Oceano mare è uno dei libri più conosciuti di Alessandro Baricco. Scritto nel 1993 ha fin da subito diviso i lettori, perché Baricco è uno di quegli scrittori che o si ama o si odia. Mi vergognavo un po’ a non aver ancora letto nulla di suo, così ho preso in mano questo racconto onirico popolato da personaggi dalle caratteristiche peculiari. Inizialmente ho faticato ad entrare in questo suo mondo, ma poi ho faticato ad abbandonarlo.

La locanda Almayer

La locanda Almayer è una locanda sul mare, un luogo magico nl quale convergono sette personaggi surreali, ognuno col proprio bagaglio di storie, sofferenze e segreti. E la locanda li accoglie tutti senza chiedere nulla, senza voler sapere cosa li ha portati sin lì. Si tratta di un luogo senza tempo e, a volte si ha l’impressione, senza spazio, nel quale si può godere del potere salvifico del mare e del silenzio. Lo sanno bene i bambini che gestiscono la locanda, contribuendo a renderla un luogo magico. 

In questo luogo strano e bellissimo si incrociano le vite di Plasson, che cerca di dipingere il mare, Bartleboom, che cerca la sua donna e la fine del mare, Elisewin, che cerca un modo e un motivo per sopravvivere, padre Pluche, che cerca la sua strada, Ann Deverià, che cerca se stessa, Adams che cerca vendetta. Tutti in qualche modo legati indissolubilmente al mare e tutti in qualche modo in cerca di guarigione. 

Il mare immenso, l’oceano mare, che infinito corre oltre ogni sguardo, l’immane mare onnipotente – c’è un luogo dive finisce, e un istante – l’immenso mare, un luogo piccolissimo e un istante da nulla 

Il mondo di oceano mare

Con una prosa che sembra poesia Baricco ci trasporta in un mondo onirico, dove non tutto sembra avere senso, un mondo popolato da personaggi diversi tra loro, ma tutti con il mare in comune, quel mare che li salva o li condanna, che custodisce i loro segreti e guarisce le loro ferite. Perché questo fa la locanda Almayer, offre salvezza alle anime tormentate, concede la possibilità i lasciarsi il passato alle spalle e ricominciare. 

Questo romanzo è un sogno e come tutti i sogni è a tratti incomprensibile, popolato di personaggi strani e di bambini che volano dalle finestre, con un filo che ci accompagna per tutto il tempo: l’oceano mare. Quel mare che sommerge, uccide e sovrasta, ma anche che culla, che salva e che guarisce.

Questo romanzo è un viaggio dentro l’anima, un viaggio verso la salvezza o la dannazione, un viaggio per trovarsi o per perdersi. 

Se c’è un luogo, al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. non è più terra, non è ancora mare. non è vita falsa, non è vita vera. È tempo. Tempo che passa. E basta. 

Linguaggio ricercato, continui cambi di registro e uso del flusso di coscienza possono rendere inizialmente difficile questo romanzo, ma se si riesce ad andare avanti si entra in un mondo poetico e delicato che ci rimane addosso per lungo tempo.

 

 

Titolo: Oceano mare

Autore: Alessandro Baricco

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 224

 

Il buio oltre la siepe è uno di quei libri che ti rimangono attaccati addosso, uno di quei libri che una volta finiti lasciano dentro un vuoto, che non è poi facile riempire. È uno di quei libri che tutti dobbiamo leggere, per renderci conto che, nonostante i diritti umani e una mentalità più aperta, molte cose non sono cambiate poi così tanto, e per diventare ogni giorno un po’ di più Atticus Finch. 

America anni Trenta

Maycomb, Alabama, anni Trenta. Scout Finch è una ragazzina vivace e ribelle che vive con fratello Jem, il padre Atticus e la cuoca Calpurnia in questa sonnolenta città nel sud-est degli Stati Uniti. Accanto a loro vivono i Radley, che incuriosiscono molto Jem, Scout e il loro amico Dill, in quanto segregano in casa il figlio Boo. I ragazzi trascorrono le loro estati insieme all’amico Dill, tra mille giochi all’aperto e tentate incursioni nella casa di Boo Radley.

Le cose cominciano a cambiare quando al padre, avvocato, viene assegnato un caso d’ufficio: difendere Tom Robinson un “negro” accusato di stupro. Questo procurerà molte ripercussioni nella vita dei Finch.

Atticus si dimostra un personaggio fuori dal comune per l’epoca: nell’America convenzionale e bigotta, obnubilata da stereotipi e pregiudizi razziali, Atticus cresce i suoi figli con valori quali l’uguaglianza, il rispetto e la cultura. Desidera che i suoi figli abbiano una cultura e li avvia alla lettura, risponde sempre alle loro domande, insegna loro il rispetto per gli esseri umani a prescindere da stato sociale, religione o colore della pelle. Non gli interessa quello che la gente dice di lui, perché risponde solo alla sua coscienza.

«Questo caso, il caso di Tom Robinson, è qualcosa che tocca la parte più profonda della coscienza di un uomo… Scout, non potrei andare in chiesa e venerare Iddio se non cercassi di aiutare quel ragazzo»

«Quasi tutti sembrano pensare di aver ragione loro, e che tu, invece, abbia torto…»

«Hanno sicuramente il diritto di pensarlo, come noi abbiamo il dovere di rispettare le loro opinioni, ma prima di vivere con gli altri io devo vivere con me stesso. L’unica cosa che non è tenuta a rispettare il volere della maggioranza è la coscienza.»

 

Atticus Finch

È un personaggio così tollerante, così umano. In un’epoca in cui il diverso era sempre additato e giudicato, messo al bando per lo più, lui rivendica l’universalità dell’essere umano in quanto tale. Difende Tom Robinson già sapendo che parte perdente in una società come quella, ma lo fa perché stanno perpetrando un’ingiustizia ai danni di un essere umano che viene giudicato non per ciò che ha compiuto (o non compiuto), ma per il suo aspetto. Quanto è ancora attuale, in un certo senso, questo pregiudizio! Sono persone così che poi aiutano a cambiare la storia, persone che dicono no ai pregiudizi, no alle ingiustizie, no agli stereotipi, no alle ineguaglianze. Mi fa venire in mente Rosa Parks, che proprio pochi anni prima che Harper Lee scrivesse questo libro, proprio in Alabama era stata il motore che aveva messo in moto il processo di abolizione delle leggi razziali. 

La narrazione avviene trent’anni dopo i fatti e attraverso gli occhi di Scout vediamo una società dominata dall’intolleranza e attraverso i suoi occhi sentiamo le conseguenze delle scelte del padre. Scelte difficili, specialmente in una società come quella dell’epoca, in cui essere diversi equivaleva quasi a essere banditi dalla società ed essere “negrofili” era quasi peggio che essere assassini. Ma Atticus non molla.

Negrofilo è solo uno di quei termini che non significano niente: come moccioso. È difficile da spiegare: le persone meschine e ignoranti lo usano quando credono che uno stimi i negri e li preferisca a loro. Hanno cominciato a usarlo per indicare le persone come noi quando hanno bisogno di un epiteto con ci etichettarle.

