Ultimamente sono venuta a contatto con libri di scrittori emergenti e ne ho avuto esperienze di lettura varie: fatica, in alcuni casi, delusione in altri, ma ci sono state anche delle belle sorprese.

Vi presento in questo articolo due scrittori (anzi tre per dire il vero) che penso meritino attenzione.

La diciottesima

Titolo: La Diciottesima

Autori: Nicoletta Riato, Andrea Delía

Casa editrice: pubblicazione indipendente

Pagine: 102

Teramo, 1776. Emma è stata costretta a entrare in un piccolo convento quando aveva solo 13 anni ufficialmente a causa del suo comportamento poco consono, in verità perché ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. 

Nel convento ci sono solo 17 monache, lei è la diciottesima e tale rimarrà sempre per le sue consorelle, che mai la chiameranno per nome, per loro sarà sempre la Diciottesima. Né mai la considereranno davvero parte integrante del monastero, in fono è lì per espiare le sue colpe e redimersi. 

 

 

Emma è vivace, intelligente e curiosa e proprio queste sue caratteristiche le attirano le simpatie di Donna Cassandra, con cui instaura un rapporto di tenera amicizia e di scambio intellettuale. Sarà lei a far entrare Emma in un gruppo di intellettuali che porta avanti le nuove idee illuministe, sarà lei a dare a Emma modo di nutrire la sua curiosità intellettuale. È una ragazza alla ricerca del suo posto nel mondo, della sua libertà e Donna Cassandra è come acqua che disseta per lei.

Il passato ritorna sotto forma di un prete con sei dita

Ben presto, tuttavia, si ripresenta ad Emma un fantasma del suo passato, un diavolo con sei dita che farà di tutto per proteggere il suo segreto. Emma è in pericolo, ma come fare ad uscire da una situazione che la perseguita da quel giorno di dieci ani prima?

Scritto con uno stile fresco e scorrevole, ambientato in un periodo storico denso di idee nuove e di cambiamenti sociali, descrive perfettamente il clima politico, intellettuale e sociale dell’epoca, senza risultare in alcun modo pesante o ridondante.

L’unica pecca di questo romanzo? Finisce troppo presto. Mi sarebbe piaciuto veder sviluppata di più la storia del gruppo segreto di intellettuali e anche le vicende di Emma le avrei volute approfondite di più, soprattutto nella sua crescita psicologica.

Gli autori comunque mi hanno convinto e leggerò anche L’incanto del silenzio (clicca qui per saperne di più). 

Senza moscioli né pistole

Titolo: Senza moscioli né pistole

Autore: Marco Apolloni

Casa editrice: Fanucci

Pagine: 304

Tarcisio Muzzo è un investigatore privato con un passato difficile e un presente fatto di lunghe giornate trascorse nell’attesa di un caso alla Magnum P.I. I casi che arrivano sul suo tavolo sono però di ben altra natura: mariti adulteri o adolescenti disagiati. Nulla a che vedere con i casi del suo idolo. Come può essere finito così a 39 anni, dopo un brillante inizio di carriera nei carabinieri?

Tarcisio è uno a cui la vita non ha regalato molto e tra serate al night club e grandi mangiate di pesce, cerca di trovare il bandolo della matassa e capire in quale momento la sua vita gli è sfuggita di mano.

 

Finché nel suo ufficio un giorno entra Elettra Bonanni. 

Da questo momento in poi Tarcisio inizierà una vera e propria investigazione che lo porterà lungo le bellezza della Riviera del Conero alla ricerca di un possibile assassino. Elettra diventa la sua (improbabile) assistente e insieme cercheranno di venire a capo di una situazione che si dimostra via via sempre più complessa e che avrà un risvolto inaspettato.

Apolloni ha uno stile scorrevole, molto colloquiale e molto “scrivo-come-parlo” e pur non essendo io un’amante di questo genere di scrittura (cosa ci posso fare, mi piace perdermi nella bella scrittura!), devo ammettere che c’è del talento in questo romanzo e che l’ho letto con molto piacere. I personaggi sono ben delineati e caratterizzati e la trama è coinvolgente al punto giusto, con una buona dose di indagine dell’animo umano. 

 

Alla fine ho compiuto l’impresa: sono riuscita a leggere la saga del signore degli anelli (Lo Hobbit  e i tre libri de Il Signore degli Anelli). Da molto i libri mi occhieggiavano dalla libreria, ma non avevo mai avuto il coraggio di affrontarli. Quest’anno ce l’ho fatta grazie a un piccolo gruppo di lettura con altre ragazze, che mi hanno aiutato a non mollare, ed ora sono qui a raccontarvi la mia esperienza con Tolkien.

