, diverse nazionalità e diversa condizione, che per tre giorni, estranee tra loro devono stare raggruppate insieme. Mangiare e dormire sotto lo stesso tetto, per così dire, senza potersi allontanare troppo l’una dall’altra. E dopo tre giorni si separeranno, ognuno andrà per la sua strada e non si rivedranno più, probabilmente. 

Quando il treno arriva a Belgrado è notte e la quantità di neve caduta è così costringe il convoglio ad un lungo stop. Al mattino, al momento della colazione, la macabra scoperta: Mr. Ratchett, che occupava lo scompartimento accanto a quello di Poirot è stato ucciso in maniera misteriosa. Hercule Poirot viene chiamato ad indagare e farà, come sempre, sfoggio del suo acume e del suo incredibile fiuto. 

Il genio creativo

Indizi rivelatori, risvolti inaspettati, tredici sospettati e un fiuto formidabile condiscono questo romanzo scritto nel 1933. 

Che dire di Agatha Christie che non sia già stato detto e ridetto, scritto e riscritto? Assassinio sull’Orient-Express è uno dei suoi romanzi più famosi, è acuto e disorientante. Come in Dieci Piccoli Indiani, il finale è inaspettato e spiazzante. Non si può non apprezzare, ancora una volta, la genialità della Christie, che riesce a non farci capire fino in fondo cosa succede e come il garbuglio si risolverà. Si dice che l’autrice abbia scritto questo libro in una stanza del Pera Palas Hotel di Istanbul, che ospitava passeggeri dell’Orient-Express. La scrittura è come sempre diretta e scorrevole, è una scrittura all’apparenza semplice, adatta a tutti, ma la verità è che la Christie era una penna geniale, capace degli inganni più sublimi ai danni del lettore. Semina indizi qua e là come briciole di Pollicino, ma raramente riusciamo a scoprire la verità. La sua è una scrittura magistrale, punto. E dico questo senza tema di smentita. 

Come in tutti i suoi libri, anche in Assassinio sull’Orient-Express non mancano le descrizioni accurate, un’ambientazione verosimile e dei personaggi molto ben caratterizzati. Il suo stile è curato ed elegante, ma la gran dama è, qui come negli altri suoi romanzi, la trama, sempre ben costruita, costellata di incastri, deduzioni, suspense, intuizioni che invogliano sempre il lettore a provare a trovare il colpevole prima della fine. Raramente, tuttavia, ci si riesce. 

Sono passati tanti anni dalla stesura di Assassinio sull’Oriet-Express, ma i romanzi della Christie sono libri senza tempo, che tutti dovrebbero leggere. Oltre ad Assassinio sull’Orient-Express e Dieci Piccoli Indiani, consiglio anche Poirot sul Nilo

«Dimostri che l’impossibile può essere possibile!»

«Bella frase, questa, caro Bouc!» approvò Poirot. «L’impossibile non può essere accaduto; quindi l’impossibile deve essere possibile, nonostante le apparenze.»

 

Assassinio sull'orient-Express

Titolo: Assassinio sull’Orient-Express

Titolo originale: Murder on the Orient-Express

Autrice: Agatha Christie

Traduzione: Alfredo Pitta

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 278

 

Amrita, il nettare degli dei

Dopo tanti anni sono tornata nel mondo di Banana Yoshimoto, una scrittrice che ho sempre amato molto.

Titolo: Amrita

Autrice: Banana Yoshimoto

Traduzione: Giorgio Amitrano

Casa Editrice: Feltrinelli

Pagine: 308

Amrita è la storia di Sakumi e della sua famiglia allargata narrata con la delicatezza e la bellezza tipiche dello stile di Banana Yoshimoto. 

Sakumi vive con la madre, il fratellastro undicenne Yoshio, la cugina Mikiko e Junko, un’amica della madre. Si definisce un animale notturno, lavora in un bar e, come gli altri membri della sua famiglia allargata, cerca di elaborare il lutto che li ha colpiti. Sakumi ha infatti perso sia il padre, che la sorella Mayu, morta in un incidente stradale mentre era sotto l’effetto di alcol e droghe. 