Ma il finale?

La storia è narrata dal punto di vista di Scout, una bambina ancora libera dai pregiudizi che imperversavano all’epoca, ma allo stesso tempo troppo piccola, forse, per comprendere sino in fondo le ragioni che portano il padre a fare certe scelte. Scelte che sfidano l’opinione comune, la zona di comfort dell’abitudine e del conosciuto, per addentrarsi nel buio dell’ignoto, oltre quella siepe che ci mantiene al sicuro nelle nostre piccole tane, lontani dal diverso e dall’altro.

Il finale de Il buio oltre la siepe è uno dei più belli che io abbia mai letto (ammetto di essere molto difficile in questo, incipit e finali spesso mi deludono, anche in libri che ho molto amato), la perfetta chiusura di un cerchio che avvolge tutta la trama e che vi lascerà stupiti e commossi.

Il titolo italiano di questo romanzo, pur nella bellezza della metafora che evoca, non ha nulla a che vedere con il titolo originale To kill a mockingbird (uccidere un tordo beffeggiatore), titolo rievocato anche dalla bella copertina della versione Feltrinelli. Lascio a voi scoprire che ruolo abbia questo uccellino nella storia e perché uccidere un tordo beffeggiatore sia così significativo.

 

Titolo: Il Buio oltre la Siepe

Titolo originale: To kill a mockingbird

Autrice: Harper lee

Traduzione: Vincenzo Mantovani

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 350

Il Cacciatore di Aquiloni è un libro triste, che prende lo stomaco, ma è anche un libro che parla di perdono, espiazione e rinascita. Leggendo queste pagine ci viene sì un colpo allo stomaco in più di un’occasione, ma ci rendiamo anche conto che alcuni sentimenti sono davvero universali e che, forse, alla fine, ci si può perdonare. 

Hassan: il cacciatore di aquiloni 

Amir e Hassan sono cresciuti insieme in una Kabul benestante e allegra, prima che le vicende di questo secolo la trasformassero in una polveriera pronta ad esplodere in ogni attimo, in un cimitero di polvere, ossa e miseria. Amir e Hassan godono dei privilegi di stare in una grande casa con giardino. Hassan però è un hazara, è un servo ed è molto devoto ad Amir, il quale, invece, nutre sentimenti contrastanti. Ama Hassan, ma è vittima della continua ricerca di affetto del padre, unico genitore che sembra avere quasi una predilezione per il piccolo Hassan, viso rotondo, occhi buoni e labbro leporino.

I due amici crescono a suon di gare di aquiloni ( e Hassan è il miglior cacciatore di aquiloni di tutta Kabul), ma è proprio durante una di queste che accade qualcosa che rimarrà per sempre impresso nei loro cuori, qualcosa che scolpirà per sempre nel cuore di Amir quel senso di vergogna e di colpa che lo porteranno ad azioni dalle quali difficilmente si potrà tornare indietro.

La forza del perdono

“Esiste un modo per tornare a essere buoni” gli dirà molti anni dopo Rahim Khan amico e socio del padre. E Amir verrà catapultato in un attimo in quell’estate degli anni Settanta a Kabul, a quel giorno che mai dimenticherà, a quel viso che da allora si è impresso nel suo cuore per sempre, insieme al senso di colpa e al rimorso.

Questo libro è un viaggio, un viaggio attraverso l’Afghanistan e il Pakistan, ma anche un viaggio attraverso la colpa, il dolore, il rimorso, l’espiazione, un viaggio verso il perdono.

Mi chiesi se quello fosse il modo in cui sboccia il perdono, non con le fanfare di una epifania, ma con il dolore che, nel cuore della notte, fa i bagagli e si allontana senza neppure avvisare.

Forse tutti siamo o siamo stati un po’ Amir, tutti ci siamo ritrovati prima o poi a fare i conti con il nostro passato, magari un po’ scomodo, con qualche errore commesso, con la voglia di far tornare indietro le lancette e fare le cose in maniera diversa. Ma non si può, quello che si può fare è perdonare e perdonarsi. Saprà Amir intraprendere questo viaggio? Saprà affrontare ciò che troverà nel suo cammino?

Questo splendido romanzo di Khaled Hosseini ci dimostra che, forse, non tutto è perduto e che ci può essere una via d’uscita.

 E io ritengo che si sia vera redenzione solo quando la colpa spinge a fare del bene

Un romanzo da leggere col cuore 

Hosseini ci regala un romanzo emozionante, ci coinvolge con la sua scrittura calda e trascinante e ci regala una storia a tratti commovente, sullo sfondo di un Afghanistan che piano piano si consegna nelle mani dei suoi carnefici, assistendo impotente alla sua stessa distruzione. Un romanzo scritto col cuore e che cuore va letto, lasciandoci coinvolgere e trascinare dalla storia di un’amicizia che è anche un viaggio alla riscoperta di sé.

 

Titolo: Il cacciatore di aquiloni

Titolo originale: The Kite Runner

Autore: Khaled Hosseini

Traduzione: Isabella Vaj

Casa editrice: Piemme

Pagine: 390 

Ultimamente sono venuta a contatto con libri di scrittori emergenti e ne ho avuto esperienze di lettura varie: fatica, in alcuni casi, delusione in altri, ma ci sono state anche delle belle sorprese.

Vi presento in questo articolo due scrittori (anzi tre per dire il vero) che penso meritino attenzione.

La diciottesima

Titolo: La Diciottesima

Autori: Nicoletta Riato, Andrea Delía

Casa editrice: pubblicazione indipendente

Pagine: 102

Teramo, 1776. Emma è stata costretta a entrare in un piccolo convento quando aveva solo 13 anni ufficialmente a causa del suo comportamento poco consono, in verità perché ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. 

Nel convento ci sono solo 17 monache, lei è la diciottesima e tale rimarrà sempre per le sue consorelle, che mai la chiameranno per nome, per loro sarà sempre la Diciottesima. Né mai la considereranno davvero parte integrante del monastero, in fono è lì per espiare le sue colpe e redimersi. 

 

 

Emma è vivace, intelligente e curiosa e proprio queste sue caratteristiche le attirano le simpatie di Donna Cassandra, con cui instaura un rapporto di tenera amicizia e di scambio intellettuale. Sarà lei a far entrare Emma in un gruppo di intellettuali che porta avanti le nuove idee illuministe, sarà lei a dare a Emma modo di nutrire la sua curiosità intellettuale. È una ragazza alla ricerca del suo posto nel mondo, della sua libertà e Donna Cassandra è come acqua che disseta per lei.

Il passato ritorna sotto forma di un prete con sei dita

Ben presto, tuttavia, si ripresenta ad Emma un fantasma del suo passato, un diavolo con sei dita che farà di tutto per proteggere il suo segreto. Emma è in pericolo, ma come fare ad uscire da una situazione che la perseguita da quel giorno di dieci ani prima?