Lo Hobbit

Titolo: Lo Hobbit

Titolo originale: The Hobbit or There and Back Again

Autore: J.R.R. Tolkien

Traduzione: Caterina Ciuferri in collaborazione con Paolo Paron per la Società Tolkieniana Italiana

Illustrazioni: Alan Lee

Casa Editrice: Bompiani

Pagine: 417

Lo Hobbit è la storia che precede quella a noi ben nota di Frodo Baggins e dei suoi amici ed è stato pubblicato nel 1937. Questo libro è nato come fiaba per bambini e questo spiega lo stile diverso da quello della successiva trilogia. Il protagonista è Bilbo Baggins, un piccolo hobbit che abita nella Contea, personaggio senz’altro noto anche a chi non avesse letto questo libro. 

 

Gli hobbit sono (o erano) gente piccola, alta all’incirca la metà di noi, e più bassa dei barbuti nani. Gli hobbit non hanno barba. In loro c’è poco o niente di magico, a parte quella magia di tipo comune e quotidiano che li aiuta a sparire silenziosi e rapidi quando persone ingombranti e stupide come me e voi gli capitano intorno, con un rumore da elefante che essi sono in grado di sentire a un miglio di distanza.

Questa è dunque la storia del piccolo hobbit Bilbo Baggins che lascia la pace della Contea per intraprendere un viaggio insieme a Gandalf lo stregone e 13 nani, attraverso Bosco Tetro e le Terre Selvagge per arrivare fino alla Montagna Solitaria e al palazzo che il potente drago Smaug ha rubato ai nani, insieme a tutti i loro tesori. 

L’Anello

Durante una brutta avventura con gli orchi, Bilbo trova per caso un anello che poi scopre, suo malgrado, appartenere a una terribile creatura che gli amanti di Tolkien conoscono molto bene: Gollum. L’incontro tra i due è una parte molto interessante del libro. 

Non senza avventure e pericoli, la compagnia arriva alla fetida tana del drago, ma come fare ora ad uccidere la bestia e a reimpossessarsi del tesoro che appartiene alla stirpe di Thorin Scudodiquercia? 

Bilbo e i suoi amici nani ne vedono delle belle in quest’avventura narrata con stile scorrevole e favolistico, ma che forse proprio per questo non mi ha catturata fino in fondo, è una bella favola, ma non il tipo di lettura che mi fa affezionare.

Il Signore degli anelli: La compagnia dell’anello

 

Titolo: La Compagnia dell’Anello

Titolo originale: The Fellowship of the Ring

Autore: J.R.R. Tolkien

Traduzione: Ottavio Fatica

Illustrazioni: Alan Lee

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 704

Sono passati molti anni dalle avventure di Bilbo Baggins e dei nani e Bilbo è ormai arrivato alla veneranda età di 111 anni. Tuttavia, non si dica che è vecchio, perchè è ancora molto arzillo, tanto da organizzare un’enorme festa di compleanno nella sua casa per tutta la Contea. Durante la festa (che è anche la festa del nipote ed erede di Bilbo, Frodo Baggins), Bilbo decide di andarsene per sempre e di lasciare tutto a Frodo, compreso l’Anello. 

Dopo la partenza di Bilbo, Frodo viene a sapere da Gandalf il Grigio che quello è  un anello potentissimo che appartiene niente di meno che a Sauron il Grande, l’Oscuro Signore. Si tratta di un nemico estremamente potente che ora rivuole il suo Anello e per averlo è disposto a tutto. Frodo non può più rimanere nella Contea, deve partire per una missione che, forse, è più grande di lui. 

C’è una sola strada: trovare la Voragine del Fato, negli abissi dell’Orodruin, la Montagna di Fuoco, e lanciarvi l’Anello, se desideri effettivamente distruggerlo ed impedire per sempre al Nemico di impadronirsene.

Dopo svariate (dis)avventure i nostri quattro hobbit (Frodo e il suo fedele giardiniere Samvise Gangee, insieme agli inseparabili Meriadoc Brandibuck detto Merry e Peregrino Tuc detto Pipino) arrivano a Brea, alla locanda del Puledro Impennato, dove incontrano Grampasso, un tipo losco, di cui però provano a fidarsi.  Da questo punto in poi le cose si movimentano un po’, tra l’attacco dei Cavalieri Neri e quello degli Orchi a Moria.

Ma che fine ha fatto Gandalf?

Ognuno aveva sentito che gli veniva offerta una scelta fra un’ombra piena di terrore e che l’attendeva, e qualcosa che desiderava intensamente: vedeva chiaro innanzi agli occhi quel suo desiderio, e perché si avverasse bastava ch’egli lasciasse la via ed abbandonasse la Missione e la guerra contro Sauron in altre mani.