 

Io non sono la mia memoria

Quando un giorno Sakumi scivola e batte violentemente la testa, la sua vita perché perde temporaneamente la memoria. Da quel momento lei non sarà più la stessa, non solo per gli effetti che la perdita della memoria scatena in lei, ma anche per le riflessioni che inizia a fare.

Il pensiero di tornare indietro, al tempo prima di battere la testa, mi rattristava. Mi sembrava noioso.                        Mi preferivo com’ero adesso, nonostante tutto.                                                                                                                In generale, non esiste nessuno che sia al cento per cento sano.                                                                              Sentivo che la mia solitudine era una parte del mio universo, e non una patologia da eliminare. 

Trovo molto interessante la sua riflessione sulla solitudine come parte integrante di noi e non come qualcosa da evitare, come invece tendenzialmente facciamo.

Le sue riflessioni sull’io mi hanno fatto molto pensare a Pirandello e al suo Uno, nessuno e centomila (clicca qui per leggere la mia recensione).

Una arriva persino a dubitare di essere mai stata solo se stessa. 

Mentre Sakumi ritrova i suoi ricordi, a volte improvvisamente, a volte preceduti da momenti di offuscamento e di angoscia, si scopre che Yoshio ha dei poteri psichici e vive molto male questa sua condizione, soprattutto nel rapporto con i coetanei. Lei gli sta vicino e lo porta con sé a fare dei viaggi per distrarlo, c’è un legame forte tra loro. 

L’amore non è fatto di forme, o di parole, è una condizione. Dovrebbe essere come una forza che si irradia. Ogni membro della famiglia deve tirare fuori la forza, ma quella che consiste nel dare, non nel chiedere, altrimenti è un disastro, e l’atmosfera della casa diventa quella di una tana di lupi affamati.

Un viaggio delicato e avvolgente

Questo libro è un viaggio delicato e avvolgente in Giappone, ma soprattutto nelle profondità dell’animo umano, senza paura di quello che vi si può trovare. La Yoshimoto stessa ha detto di questo romanzo:

Poiché non sono riuscita a scrivere questo romanzo come avrei voluto, sentivo di non amarlo.                            Eppure credo che forse mai più in tutta la mia vita potrò scrivere qualcosa con lo stesso abbandono, la stessa spontaneità.

E devo dire che si percepisce questo suo abbandono, non solo nella sua scrittura profonda e delicata (che del resto ha anche negli altri suoi romanzi), ma soprattutto nelle atmosfere che ha saputo creare attorno a questi personaggi così unici che non si può evitare di amarli. La sua è una scrittura ricca di fascino, che riesce senza difficoltà a trasportarci dentro un mondo che pare essere tutto suo, fatto di personaggi particolari e atmosfere surreali. 

In Amrita troviamo temi ricorrenti nelle opere della Yoshimoto, come l’amore, la famiglia e la morte, ma sviluppa anche temi diversi, come quello della natura o della solitudine. La natura è molto importante per Sakumi e Yoshio e la solitudine che ognuno dei personaggi sente a vario titolo è più che mai parte integrante della vita. 

Come spesso accade con Banana Yoshimoto, ci troviamo di frote ad un romanzo intenso e avvolgente, che ci accompagna in un mondo fatto di personaggi misteriosi e irresistibili, e atmosfere a tratti oniriche e sensuali, a tratti colorate ed emozionali. 

Un romanzo introspettivo e raffinato che non ho potuto non apprezzare e che consiglio agli amanti di questo genere, a chi si lascia trasportare dai viaggi dentro l’animo umano. 

Quando si ha qualcosa da perdere, si comincia ad avere paura. Ma la felicità è questo. Conoscere il valore di quello che possediamo. 

Quella degli Hunger Games è una trilogia di romanzi distopici di tipo Young Adult, destinati, cioè, ad un pubblico di giovani. Tuttavia, penso di poter affermare tranquillamente che questi libri sono letti e apprezzati anche da un pubblico adulto (vedi la sottoscritta). La narrativa Young Adult spesso tratta temi che altri tipi di romanzo faticano di più a trattare, come ad esempio l’esplorazione di questioni esistenziali e negli ultimi anni questo tipo di narrativa sta diventando sempre più dark e i giovani protagonisti sono sempre più esposti a rischio di morte, violenza e situazioni crude. Questa trilogia in questo senso non fa eccezione.