Scritto con uno stile fresco e scorrevole, ambientato in un periodo storico denso di idee nuove e di cambiamenti sociali, descrive perfettamente il clima politico, intellettuale e sociale dell’epoca, senza risultare in alcun modo pesante o ridondante.

L’unica pecca di questo romanzo? Finisce troppo presto. Mi sarebbe piaciuto veder sviluppata di più la storia del gruppo segreto di intellettuali e anche le vicende di Emma le avrei volute approfondite di più, soprattutto nella sua crescita psicologica.

Gli autori comunque mi hanno convinto e leggerò anche L’incanto del silenzio (clicca qui per saperne di più). 

Senza moscioli né pistole

Titolo: Senza moscioli né pistole

Autore: Marco Apolloni

Casa editrice: Fanucci

Pagine: 304

Tarcisio Muzzo è un investigatore privato con un passato difficile e un presente fatto di lunghe giornate trascorse nell’attesa di un caso alla Magnum P.I. I casi che arrivano sul suo tavolo sono però di ben altra natura: mariti adulteri o adolescenti disagiati. Nulla a che vedere con i casi del suo idolo. Come può essere finito così a 39 anni, dopo un brillante inizio di carriera nei carabinieri?

Tarcisio è uno a cui la vita non ha regalato molto e tra serate al night club e grandi mangiate di pesce, cerca di trovare il bandolo della matassa e capire in quale momento la sua vita gli è sfuggita di mano.

 

Finché nel suo ufficio un giorno entra Elettra Bonanni. 

Da questo momento in poi Tarcisio inizierà una vera e propria investigazione che lo porterà lungo le bellezza della Riviera del Conero alla ricerca di un possibile assassino. Elettra diventa la sua (improbabile) assistente e insieme cercheranno di venire a capo di una situazione che si dimostra via via sempre più complessa e che avrà un risvolto inaspettato.

Apolloni ha uno stile scorrevole, molto colloquiale e molto “scrivo-come-parlo” e pur non essendo io un’amante di questo genere di scrittura (cosa ci posso fare, mi piace perdermi nella bella scrittura!), devo ammettere che c’è del talento in questo romanzo e che l’ho letto con molto piacere. I personaggi sono ben delineati e caratterizzati e la trama è coinvolgente al punto giusto, con una buona dose di indagine dell’animo umano. 

 

Alla fine ho compiuto l’impresa: sono riuscita a leggere la saga del signore degli anelli (Lo Hobbit  e i tre libri de Il Signore degli Anelli). Da molto i libri mi occhieggiavano dalla libreria, ma non avevo mai avuto il coraggio di affrontarli. Quest’anno ce l’ho fatta grazie a un piccolo gruppo di lettura con altre ragazze, che mi hanno aiutato a non mollare, ed ora sono qui a raccontarvi la mia esperienza con Tolkien.

Lo Hobbit

Titolo: Lo Hobbit

Titolo originale: The Hobbit or There and Back Again

Autore: J.R.R. Tolkien

Traduzione: Caterina Ciuferri in collaborazione con Paolo Paron per la Società Tolkieniana Italiana

Illustrazioni: Alan Lee

Casa Editrice: Bompiani

Pagine: 417

Lo Hobbit è la storia che precede quella a noi ben nota di Frodo Baggins e dei suoi amici ed è stato pubblicato nel 1937. Questo libro è nato come fiaba per bambini e questo spiega lo stile diverso da quello della successiva trilogia. Il protagonista è Bilbo Baggins, un piccolo hobbit che abita nella Contea, personaggio senz’altro noto anche a chi non avesse letto questo libro. 

 

Gli hobbit sono (o erano) gente piccola, alta all’incirca la metà di noi, e più bassa dei barbuti nani. Gli hobbit non hanno barba. In loro c’è poco o niente di magico, a parte quella magia di tipo comune e quotidiano che li aiuta a sparire silenziosi e rapidi quando persone ingombranti e stupide come me e voi gli capitano intorno, con un rumore da elefante che essi sono in grado di sentire a un miglio di distanza.

Questa è dunque la storia del piccolo hobbit Bilbo Baggins che lascia la pace della Contea per intraprendere un viaggio insieme a Gandalf lo stregone e 13 nani, attraverso Bosco Tetro e le Terre Selvagge per arrivare fino alla Montagna Solitaria e al palazzo che il potente drago Smaug ha rubato ai nani, insieme a tutti i loro tesori. 

L’Anello

Durante una brutta avventura con gli orchi, Bilbo trova per caso un anello che poi scopre, suo malgrado, appartenere a una terribile creatura che gli amanti di Tolkien conoscono molto bene: Gollum. L’incontro tra i due è una parte molto interessante del libro. 

Non senza avventure e pericoli, la compagnia arriva alla fetida tana del drago, ma come fare ora ad uccidere la bestia e a reimpossessarsi del tesoro che appartiene alla stirpe di Thorin Scudodiquercia? 

Bilbo e i suoi amici nani ne vedono delle belle in quest’avventura narrata con stile scorrevole e favolistico, ma che forse proprio per questo non mi ha catturata fino in fondo, è una bella favola, ma non il tipo di lettura che mi fa affezionare.

Il Signore degli anelli: La compagnia dell’anello

 

Titolo: La Compagnia dell’Anello

Titolo originale: The Fellowship of the Ring

Autore: J.R.R. Tolkien

Traduzione: Ottavio Fatica

Illustrazioni: Alan Lee

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 704

Sono passati molti anni dalle avventure di Bilbo Baggins e dei nani e Bilbo è ormai arrivato alla veneranda età di 111 anni. Tuttavia, non si dica che è vecchio, perchè è ancora molto arzillo, tanto da organizzare un’enorme festa di compleanno nella sua casa per tutta la Contea. Durante la festa (che è anche la festa del nipote ed erede di Bilbo, Frodo Baggins), Bilbo decide di andarsene per sempre e di lasciare tutto a Frodo, compreso l’Anello. 

Dopo la partenza di Bilbo, Frodo viene a sapere da Gandalf il Grigio che quello è  un anello potentissimo che appartiene niente di meno che a Sauron il Grande, l’Oscuro Signore. Si tratta di un nemico estremamente potente che ora rivuole il suo Anello e per averlo è disposto a tutto. Frodo non può più rimanere nella Contea, deve partire per una missione che, forse, è più grande di lui. 

C’è una sola strada: trovare la Voragine del Fato, negli abissi dell’Orodruin, la Montagna di Fuoco, e lanciarvi l’Anello, se desideri effettivamente distruggerlo ed impedire per sempre al Nemico di impadronirsene.

Dopo svariate (dis)avventure i nostri quattro hobbit (Frodo e il suo fedele giardiniere Samvise Gangee, insieme agli inseparabili Meriadoc Brandibuck detto Merry e Peregrino Tuc detto Pipino) arrivano a Brea, alla locanda del Puledro Impennato, dove incontrano Grampasso, un tipo losco, di cui però provano a fidarsi.  Da questo punto in poi le cose si movimentano un po’, tra l’attacco dei Cavalieri Neri e quello degli Orchi a Moria.