La compagnia parte

Da Gran Burrone, dimora di Elrond, parte la compagnia dell’Anello, capitanata da Gandalf il Grigio e composta da altri otto membri: oltre a  Frodo, portatore dell’Anello, Sam, Merry e Pipino ci sono AragornGrampasso, Boromir,  forte e possente uomo di Gondor, il nano Gimli, figlio di Gloin e l’elfo Legolas. La Missione di cui sono stati investiti è quella di distruggere per sempre l’Anello del Potere e impedire così a Sauron di regnare con il male nel mondo. 

Il Signore degli Anelli: Le due torri

 

Titolo: Le Due Torri

Titolo originale: The Two Towers

Autore: J.R.R. Tolkien

Traduzione: Ottavio Fatica

Illustrazioni: Alan Lee

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 592

La Compagnia si è ora divisa, Frodo e Sam stanno andando verso Mordor da soli, mentre Aragorn, Legolas e Gimli stanno seguendo Merry e Pipino, con qualche sorpresa. 

Dall’altra parte, Frodo e Sam sono alle prese con Gollum-Smeagol e con tutti i problemi e le difficoltà creati dall’avvicinamento a Mordor. 

La viscida creatura sta guidando i due hobbit verso Mordor, ma la via è irta di pericoli e ad ogni angolo possono spuntare nemici. Inoltre, l’Anello sta diventando un fardello pesante per Frodo.

L’Occhio: la crescente orribile sensazione di una volontà ostile che si sforzava con tutta la sua potenza di penetrare ogni minima ombra di nube, di terra, di carne, per vederlo: per immobilizzarlo sotto il suo sguardo micidiale, nudo inamovibile. Quanto fini, quanto fragili e fini erano ormai i veli che lo proteggevano! Frodo sapeva esattamente dove si trovava il cuore di quella volontà; lo poteva dire con la certezza di chi ad occhi chiusi indica la direzione del sole. Era di fronte a lui, e ne sentiva la potenza martellare sulla propria fronte.

Io ve lo dico e non odiatemi: ad un certo punto ho perfino iniziato a simpatizzare con Gollum! Creatura disgraziata, sempre maltrattata, strisciante, di cui nessuno si fida. Che ci volete fare, ho il cuore tenero! 

Le avventure del resto della compagnia li portano a Rohan, ma il giorno della grande battaglia contro l’esercito di Sauron si sta avvicinando e bisogna essere preparati.

Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re

 

Titolo: Il Ritorno del Re

Titolo originale: The Return of the King

Autore: J.R.R. Tolkien

Traduzione: Ottavio Fatica

Illustrazioni: Alan Lee

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 700

Siamo giunti alla parte più dura di tutto il viaggio, mentre Frodo e Sam tentano, tra mille difficoltà e mille pericoli, di raggiungere il Monte Fato per distruggere l’Anello, il resto della compagnia si divide ulteriormente. Devo confessare che ad un certo punto ho faticato a mantenere il passo con la storia, faticavo a ricordare chi era dove. 

Ad ogni modo, questo è il  libro delle grandi battaglie contro gli eserciti di Sauron e la narrazione si fa più veloce e serrata, tutti stanno convergendo verso la grande battaglia finale. Ce la farà Frodo a distruggere l’Anello? Quell’Anello diventato oramai un fardello pesantissimo da portare e un pericolo per la sua lucidità mentale. 

Se egli lo riconquista, il vostro valore è vano e la sua vittoria sarà rapida e totale, così totale che nessuno può prevederne le conseguenze sin tanto che il mondo durerà. Se invece l’Anello viene distrutto, egli soccomberà, cadendo tanto in basso che nessuno potrà prevedere che si rialzi. Perché avrà perduto la parte migliore della forza insita in lui alle origini, e tutto ciò che fu fatto o cominciato con quella forza cadrà in rovina, ed egli sarà storpiato per sempre, diventando un fantasma di malizia intento a rodersi nell’ombra, incapace di crescere nuovamente e di prendere forma. 

Un classico del fantasy

Non sono un’amante del fantasy e questo non l’ho mai nascosto e forse è questo il motivo per cui non sono riuscita ad apprezzare quest’opera fino in fondo, come, invece, gli amanti del genere presumibilmente hanno fatto. Posso senz’altro capire perché a tante persone sia piaciuto molto e perché qualcuno continui anche a rileggerlo con una certa cadenza. Ho amato le descrizioni di Tolkien perché sembra davvero di essere lì con loro e di vedere ciò che vedono loro. Ho però avuto delle difficoltà con i nomi, soprattutto dei luoghi, ma a volte anche di alcuni personaggi, cosa che mi ha creato qualche rallentamento. 