ATTENZIONE: per quanta cura io abbia cercato di mettere nella descrizione delle trame, è possibile che ci siano degli spoiler, quindi consiglio a chi non ha alcuna idea della trama di saltare secondo e terzo volume e passare direttamente alle considerazioni. 

Primo volume: Hunger Games

 

Titolo: Hunger Games

Autrice: Suzanne Collins

Casa Editrice: Mondadori

Pagine: 374

Le vicende si svolgono in un futuro distopico, in uno stato chiamato Panem, la cui capitale è Capitol. Tutt’intorno ci sono 12 distretti che, a differenza della ricca e opulenta Capitol City, possono essere anche molto poveri. La povertà è direttamente proporzionale al numero del distretto. La sedicenne Katniss Everdeen vive nel distretto 12, quello più povero, con la madre e la sorella Prim. La sua è già una vita dura, dopo la morte del padre in un incidente in miniera, la madre è stata colpita da depressione ed è Katniss che ha sempre dovuto cercare il modo per sfamare la sua famiglia, che altrimenti sarebbe perduta. Va nei boschi, insieme al suo amico Gale a cacciare di frodo e si forma una sua identità come colei che provvede alla sua famiglia.

Apprendiamo quasi subito che un tempo esisteva anche un tredicesimo distretto, completamente raso al suolo da Capitol City perché si è ribellato durante quelli che vengono chiamati i Dark Days (i giorni bui). Proprio in seguito a questa ribellione, ogni anno vengono estratti a sorte i nomi di un ragazzo e una ragazza tra i 12 e i 18 anni per ogni distretto per partecipare agli Hunger Games. Si tratta di uno show televisivo che mira a far divertire gli abitanti della capitale, ma mira soprattutto a ricordare ai distretti il potere di Capitol City. I ragazzi, che una volta selezionati, prendono il nome di tributi, saranno catapultati al’interno di un’arena appositamente costruita e manovrata da un gruppo di strateghi e il loro compito sarà quello di sopravvivere, uccidendo tutti gli altri. Alla fine, infatti, solo uno potrà uscirne vincitore, vale a dire, vivo.

Questo è l’anno dei settantaquattresimi Hunger Games e la vita di Katniss ne verrà letteralmente sconvolta, dopo che una serie di eventi la porterà nell’arena, a dover lottare contro la morte.

Secondo volume: La ragazza di fuoco (Catching fire)

Titolo: la ragazza di fuoco

Titolo originale: Catching fire

Autrice: Suzanne Collins

Casa Editrice: Mondadori

Pagine: 376

La vita sembra quasi tornata alla normalità dopo gli Hunger Games, ma la verità è che i giochi non finiscono mai e men che meno dopo la settantaquattresima edizione. Tante cose sono successe durante gli Hunger Games, prima tra tutte che Katniss ha fatto infuriare Capitol che ora ce l’ha con lei. Subito prima del Victory Tour il Presidente Snow le fa visita minacciandola, lei è terrorizzata e fa di tutto per accontentare Snow, ma questo non le impedisce di notare ciò che sta accadendo nei distretti durante il tour. Ci sono tante, troppe cose che non tornano e sarà Haymitch, il mentore di Katniss e Peeta a fare un po’ di chiarezza. 

 

 

Tuttavia, come si diceva, i giochi non finiscono mai, anche chi ne esce vittorioso è costretto a fare da mentore ai futuri tributi e oltre a ciò, questo è un anno particolare, perché è l’anno della cosiddetta Edizione della Memoria (Quarter Quell). Ogni 25 anni Capitol ne organizza una e per questa terza edizione la capitale ha in serbo qualcosa di spettacolare. 