Ma che fine ha fatto Gandalf?

Ognuno aveva sentito che gli veniva offerta una scelta fra un’ombra piena di terrore e che l’attendeva, e qualcosa che desiderava intensamente: vedeva chiaro innanzi agli occhi quel suo desiderio, e perché si avverasse bastava ch’egli lasciasse la via ed abbandonasse la Missione e la guerra contro Sauron in altre mani.

La compagnia parte

Da Gran Burrone, dimora di Elrond, parte la compagnia dell’Anello, capitanata da Gandalf il Grigio e composta da altri otto membri: oltre a  Frodo, portatore dell’Anello, Sam, Merry e Pipino ci sono AragornGrampasso, Boromir,  forte e possente uomo di Gondor, il nano Gimli, figlio di Gloin e l’elfo Legolas. La Missione di cui sono stati investiti è quella di distruggere per sempre l’Anello del Potere e impedire così a Sauron di regnare con il male nel mondo. 

Il Signore degli Anelli: Le due torri

 

Titolo: Le Due Torri

Titolo originale: The Two Towers

Autore: J.R.R. Tolkien

Traduzione: Ottavio Fatica

Illustrazioni: Alan Lee

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 592

La Compagnia si è ora divisa, Frodo e Sam stanno andando verso Mordor da soli, mentre Aragorn, Legolas e Gimli stanno seguendo Merry e Pipino, con qualche sorpresa. 

Dall’altra parte, Frodo e Sam sono alle prese con Gollum-Smeagol e con tutti i problemi e le difficoltà creati dall’avvicinamento a Mordor. 

La viscida creatura sta guidando i due hobbit verso Mordor, ma la via è irta di pericoli e ad ogni angolo possono spuntare nemici. Inoltre, l’Anello sta diventando un fardello pesante per Frodo.

L’Occhio: la crescente orribile sensazione di una volontà ostile che si sforzava con tutta la sua potenza di penetrare ogni minima ombra di nube, di terra, di carne, per vederlo: per immobilizzarlo sotto il suo sguardo micidiale, nudo inamovibile. Quanto fini, quanto fragili e fini erano ormai i veli che lo proteggevano! Frodo sapeva esattamente dove si trovava il cuore di quella volontà; lo poteva dire con la certezza di chi ad occhi chiusi indica la direzione del sole. Era di fronte a lui, e ne sentiva la potenza martellare sulla propria fronte.

Io ve lo dico e non odiatemi: ad un certo punto ho perfino iniziato a simpatizzare con Gollum! Creatura disgraziata, sempre maltrattata, strisciante, di cui nessuno si fida. Che ci volete fare, ho il cuore tenero! 

Le avventure del resto della compagnia li portano a Rohan, ma il giorno della grande battaglia contro l’esercito di Sauron si sta avvicinando e bisogna essere preparati.

Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re

 

Titolo: Il Ritorno del Re

Titolo originale: The Return of the King

Autore: J.R.R. Tolkien

Traduzione: Ottavio Fatica

Illustrazioni: Alan Lee

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 700

Siamo giunti alla parte più dura di tutto il viaggio, mentre Frodo e Sam tentano, tra mille difficoltà e mille pericoli, di raggiungere il Monte Fato per distruggere l’Anello, il resto della compagnia si divide ulteriormente. Devo confessare che ad un certo punto ho faticato a mantenere il passo con la storia, faticavo a ricordare chi era dove. 

Ad ogni modo, questo è il  libro delle grandi battaglie contro gli eserciti di Sauron e la narrazione si fa più veloce e serrata, tutti stanno convergendo verso la grande battaglia finale. Ce la farà Frodo a distruggere l’Anello? Quell’Anello diventato oramai un fardello pesantissimo da portare e un pericolo per la sua lucidità mentale. 

Se egli lo riconquista, il vostro valore è vano e la sua vittoria sarà rapida e totale, così totale che nessuno può prevederne le conseguenze sin tanto che il mondo durerà. Se invece l’Anello viene distrutto, egli soccomberà, cadendo tanto in basso che nessuno potrà prevedere che si rialzi. Perché avrà perduto la parte migliore della forza insita in lui alle origini, e tutto ciò che fu fatto o cominciato con quella forza cadrà in rovina, ed egli sarà storpiato per sempre, diventando un fantasma di malizia intento a rodersi nell’ombra, incapace di crescere nuovamente e di prendere forma. 

Un classico del fantasy

Non sono un’amante del fantasy e questo non l’ho mai nascosto e forse è questo il motivo per cui non sono riuscita ad apprezzare quest’opera fino in fondo, come, invece, gli amanti del genere presumibilmente hanno fatto. Posso senz’altro capire perché a tante persone sia piaciuto molto e perché qualcuno continui anche a rileggerlo con una certa cadenza. Ho amato le descrizioni di Tolkien perché sembra davvero di essere lì con loro e di vedere ciò che vedono loro. Ho però avuto delle difficoltà con i nomi, soprattutto dei luoghi, ma a volte anche di alcuni personaggi, cosa che mi ha creato qualche rallentamento. 

Il Signore degli Anelli è una bella avventura, con delle piccole perle nascoste qua e là tra le righe, una narrazione scorrevole, ma non veloce, che consiglio senz’altro a chi ama il fantasy (se vi piace il genere è un must).

Non si può parlare de Il Signore degli Anelli senza menzionare i film di Peter Jackson. Chi ha letto il libro e non ha ancora visto i film deve ASSOLUTAMENTE recuperare e guardarli; sono veramente ben fatti, curati e nonostante siano lunghi, non sono mai noiosi. Devo ammettere che forse non li avrei apprezzati così tanto e forse non li avrei nemmeno compresi fino in fondo se non avessi letto il libro, ma avendolo fatto è stato un vero piacere guardarli e ve li consiglio vivamente. Piccola confessione: mi sa che mi sono piaciuti più i film che i libri!

 

Un uomo è un romanzo-biografia-confessione vero, crudo, sfacciato, appassionato. È la storia incredibile di un personaggio fuori dal comune, Alekos Panagulis, eroe della resistenza greca durante la dittatura militare e compagno della Fallaci stessa.

È il primo maggio 1976 quando Alekos Panagulis, uomo-eroe inascoltato, combattente tenace e solitario, muore in un misterioso (forse nemmeno poi tanto) incidente automobilistico a pochi passi da casa sua.

Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa.

Nessuno è profeta in patria

Successe proprio quel che Panagulis stesso aveva previsto: dopo una vita intera a combattere da solo, rimanendo per lo più inascoltato, ecco che la morte lo rende un eroe agli occhi di quel popolo-gregge senza midollo che si lascia trasportare dal pastore che rende la schiavitù più allettante.

Questo romanzo è un grido accorato di dolore e amore, che nasce da un lato dall’esigenza di far luce su un omicidio insabbiato e di dar voce a chi ha cercato per tutta la vita, invano, di farsi ascoltare; e dall’altro di tener fede a una promessa fatta quasi per esasperazione, per mettere a tacere quelle parole che Oriana non voleva sentire.

«Pazienza.» «Pazienza cosa?» «Lo scriverai tu per me. Ne avevamo già parlato, del resto.» «Basta, Alekos!» «Lo scriverai tu per me, promettilo!» «Basta, Alekos!» «Promettilo!» «Va bene, lo prometto.»

Alexandros (Alekos) Panagulis era fin da giovanissimo un ribelle, un rivoluzionario. Nel 1968 tentò di uccidere Geōrgios Papadopoulos  militare promotore del colpo di stato che nel 1967 aveva portato i militari al potere. Il racconto che la Fallaci ci regala di quell’attentato è un’emozionante ritratto di un Panagulis molto umano, con tutte le sue contraddizioni e i moti dell’anima.

Di sicuro era una carogna: le persone per bene non fanno l’autista a un tiranno. Oppure sì, lo fanno? Non dovevi pensarci, alla guerra non si pongono certe domande. Alla guerra si spara: e a chi tocca, tocca. Il nemico alla guerra non è un uomo, è un obiettivo da inquadrare e basta: se accanto a lui c’è un disgraziato o un bambino, pazienza. Pazienza? Pazienza un corno: è giusto combattere le ingiustizie con le ingiustizie, il sangue col sangue? No, non lo è.

Sevizie e torture

Dopo il fallimento dell’attentato Panagulis venne arrestato e torturato ripetutamente e brutalmente e rimase in carcere fino al 1973, quando venne liberato in seguito a una mobilitazione internazionale. Il racconto degli anni di prigionia è duro e straziante, le torture e le sevizie subite sono raccontate in dettaglio ed è qualcosa da cui non si torna indietro, qualcosa che attanaglia le viscere e fa vergognare di appartenere allo stesso genere (dis)umano di quelle persone. La penna della Fallaci riesce a farci entrare nella cella-loculo di Panagulis e riesce quasi a far sentire anche a noi lettori il dolore lacerante di quei giorni che diventan settimane, che diventan mesi, che diventan anni nel buio di un sepolcro umido e stretto, talmente stretto da non riuscire a farci più di tre passi. Tocca fermarsi spesso a riprendere fiato tra queste pagine, a respirare un po’ d’aria fresca.

L’abitudine è la più infame delle malattie perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte. Per abitudine si vive accanto a persone odiose, si impara a portar le catene, a subire ingiustizie, a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto. L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente, cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni fibra di noi s’è adeguata,ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci.

Don Chisciotte e Sancho Panza

La fallaci conosce Panagulis poco dopo la sua scarcerazione e da lì inizia una storia d’amore bella e tormentata, che le pagine di questo romanzo ci regala in tutta la sua potenza. La potenza di un uomo che non smette di lottare per la libertà, incurante, quasi, delle conseguenze della sua lotta sulle persone amate, la potenza di un amore che comprende che stare accanto a un uomo di questo genere significa essere un Sancho Panza destinato a vivere con il suo Don Chisciotte il sogno impossibile. Alekos è irrequieto e inquieto, non smette mai di cercare di sovvertire quel regime che toglie la libertà e rende il popolo schiavo, e lo fa nonostante i continui pedinamenti, le minacce, il controllo.

Tuttavia, stare con Alekos non è facile, essere il suo Sancho Panza diventa sempre più pensate, il sogno impossibile è fatto anche di collera, irritabilità, continui e repentini cambi di umore e di idea, sfuriate, entusiasmi e crolli. A volte sembra quasi avulso dalla realtà: progetta piani di attacco, resistenza armata, sovversioni senza alcun aiuto, senza alcun appoggio, in un autentico delirio di follia.

Dietro un Don Chisciotte che non serve a nessun potere, che non fa comodo a nessuna barricata, che rompe le scatole a tutti, che non appartiene a nessun conformismo né organizzazione, che va a metter la bomba col taxi guidato dal cugino, che di conseguenza agisce secondo la sua morale e basta, la sua fantasia e basta, i suoi pazzi sogni e basta, chi c’è?

Un uomo solo

Ne esce un ritratto di un uomo testardo, impaziente, entusiasta, collerico, caparbio, camaleontico, un uomo complesso e decisamente carismatico, ma alla fine molto solo.

Non c’è nessuno, non ho nessuno. Sono solo, solo, solo! Non ne posso più. Non ce la faccio più.

Ma fino alla fine non smette di lottare per quel cambiamento che anelava così tanto, nonostante i momenti di scoramento, nonostante i fallimenti e le batoste subite, perché lui “vuol essere un uomo, e essere un uomo significa essere libero, aver coraggio, lottare, assumersi le proprie responsabilità”. Non smise nemmeno quando si rese conto di essere sempre più solo e inascoltato, continuò a dare la caccia a quei politici che avevano collaborato con la dittatura fino alla fine, una fine prematura, come quella di tutti gli eroi. E come tutti gli eroi, solo dopo la sua morte venne osannato dal popolo, quella massa di cui la stessa fallaci dice:

Quel popolo che fino a ieri t’aveva scansato, lasciato solo come un cane scomodo, ignorandoti quando dicevi non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, ragionate col vostro cervello. Ora ti ascoltavano, ora che eri morto.

Un libro da leggere assolutamente!

Il perfetto equilibrio tra stile e ritmo, tra cronaca e romanzo, tra fatti ed emozioni, la capacità di coinvolgere e di catturare il lettore, grazie anche alla scelta di narrare tutto in seconda persona, e l’indubbio talento letterario dell’autrice che dona il grande piacere di un romanzo scritto veramente bene fanno di questo libro un capolavoro della letteratura italiana, un libro che, a mio avviso, dovrebbe finire nella lista dei libri da leggere prima di morire di ciascuno di noi. (Nella mia c’è anche Il Conte di Montecristo, clicca qui per leggere la mia recensione)

Titolo: Un uomo

Autrice: Oriana Fallaci

Casa editrice: BUR

Pagine: 654

Il profumo delle foglie di limone è un titolo bellissimo e devo confessare di essere stata attratta tantissimo dal titolo di questo libro. Leggendolo ho poi scoperto che il romanzo ha ben poco a che vedere coi limoni, ma è stata ugualmente una piacevole scoperta.

Il profumo delle foglie di limone pervade, insieme a quello del mare le strade di Alicante in un settembre caldo e semi deserto. È proprio qui, in questa assolata cittadina spagnola che si incontrano le vite di due persone così diverse tra loro che sembra quasi impossibile possano avere qualcosa in comune. Eppure ce l’hanno, hanno ben due cose in comune che rispondo al nome di Karin e Fredrik Christensen.

Juliàn e Sandra

Sandra è una giovane ragazza incinta, senza lavoro e senza più un compagno, la quale, allontanandosi dalla famiglia, ha trovato rifugio nella casa al mare della sorella. Un giorno in spiaggia incontra due adorabili vecchietti e inspiegabilmente inizia tra loro un rapporto di amicizia, che lei percepisce come quasi di famiglia, come se loro fossero i nonni che lei non ha mai avuto. Si sente bene e al sicuro con loro.