Terzo volume: Il canto della rivolta (Mockingjay)

 

Titolo: Il canto della rivolta

Titolo originale: Mockingjay

Autrice: Suzanne Collins

Casa Editrice: Mondadori

Pagine: 421

Durante l’Edizione della Memoria è successo qualcosa che non era mai successo prima: l’edizione si è conclusa prima che tutti i tributi fossero morti e qualcuno di loro si è addirittura salvato. Ma la domanda che sorge spontanea una volta che Katniss realizza di essere viva è: dove si trova? Dov’è stata portata? Scopre che insieme a lei ci sono anche Finnick e Beetee. E dove sono Peeta e Johanna? Ancora una volta sarà Haymitch a rispondere a tutte le sue domande, suscitando la sua ira e il suo rifiuto di essere la Ghiandaia Imitatrice (Mockingjay), cioè il simbolo della rivolta dei distretti. Katniss è talmente confusa e arrabbiata da non immaginare nemmeno lontanamente la portata della sua influenza. Sarà Prim a farglielo notare. 

Da questo momento Katniss verrà messa di fronte ai risultati delle varie ribellioni nei distretti e vedrà con i suoi occhi cosa lei significhi per queste persone, come il solo vederla riaccenda gli animi. Questo accenderà anche in Katniss una fiamma che farà di lei il vero simbolo della rivota.

If we burn, you burn with us. (Se noi bruciamo, voi bruciate con noi). 

D’altra parte, Snow ha giurato vendetta e ha dalla sua un’arma capace di destabilizzare anche la Katniss più determinata. Chi vincerà questa guerra che promette di essere sanguinosa come mai prima?

Hunger Games: Considerazioni varie 

Ho divorato questa trilogia, che mi è piaciuta davvero molto. La scrittura scorre veloce tra colpi di scena e suspense e la Collins è davvero brava a creare situazioni e personaggi capaci di mantenere il lettore incollato. La trama è molto ben costruita e, anche se il terzo volume viaggia a un ritmo leggermente più lento degli altri, anche qui non mancano colpi di scena e situazioni mozzafiato. La storia va avanti con un ritmo serrato, quasi ogni capitolo si conclude con un colpo di scena, qualcosa che induce inevitabilmente curiosità nel lettore.

Tutta la trilogia è scritta in prima persona, quindi noi vediamo tutto attraverso gli occhi di Katniss e questo rende la storia molto coinvolgente, soprattutto perché seguiamo gli eventi man mano che accadono. 

Temi 

Innanzitutto, le tematiche affrontate sono varie e difficilmente si ritrovano tante tematiche importanti in un’unica opera destinata a un pubblico adulto:

  • Tematiche esistenziali, come quella dell’esplorazione e della riflessione sull’identità. I personaggi si pongono spesso domande tipiche degli adolescenti: chi sono io? Sono buono o cattivo? Cosa sono destinato a diventare? Qui troviamo molto marcata anche la necessità di rimanere se stessi anche dinanzi a situazioni che mettono a dura prova l’identità. 
  • Empatia con i personaggi:  la Collins è molto brava a delineare i personaggi e il lettore entra facilmente in empatia anche con alcuni di quelli secondari. Non solo il lettore adolescente, ma anche l’adulto è portato a simpatizzare con questi personaggi in perenne lotta tra il bene e il male.
  • Rapporti famigliari: altro tema presente sin dall’inizio, quando ci viene descritto il rapporto conflittuale che Katniss ha con  la madre, che non viene presentata come una figura i riferimento. 
  • Elemento del gioco e della competizione: naturalmente è uno dei temi cardine della trilogia. Gli Hunger Games sono di una violenza estrema, ma tutti, compresi bambini e adolescenti, vi sono abituati, dal momento che vengono trasmessi in TV. La spettacolarizzazione della morte è enfatizzata dal fatto che si basa sull’uccisione di bambini e adolescenti. 
  • Bambini e adolescenti: qui la Collins azzarda. I bambini e gli adolescenti sono normalmente la parte più vulnerabile della società e difficilmente diventano vittime dei sistemi totalitari che, anzi, tendono a proteggerli. Qui invece sono esattamente le vittime sacrificali prescelte, lo strumento attraverso cui Capitol City incute paura e mantiene il potere. 
  • Cibo: il cibo gioca un ruolo importante in tutta la trilogia. La fame è uno dei modi che ha Panem di controllare i distretti, mentre a Capitol City la situazione è esattamente opposta: il cibo è perennemente in eccesso. Il cibo è  indissolubilmente legato alla morte in tutta la serie degli Hunger Games. 