Juliàn, invece, è un vecchio argentino sopravvissuto a Mauthausen. Non è facile continuare a vivere dopo che si è stati in un luogo come Mauthausen, non è facile trovare uno scopo, qualcosa per cui valga la pena andare avanti. Nulla è più lo stesso dopo un campo di concentramento. Juliàn lo ha trovato, oltre che nella moglie Raquel, nell’attività di ricerca dei suoi ex carcerieri rimasti impuniti. E lo ha fatto insieme all’amico Salva, sopravvissuto anche lui per miracolo a Mauthausen.

Imparare a sopravvivere

L’idea fu sua. Quando uscimmo da là dentro, io volevo solo essere normale, confondermi fra le persone comuni. Lui però mi disse che era impossibile, che eravamo condannati a sopravvivere.

Ma tra i due è Salva il più accanito, Juliàn ha tutto sommato trovato un suo piccolo equilibrio a Buenos Aires insieme a Raquel e alla loro figlia. Fino al giorno in cui riceve una lettera da Salva nella quale lo informa di aver trovato due dei loro carcerieri in Spagna e di aver bisogno di aiuto. Juliàn vola immediatamente ad Alicante, dove il profumo del mare si mescola a quello dei limoni. Qui, in questa piccola fetta di paradiso pare annidarsi un covo di fascisti.

Ed ecco che le vite di Sandra e Juliàn si intrecciano in un susseguirsi di incontri segreti, pedinamenti e incertezze, in una continua lotta tra il bene e il male, tra la parte dentro di noi che vorrebbe non vedere e quella che non può non vedere. Finché non si sa, non si può essere colpevoli, ma come si può sapere e far finta di nulla? Ed è così che, insieme al legame di amicizia, cresce anche lei, Sandra, che da ragazza sprovveduta e insicura si trasforma in una donna coraggiosa e matura.

Un romanzo sulla memoria

Il profumo delle foglie di limone è un romanzo sulla memoria e sulla vendetta, una riflessione sulla vita e una denuncia contro l’impunità. È narrato dai due punti di vista sei due protagonisti, Juliàn e Sandra, cosa che ho molto apprezzato. Il punto di vista più interessante è quello di Juliàn, portatore della maggior parte delle riflessioni più interessanti sulla vita, sulla morte, sulla vecchiaia, sull’odio e sulla vendetta. Sandra, invece, almeno all’inizio è un personaggio un po’ insipido, troppo sprovveduta e ingenua, che per fortuna però cresce molto nell’arco della storia.

Forse manca un vero e proprio punto di svolta, qualcosa che renda gli interventi di Sandra e Juliàn risolutivi, forse Juliàn alla fine è incapace di vera vendetta (ma chissà, magari il seguito del libro ci potrebbe stupire invece in questo senso), ma la scrittura è scorrevole e incalzante. La trama è avvincente e mentre si legge ti attira a sé e ti costringe ad andare avanti e se questo non è sufficiente, a mio parere, per considerarlo un capolavoro, è tuttavia un libro molto piacevole che ha il pregio, tra gli altri, di trattare il tema del nazismo sotto una luce diversa.

Quando si è conosciuto il male, il bene non sa di molto. Il male è una droga, il male dà piacere, per questo quei macellai uccidevano sempre di più ed erano sempre più sadici: non ne avevano mai abbastanza. 

Un altro libro che tratta il nazismo sotto una luce diversa dal solito è Le assaggiatrici  di Rosella Postorino, clicca per andare alla recensione

Titolo: Il profumo delle figlie di limone 

Titolo originale: Lo que esconde tu nombre

Autrice: Clara Sanchez

Traduzione: Enrica Budetta

Casa editrice: Garzanti

Pagine: 383

Certo, recensire Il conte di Montecristo non è facile, soprattutto non è facile farlo senza cadere nel banale e nel già detto e ridetto. Tuttavia, essendo uno dei miei libri preferiti e uno dei classici che ritengo da leggere assolutamente, voglio provare a darvi la mia opinione e piccola analisi di questo meraviglioso romanzo e cercherò di condividere con voi i motivi per cui penso che sia un must read assoluto.

La Trama

 

La trama de Il conte di Montecristo è nota e non temo quindi spoiler, proprio perché anche la filmografia è piena di versioni di film e/o serie tv tratte dal romanzo di Alexandre Dumas.

Edmond Dantès è un capace e onesto marinaio al quale, proprio per le sue abilità e la sua onestà, l’armatore Morrel dà una promozione che scatena la feroce invidia dello scrivano e computista Danglars. Danglars ambiva al posto di capitano e ordisce un complotto per togliere di mezzo Dantès e fare carriera. La sera del suo fidanzamento con la bella Mercedes, Dantès viene infatti arrestato con l’accusa di bonapartismo e rinchiuso in una delle prigioni più terribili di Marsiglia: il castello d’If.

Da questo momento in poi inizierà la seconda vita di Edmond Dantès, rinchiuso in una cella umida e buia, tra patimenti e sofferenze atroci, senza nemmeno sapere di cosa fosse accusato e senza alcuna possibilità di uscirne. Questo perché il sostituto procuratore del re al quale il caso è stato affidato ha talmente a cuore la sua carriera e teme così tanto che quello che Dantès sa gli impedisca di perseguire le sue ambizioni, che convalida il suo arresto e decide per la sua incarcerazione, nonostante avesse capito che era innocente. In questo modo, egli si macchia di un crimine gravissimo contro la giustizia, oltre che contro Dantès. 

Il processo di formazione: da Edmond Dantès a il conte di Montecristo

In prigione Dantès cambia molto e, soprattutto dopo aver incontrato l’abate Faria, rinchiuso in una segreta poco distante da quella di Edmond, subisce un processo di formazione che lo porterà a diventare in seguito il conte di Montecristo. Faria non è solo un compagno di prigione per Edmond, è anche suo maestro e motivatore. Senza di lui probabilmente non sarebbe stato capace di far luce su quello che gli è accaduto; Faria è inoltre fondamentale nel processo di creazione della vendetta che proprio in quel periodo si piantò nel cuore di Dantès. 

«Mi dispiace avervi aiutato nelle vostre ricerche e avervi detto quello che ho detto» disse.

«E perché mai?» domandò Dantès.

«Perché vi ho istillato nel cuore un sentimento che non c’era: la vendetta.»

Il conte di Montecristo ha occhi profondi e indagatori, un volto pallidissimo, mani gelide e una ruga sulla fronte di chi ha molto sofferto. È pressoché impossibile leggergli dentro. Ha molte conoscenze e una grande influenza su cose e persone. Montecristo affascina e conquista chi gli sta intorno, ma allo stesso tempo usa e condiziona chi gli sta intorno. È carismatico e attrae le persone anche perché sembra avere una conoscenza vastissima su svariati argomenti, tra cui scienza, finanza, medicina, leggi.  

La vendetta

L’idea iniziale non è originale, Dumas ha preso spunto da una vicenda di cronaca nera, ma la sua forza creativa ha reso questo romanzo un capolavoro della narrativa denso di episodi avvincenti e splendidamente costruiti, personaggi articolati e sfaccettati, temi e messaggi tutt’altro che moralisti.

La vendetta è certamente il tema principale, senza tuttavia essere considerato necessariamente qualcosa di negativo che si ritorca contro colui che la mette in atto, anche solo in forma di rimorso o mancata soddisfazione. Al contrario, la vendetta sembra procurare enorme soddisfazione a Montecristo, essendo il riscatto di un uomo ingiustamente ferito e umiliato, punito ingiustamente per un crimine non commesso.

Dal momento in cui è uscito di galera, non ha fatto altro che progettare la sua vendetta sui suoi aguzzini in misura direttamente proporzionale al loro contribuito alla sua sofferenza. E la sua vendetta è talmente ben costruita che nessuno, fino all’ultimo, sospetta nulla.

Ci sono persone che hanno sofferto tanto, e non solo non sono morte, ma hanno costruito una nuova fortuna sulle rovine delle promesse di felicità che il cielo aveva fatto loro fino a quel momento, sulle macerie di tutte le speranze che Dio aveva loro concesso. Ho imparato, ho visto quegli uomini: so che dal fondo dell’abisso dove il loro nemico li aveva gettati  si sono rialzati con tanto vigore e tanta gloria che hanno dominato il loro vincitore di un tempo e l’hanno a sua volta gettato in un precipizio. 

La vendetta, dunque, scenderà implacabile, fredda e precisa sugli aguzzini , che Montecristo andrà a colpire in modo mirato e mirabile. 

Onnipotenza

Con grande sapienza narrativa, Dumas trasforma Dantès da vittima a carnefice, donandogli una sorta di onnipotenza che solo raramente vacilla. E noi lettori non possiamo evitare di essere dalla sua parte, di ammirarlo; ci identifichiamo a tal punto con lui che arriviamo a perdonargli tutto e solamente quando Montecristo è preso dai dubbi sulla legittimità della sua impresa, qualche dubbio viene anche a noi. E ciò che accade dopo è una conseguenza di ciò, una sorta di presa di coscienza della falla su quell’onnipotenza che Montecristo è sempre stato convinto di avere. La maestria di Dumas ci regala così un finale degno di una grande romanzo quale è Il conte di Montecristo.  

Perché dovresti leggere Il conte di Montecristo

Perché è un romanzo avvincente, scritto con grande maestria e sapienza e che vi terrà incollati alle pagine. Ogni volta che crederai di aver capito cos’ha in mente Montecristo, lui ti stupirà e ti farà venire un nuovo desiderio di sapere come va a finire. E perché, oltre che personaggi sapientemente costruiti, una trama avvincente e una scrittura accattivante, ci sono riflessioni profonde sull’essere umano e le sue sfaccettature. Non manca proprio nulla in questo grande classico. Se non l’hai ancora fatto, corri a leggerlo!

Se ti piacciono i classici e hai voglia di scoprirne altri, leggi il mio articolo su i classici da leggere assolutamente. 

Attenzione alla traduzione!

Ci sono edizioni de Il conte di Montecristo che hanno come traduttore Emilio Franceschini, si tratta in realtà di un gruppo di traduttori che si sono arrogati il diritto di fare dei tagli in alcune parti per renderle, a loro dire, più scorrevoli. Io non amo questo genere di cose e personalmente credo che il compito di un traduttore sia quello di rendere al meglio possibile l’originale. Questo non comprende tagli e/o aggiunte nel testo. Per questa ragione io sconsiglio queste edizioni. Io ho letto l’edizione BUR nella traduzione di Guido Paduano e mi sono trovata bene. 

 

Per molte delle persone che hanno visitato la Val Venosta, il campanile di Curon che svetta in mezzo al lago artificiale è un’attrazione irresistibile, davanti alla quale scattarsi fotografie, senza nemmeno chiedersi cosa ci sia dietro quel lago, quale storia racchiuda quel campanile.

Resto qui è un romanzo di Marco Balzano ambientato proprio in Val Venosta, prima che la diga di Resia sommergesse un intero paese facendolo diventare l’attrazione turistica che oggi conosciamo. Vi garantisco che dopo che avrete letto questo bel romanzo non avrete più così tanta voglia di scattare selfie davanti al campanile.

Trina e Erich

Trina è una ragazza di montagna, nata e cresciuta nella Val Venosta, che ama leggere e scrivere e per cui le parole sono importanti.

Io invece credevo che il sapere più grande, specie per una donna, fossero le parole. Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole.

Gli uomini non le interessano, anzi, quasi preferisce le donne; finché non incontra Erich, di cui si innamora. Sono i primi anni venti del Novecento e Trina frequenta l’ultimo anno delle superiori. Siamo in pieno fascismo, Mussolini ha vietato ai territori recentemente annessi di insegnare il tedesco, costringendo le persone dell’Alto Adige ad usare l’italiano, una lingua che non conoscono e non amano, una lingua esotica che non riconoscono come propria. Gli italiani sono considerati stranieri tra queste montagne e si innesca una lotta, un “noi contro loro”.

Dal primo momento è stato un noi contro loro. La lingua di uno contro quella dell’altro. La prepotenza del potere improvviso e chi rivendica radici di secoli.

Il fascismo

Trina vuole fare la maestra, ma in periodo fascista non è facile. Rimasta senza lavoro a causa delle politiche del Duce, inizia a fare la maestra clandestina, nascosta nelle cantine e nelle stalle.

Le cose, tuttavia, si fanno difficili, e quando tanti, attirati dalle politiche e dai proclami di Hitler se ne vanno in Germania, Erich e Trina scelgono di restare nella loro terra. La vita però è dura, e la loro è segnata anche da una tragedia famigliare.

La gente con un dito sulle labbra lascia ogni giorno che l’orrore proceda

La guerra attraversa la vita di chi resta e anche Erich deve partire. Dopo aver provato la guerra sulla sua pelle, Erich diventa anche antinazista, oltre che antifascista e non riesce a tollerare chi vede nel Führer un idolo.

-I tedeschi sono diventati razzisti e sanguinari.

-Se il Führer fa quello che fa avrà le sue ragioni.

-Quali sono le ragioni per annientare tutti? Perché c’è questa guerra che dura da anni? E noi cosa c’entriamo?

-Sotto di lui nascerà un mondo migliore, papà.

-Un mondo di servi che camminano col passo dell’oca, ecco cosa nascerà!

-I nazisti non faranno la diga, non sei contento?-continuò imperterrito Michael.

Allora Erich urlò di nuovo, così forte che i vecchi ai tavoli dell’osteria si girarono a guardarlo.

-Non mi basta che non ci anneghino per approvare quello che fanno! Tu non sai niente. Tu sei solo un teppistello. Vattene dal tuo Hitler, idiota.

La diga (e di nuovo io resto qui!)

Nella vita di Trina e Erich, e in quella di tutto il paese di Curon c’è anche un altro pericolo che incombe: la diga che gli italiani vogliono costruire sul lago di Resia e che avrebbe completamente sommerso il paese.