Una società totalitaria 

La società di Panem è una società totalitaria che regna attraverso il divide et impera  di romana memoria e, come la maggior parte delle società totalitarie, dipende dal controllo dell’informazione e dalla manipolazione della realtà, soprattutto attraverso i media. Katniss realizzerà questo a poco a poco, sviluppando un senso critico sempre più accentuato che la porterà alla fine a capire chi sia il vero nemico.

Remember who the real enemy is (Ricorda chi è il vero nemico)

Mano a mano che la narrazione procede e vediamo svilupparsi il senso critico dei personaggi, dimentichiamo che sono solo degli adolescenti, poco più che bambini, siamo così presi dalla storia e da quello che devono sopportare che non pensiamo più alla loro età. 

Il ruolo della memoria

L’epilogo di questa storia ci fa capire quanto la memoria possa avere un ruolo fondamentale per impedire di commettere nuovamente gli errori del passato. In questo possiamo trovare delle analogie con le storie legate all’olocausto. Chi sopravvive a cose di tale orrore e crudeltà da un lato trova conforto e sollievo nel raccontare la propria esperienza, dall’altro ha quasi il dovere di raccontare affinché tale orrore non si ripeta. 

Consiglio assolutamente di leggere la trilogia degli Hunger Games, sarete catturati dalle vicende di questi ragazzi e non ve ne pentirete! 

Se vi piace il genere distopico potete leggere anche la mia recensione di Mondo Nuovo di Aldous Huxley

Qualcuno dice che Le affinità elettive è il romanzo migliore di Goethe. Io non lo so, ma sicuramente è un romanzo nel quale ogni parola sembra essere stata molto ben pensata e calibrata, dove tutto sembra essere stato scritto con uno scopo e un compito preciso. Il talento di Goethe è indiscutibile e in questo romanzo si vede tutto. 

I personaggi de Le affinità elettive

I protagonisti principali sono quattro: Edoardo, Carlotta, Ottilia e il Capitano. Ognuno con le proprie caratteristiche specifiche, ognuno diverso, ognuno che finisce per essere vittima di un destino di cui credeva d’esser l’artefice.

Edoardo

Edoardo è un ricco barone non più giovanissimo, ma comunque nel fiore della sua età virile. È un uomo impetuoso ostinato e pasticcione; prende decisioni precipitose dettate dall’istinto, che spesso si rivelano però rovinose. Ma è anche generoso e coraggioso,e un innamorato appassionato, suscettibile e facile agli scatti, ma sempre cortese. 

Carlotta

Carlotta è la moglie di Edoardo, ma non si fida di lui come amministratore del patrimonio. Ponderata e riflessiva, vuole amministrare lei la casa e le proprietà,pur non avendone le competenze. Ogni sua decisione, pur se apparentemente ponderata, influisce su su qualcuno o qualcosa spesso in modo negativo, ma è sincera e onesta. Fa molti errori evidenti, ma l’amore tira fuori da lei emozioni che normalmente è abituata a celare.

Capitano

Il suo nome è Otto, ma verrà chiamato il Capitano. È un amico di gioventù di Edoardo ed è descritto come un brav’uomo. È una persona altruista, ma si sente solo e senza occupazione, nonostante l’evidente talento. Nonostante il suo essere discreto, il suo arrivo scombinerà non poco gli equilibri del castello. Si dimostrerà per tutto il tempo un uomo preparato e concreto.

Ottilia

Ottilia è la nipote di Carlotta, è una ragazza giovane e bella, ma apparentemente senza alcuna inclinazione. A scuola è lenta ed è l’ultima della classe, a differenza di Luciana, la figlia di Carlotta, che eccelle in ogni cosa che fa. L’amore la rende più sicura, ma rimane sempre una ragazza dolce e amabile. Alla fine, io penso la si preferisca all’apparentemente perfetta Luciana, che però è capricciosa ed egoista, oltre che volitiva e pettegola. Parteggia sempre per l’amato, perché “L’odio è partigiano, ma l’amore lo è ancora di più”. Tuttavia, è ingenua e spesso commette degli errori

Le affinità elettive

Cosa siano queste affinità elettive ce lo spiega lo stesso autore,in una discussione tra Edoardo, il Capitano e Carlotta. Partendo da qualcosa che accade nel mondo fisico, arrivano a spiegare anche le relazioni nel mondo umano. In entrambi i casi gli elementi che si sono provvisoriamente  uniti, tendono a sciogliersi da questa unione per andare verso l’elemento da cui sono più attratti. 

Quelle nature che, una volta incontratesi, si compenetrano e si influenzano reciprocamente, noi le definiamo affini.

Edoardo e Carlotta si sono incontrati e innamorati in gioventù, ma sono stati entrambi costretti a matrimoni di convenienza. Si sposano, però, in seconde nozze e sembrano felici, almeno finché non decidono, sotto la pressione di Edoardo, di prendere in casa un vecchio amico di quest’ultimo, il Capitano. A seguire arriverà anche Ottilia, la nipote di Carlotta che sembra non avere ancora trovato un suo posto, una sua attitudine. L’arrivo dei due scombussolerà la vita e i ritmi di Edoardo e Carlotta e li porterà a decisioni non sempre sagge e ponderate. 

Siamo capaci di sacrifici inenarrabili: eppure se si presenta una autentica, precisa occasione, quegli stessi sacrifici si trasformano in qualcosa che non siamo in grado di compiere.

Un romanzo d’amore, ma non romantico

Le affinità elettive è un romanzo d’amore, ma il mondo che Goethe descrive è l’opposto di quello romantico. Non che l’autore volesse necessariamente polemizzare con i romantici, ma in questo mondo le cose vanno diversamente. E la donna è diversa, rispetta a quella del Romanticismo. Qui è una donna che sbaglia tanto quanto e a volte più degli uomini e tutto è più triste e incerto. 

L’amore è fatto in questo modo: lui solo crede d’avere ragione e qualunque altra forma di diritto, in sua presenza, svanisce. 

Edoardo diventa come un bambino quando gli si impedisce di fare ciò che vuole e rimane ferito per cose anche molto futili, capricci, “tutto quanto lo divertiva, lo rendeva allegro doveva essere considerato con delicatezza da parte degli amici.”

Carlotta vuole, nella sua razionalità, ristabilire le cose, vorrebbe tornare indietro, recuperare il rapporto con Edoardo, mentre quest’ultimo è come un bambino a cui viene sottratto il giocattolo. 

Al contrario di lui, Carlotta sapeva meglio attraversare queste prove, in virtù della profondità del proprio sentimento. Era assolutamente consapevole, nel suo intimo, di dover rinunciare a un affetto bello e nobile. 

Una lezione di stile

In questo romanzo Goethe riesce a dire con uno stile alto e aggraziato anche le cose più terribili, usa le parole a suo completo piacimento, inserendo tra le vicende anche il suo pensiero, i suoi ammonimenti. All’apparenza sembra quasi voler proteggere i personaggi, descrivendo le loro disgrazie in modo delicato e gentile, quasi che si potessero spezzare ad usare parole più dure; anche per il lettore sembra avere una certa attenzione, spiega per bene tutto ciò che accade e non manca di segnalare al lettore quali sono i segni premonitori di ciò che sta per accadere che invece i personaggi non notano per nulla. Quello che Goethe fa in realtà è decidere dei personaggi e del loro destino come più gli aggrada, di sperimentare con i personaggi e finisce per stupire il lettore. 

Se la gente comune, allorché reagisce con sofferenza o disperazione alle più banali contrarietà quotidiane ci strappa un sorriso di compassione, noi siamo soliti, al contrario, guardare con reverenza verso un animo ne quale sia stato gettato il seme d’un grande destino e che, tuttavia, deve ancora attendere l’evolversi s’un simile concepimento e dunque non può, non deve mettere fretta né al bene né al male, né alla fortuna né alla sventura che ne possono scaturire. 