Erich continua ad avere un’ostinata volontà di restare, anche dopo che la guerra li ha costretti a vagare come fuggitivi tra i monti, anche dopo che il progetto della diga è ripartito minacciando di sommergere completamente il paese, anche quando i suoi compaesani non ne potevano più di lui perché cercava, invano, di fare qualcosa per impedirlo.

Perché una diga si può costruire anche altrove, ma un paese, un paesaggio non può più tornare, dopo che è stato devastato. Trina è con lui in questa battaglia, anche se a volte non è facile non rassegnarsi.

Ma questa è la loro battaglia più dura, quella che rischia di sradicarli per sempre dalla loro terra tanto amata, non ci si può arrendere.

Balzano ci regala un romanzo delicato, poetico e a tratti struggente, ci fa vivere insieme a Trina le sue emozioni e ci fa vedere attraverso i suoi occhi la sua vita e la sua terra, alla quale è legata da un amore profondo.

Con uno stile fresco e spontaneo e una prosa molto curata ci accompagna in questa storia di sofferenza e lotte per non rassegnarsi a sopravvivere. Resto qui non è solo la storia di Trina e Erich, è la storia dell’amore per la propria terra e di una lotta che va al di là della semplice sopravvivenza, ma punta alla vita vera, quella fatta delle cose a cui teniamo. 

Le parole sono scelte con cura, mai banali senza tuttavia risultare pesanti o inappropriate.

Non si può rimanere indifferenti a Resto qui e se dopo averlo letto vedremo anche noi con occhi diversi quelle terre dell’Alto Adige e davanti a quel lago artificiale ci ricorderemo di tutte le Trina e di tutti gli Erich che hanno lottato per la loro terra, questo romanzo avrà raggiunto il suo scopo: quello di renderci più consapevoli e più sensibili.

 

Titolo:  Resto qui

Autore: Marzo Balzano

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 192

Gli accordi del cuore è il seguito di un romanzo che ho letto e apprezzato, L’arte di ascoltare i battiti del cuore. Amo l’Asia e leggo sempre volentieri romanzi ambientati lì. Il precedente romanzo dell’autore tedesco raccontava la storia di Tin Tin, che se ne va di casa per tornare nella sua Birmania. La figlia Julia decide di partire e lì scopre tutta la storia di suo padre, che sapeva sentire e ascoltare i battiti del cuore delle persone. Gli accordi del cuore ne è il seguito e l’ho letto con qualche aspettativa, devo riconoscerlo.

Di nuovo a Kalaw

Sono trascorsi ormai 10 anni da quando Julia Win è volata a Kalaw alla ricerca del padre e della sua storia. Una ragazza scettica e razionale come lei ha visto sconvolgersi molte certezze, ha imparato che ogni cuore risuona in modo diverso, ha trovato la fede nel potere magico dell’amore, grazie a Tin Tin e alla sua storia, narratale dal fratellastro U Ba.

Tuttavia, tornata negli Stati Uniti ha ripreso a poco a poco la sua vita  e messo da parte molte delle cose che aveva portato con sé dalla Birmania. La cosa peggiore è che ha perduto la fede nel potere magico dell’amore.

Ora c’è qualcos’altro che a porta nuovamente a Kalaw. Ritrovare il fratello è una grande emozione per lei e fa riaffiorare tante cose del primo viaggio in Birmania. Ora, però, è tornata perché c’è una voce sconosciuta dentro di lei ed è in qualche modo convinta che sia di nuovo a Kalaw che questo nuovo mistero potrà essere svelato. 

Non tutto ciò che è vero può essere spiegato, e non tutto ciò che si può spiegare è vero. 

Le aveva detto U Ba un giorno nella meravigliosa casa da te in cui si sono incontrati. E Julia in questo momento della sua vita è confusa, abbattuta, ha perso la fiducia nell’amore e si ritrova a ripensare alle parole del fratello, che forse non capisce ancora fino in fondo.

Turbamenti dell’anima

Aveva dimenticato che la fiducia è fragile. Che è preziosa. Che ha bisogno di molta luce. Che appena la menzogna allarga le ali si fa subito buio.

Aveva dimenticato che cosa  nutre la fiducia. Quanta dedizione necessita.

Arrivata a Kalaw, Julia si rende conto di quanto le siano mancati U Ba e la Birmania e si sente come se i dieci anni trascorsi quasi non le appartenessero. A volte è molto difficile seguire il cuore! 

Insieme a Julia ci troviamo in una Birmania governata dall’esercito e insieme alla storia che anche lei sta per scoprire, noi lettori comprendiamo un po’ di più cosa significa una dittatura militare.

Qual è la cosa di cui hanno più paura colore che brandiscono armi? Di altri che brandiscono armi? No! Che cosa temono i violenti più di ogni altra cosa? La violenza? Nient’affatto! Da cosa si sentono minacciati i più crudeli egoisti? Tutti costoro non temono nient’altro più dell’amore. Chi ama è pericoloso. Non ha paura. Ubbidisce ad altre leggi. 

La storia della voce

U Ba aiuta Julia a venire un po’ a capo del problema della voce sconosciuta dentro di lei. Conosce così Khin Khin che le racconta la straordinaria storia della sorella, Nu nu, e della sua famiglia. Inizia così un nuovo viaggio alla ricerca del perdono, dell’amore, di un pezzettino un po’ più profondo dell’essere. Nu Nu e Thar Thar insegnano a Julia che cambiare è possibile, che non siamo condannati a rimanere ciò che siamo, ma siamo solo noi a poterlo fare. 

Ci sono momenti, Nu Nu lo sapeva, che una persona non dimentica più per il resto della vita. Che si imprimono nell’anima, lasciano cicatrici invisibili su una pelle invisibile. E se in seguito le si tocca, il corpo freme di dolore fin nei pori. Anche anni dopo. Decenni. E tutto riaffiora: l’odore della paura. Il suo sapore. Il suono che ha. 

E Julia scopre anche la ragione per cui le persone sorridono sempre. Il sorriso in Birmania spesso nasconde qualcosa di sgradevole. Ma soprattutto scopre la potenza del perdono e la grandezza della gratitudine, attraverso gli occhi e le gesta di piccoli e grandi monaci, che tanto hanno sofferto. 

Solo chi ama ed è riamato può perdonare. E solo chi perdona è un uomo libero. Chi perdona non è più prigioniero.

E’ una storia di dolore ma anche di liberazione, che veicola un messaggio d’amore, nonostante tutta la sofferenza di cui è condito. L’autore ci trasmette tutto il suo amore per la Birmania, con la sua natura, la sua calma e, se vogliamo, anche un po’ di misticismo. E, diciamocelo, chi non vorrebbe un fratello come U Ba? Che non giudica mai, ascolta, consiglia e accompagna verso la verità? 

 

 

Titolo: Gli accordi del cuore

Titolo originale: Herzenstimmen

Autore: Jan-Philipp Sendker

Traduzione: Riccardo Cravero

Casa editrice: BEAT

Pagine: 351