 

Titolo: Le affinità elettive

Titolo originale: Die Wahlverwandtschaften

Autore: Johann Wolfgang von Goethe

Traduzione: Umberto Gandini

Casa editrice: Fetrinelli

Pagine: 336

Pechino è in coma di Ma Jian ci narra i fattacci di piazza Tienanmen accaduti nel 1989, ci racconta come ci si è arrivati e cosa è cambiato (e cosa non è cambiato) dopo. Un romanzo intenso e vero che non mancherà di commuovere.

Dai Wei è figlio di un destroide mandato nei campi di rieducazione all’epoca della Rivoluzione Culturale,  vive con la madre e il fratello a Pechino. Il padre torna a casa dopo più di 20 anni e il suo rientro in famiglia destabilizza gli equilibri, oltre al fatto che il padre e il suo passato sono ciò che impedisce alla madre di ottenere la tanto agognata tessera del partito. Nonostante tutti i suoi sforzi, non riesce mai ad ottenerla. 

Piazza Tienanmen da dentro

Dai Wei partecipa attivamente alle proteste di Piazza Tienanmen e durante la repressione messa in atto dall’esercito nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989 gli viene sparato un colpo in testa e va in coma. Ed è da qui che comincia il racconto della sua vita, fino a quella maledetta notte e oltre. Dall’interno di un corpo immobile, eppure ancora vivo, riemergono ricordi del suo passato, di un padre tornato in Cina dall’America per aiutare a ricostruire il paese, che poi viene invece costretto alla sottomissione e additato come nemico. Ricordi di una vita in famiglia resa più difficile dalla condizione di prigioniero del padre. Ricordi degli anni della scuola, dell’università, amicizie, amori. Tutto passa attraverso quel corpo inerte. 

Attraverso i ricordi di Dai Wei entriamo nei campi di rieducazione, nel clima della Rivoluzione Culturale e nel processo di costruzione dell’economia socialista di mercato tipica dell’era post Mao Zedong. Respiriamo un’aria di ritrovata libertà, salvo poi rendersi conto che essa è solo un sottile velo che copre una realtà che in fondo non è poi così diversa dalla dittatura di Mao, in termini di libertà individuale e diritti umani. Ne sono prova le manifestazioni pacifiche represse con la forza, di cui piazza Tienanmen è diventato il culmine, la tragedia cui mai avremmo voluto assistere.  

Piazza Tienanmen

L’energia e il sacrificio

Le proteste nacquero come una richiesta di maggiore libertà e democrazia in una Cina in fermento. Si trattava comunque di pacifiche proteste studentesche, pacifiche, ma tenaci, perché i ragazzi non mollavano. Queste pagine profumano dell’entusiasmo e della dedizione di questi ragazzi, pronti al sacrificio per un bene superiore. Ma percepiamo anche la paura, la sfiducia, i tentennamenti di questi studenti, che alla fine si sono dovuti confrontare con la minaccia di dover fronteggiare l’esercito. E in fondo erano solo studenti, giovani entusiasti ed energici che, come molti giovani di tutto il mondo, vogliono cambiare le cose che non funzionano.

La rabbia e lo sconforto dati dal fallimento dei loro tentativi di dialogo con il governo hanno minato la compattezza del gruppo, soprattutto di quello dei leader, ma il movimento non si è fermato. E non si è fermato nemmeno al comparire di discussioni interne e dissapori all’interno del gruppo dei leader, divergenze di opinioni ed errori. 

Sapevo che sarebbe stato impossibile far evacuare gli studenti dalla piazza, però non sembrava giusto che i leader se la svignassero alla chetichella, soprattutto dopo aver incitato gli altri a restare. 

Lo sciopero della fame deciso dagli studenti è stato un atto di coraggio e sacrificio, che tuttavia non ha portato i risultati sperati. Ma Jian riesce a rendere molto bene l’atmosfera di quei giorni in piazza e noi lettori non possiamo non soffrire insieme a questi studenti, non possiamo non attendere insieme a loro un passo dal governo, non possiamo non ringraziarli per quello che hanno fatto, per non aver mollato nemmeno quando il sacrificio è diventato enorme.

Una Cina che cambia

Mano a mano che la narrazione procede dall’interno della mente di Dai Wei, vediamo i cambiamenti della Cina, il passaggio da un comunismo estremo alla cosiddetta ‘economia socialista di mercato‘, l’avvento della tecnologia, il rapporto, sempre molto difficile, con gli stranieri (quelli che i cinesi chiamano laowai). Troviamo anche molte tipicità, quali ad esempio la Città Proibita e gli hutong, le piccole casette a un piano tipiche di Pechino che oggi sono un’attrazione turistica di grande fascino, ma che allora erano invece dei tuguri sporchi e malsani con dei sudici bagni in comune. 

“Spero di trovare un appartamento come questo, con il riscaldamento centrale e l’acqua corrente” dice Gui Lan. “In inverno a mia camera è molto fredda. E odio dover usare quei luridi gabinetti comuni in fondo al vicolo.”

Dai Wei ci racconta anche qualcosa del Falun Gong e della sua repressione da parte del governo, a dimostrazione ulteriore, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che la Cina era (ed è tutt’ora) ben lontana dalla democrazia

Democrazia e libertà 

Quello che, a mio parere, traspare più di tutto è il malumore di una generazione di “orfani” senza patria e senza famiglia, che anelano a una libertà di pensiero legittima che viene loro negata, che chiedono a gran forza democrazia, che si battono contro la corruzione con coraggio e tenacia. Resistono e non si arrendono pur sapendo che il loro nemico è molto più forte e potente di loro e lo dimostrerà nella maniera più vile, mandando l’esercito, con i carri armati, a sparare su di loro, in una delle repressioni più brutali e sanguinarie del secolo scorso. 

“Mao ha distrutto il sistema della famiglia tradizionale in modo che tutti dipendano dal Partito” aggiunse Tian Yi. “Siamo una generazione di orfani. I nostri genitori non ci hanno dato un sostegno affettivo. Appena siamo nati hanno permesso che fosse il Partito a decidere della nostra vita.”

I leader degli studenti, i cui nomi in questo romanzo richiamano molto quelli dei veri leader studenteschi delle proteste dell’ ’89, hanno avuto grandi meriti e grandi responsabilità. Hanno avuto il merito di mantenere alto l’umore degli studenti anche nei momenti di maggior sconforto, hanno avuto il merito di guidare una protesta senza precedenti nel paese. Ma hanno anche avuto la grande responsabilità di aver condotto gli studenti al massacro in nome di una democrazia che non è mai arrivata. Il governo ha represso le proteste nel sangue e insabbiato tutto, negando apertamente il suo operato e perseguitando tutti coloro che furono ritenuti coinvolti nell’organizzazione delle manifestazioni. Dimostrando in questo modo che non molto, in fondo, era cambiato.

Un viaggio lungo un corpo

Questo romanzo è però anche un viaggio all’interno di un corpo diventato prigione e Ma Jian è molto bravo a descrivere ciò che accade dentro quello che oramai è diventato solo il contenitore della mente di Dai Wei. Ogni canale, ogni più piccolo angolo del suo corpo viene percepito da Dai Wei con un’estrema sensibilità e ogni piccola novità diventa una gioia per lui: un uccellino che ogni giorno si posa su di lui, la brezza che entra dalla finestra, il tocco delicato di una mano. 

Ora so che per raggiungere l’anima si deve viaggiare a ritroso. Ma solo chi dorme ha tempo di percorrere quel sentiero, chi è sveglio deve lanciarsi alla cieca in avanti fino alla morte…

Consiglio questo romanzo a chi ha voglia di saperne di più sulla Cina e sui fatti di piazza Tienanmen, l’unica cosa che non ho apprezzato è stata la traduzione di Katia Bagnoli. Personalmente non l’ho trovata una buona traduzione e inoltre presenta anche diversi errori grammaticali e diverse imprecisioni. Probabilmente è mancato il lavoro di un buon editor, ma anche la traduzione in sé non è proprio nelle mie corde. Peccato perché il romanzo è davvero bello. 

Titolo: Pechino è in coma

Titolo originale: Beijing Coma

Autore: Ma Jian

Traduzione: Katia Bagnoli

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 633