Il Signore degli Anelli è una bella avventura, con delle piccole perle nascoste qua e là tra le righe, una narrazione scorrevole, ma non veloce, che consiglio senz’altro a chi ama il fantasy (se vi piace il genere è un must).

Non si può parlare de Il Signore degli Anelli senza menzionare i film di Peter Jackson. Chi ha letto il libro e non ha ancora visto i film deve ASSOLUTAMENTE recuperare e guardarli; sono veramente ben fatti, curati e nonostante siano lunghi, non sono mai noiosi. Devo ammettere che forse non li avrei apprezzati così tanto e forse non li avrei nemmeno compresi fino in fondo se non avessi letto il libro, ma avendolo fatto è stato un vero piacere guardarli e ve li consiglio vivamente. Piccola confessione: mi sa che mi sono piaciuti più i film che i libri!

 

Un uomo è un romanzo-biografia-confessione vero, crudo, sfacciato, appassionato. È la storia incredibile di un personaggio fuori dal comune, Alekos Panagulis, eroe della resistenza greca durante la dittatura militare e compagno della Fallaci stessa.

È il primo maggio 1976 quando Alekos Panagulis, uomo-eroe inascoltato, combattente tenace e solitario, muore in un misterioso (forse nemmeno poi tanto) incidente automobilistico a pochi passi da casa sua.

Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa.

Nessuno è profeta in patria

Successe proprio quel che Panagulis stesso aveva previsto: dopo una vita intera a combattere da solo, rimanendo per lo più inascoltato, ecco che la morte lo rende un eroe agli occhi di quel popolo-gregge senza midollo che si lascia trasportare dal pastore che rende la schiavitù più allettante.

Questo romanzo è un grido accorato di dolore e amore, che nasce da un lato dall’esigenza di far luce su un omicidio insabbiato e di dar voce a chi ha cercato per tutta la vita, invano, di farsi ascoltare; e dall’altro di tener fede a una promessa fatta quasi per esasperazione, per mettere a tacere quelle parole che Oriana non voleva sentire.

«Pazienza.» «Pazienza cosa?» «Lo scriverai tu per me. Ne avevamo già parlato, del resto.» «Basta, Alekos!» «Lo scriverai tu per me, promettilo!» «Basta, Alekos!» «Promettilo!» «Va bene, lo prometto.»

Alexandros (Alekos) Panagulis era fin da giovanissimo un ribelle, un rivoluzionario. Nel 1968 tentò di uccidere Geōrgios Papadopoulos  militare promotore del colpo di stato che nel 1967 aveva portato i militari al potere. Il racconto che la Fallaci ci regala di quell’attentato è un’emozionante ritratto di un Panagulis molto umano, con tutte le sue contraddizioni e i moti dell’anima.

Di sicuro era una carogna: le persone per bene non fanno l’autista a un tiranno. Oppure sì, lo fanno? Non dovevi pensarci, alla guerra non si pongono certe domande. Alla guerra si spara: e a chi tocca, tocca. Il nemico alla guerra non è un uomo, è un obiettivo da inquadrare e basta: se accanto a lui c’è un disgraziato o un bambino, pazienza. Pazienza? Pazienza un corno: è giusto combattere le ingiustizie con le ingiustizie, il sangue col sangue? No, non lo è.

Sevizie e torture

Dopo il fallimento dell’attentato Panagulis venne arrestato e torturato ripetutamente e brutalmente e rimase in carcere fino al 1973, quando venne liberato in seguito a una mobilitazione internazionale. Il racconto degli anni di prigionia è duro e straziante, le torture e le sevizie subite sono raccontate in dettaglio ed è qualcosa da cui non si torna indietro, qualcosa che attanaglia le viscere e fa vergognare di appartenere allo stesso genere (dis)umano di quelle persone. La penna della Fallaci riesce a farci entrare nella cella-loculo di Panagulis e riesce quasi a far sentire anche a noi lettori il dolore lacerante di quei giorni che diventan settimane, che diventan mesi, che diventan anni nel buio di un sepolcro umido e stretto, talmente stretto da non riuscire a farci più di tre passi. Tocca fermarsi spesso a riprendere fiato tra queste pagine, a respirare un po’ d’aria fresca.

L’abitudine è la più infame delle malattie perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte. Per abitudine si vive accanto a persone odiose, si impara a portar le catene, a subire ingiustizie, a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto. L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente, cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni fibra di noi s’è adeguata,ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci.

Don Chisciotte e Sancho Panza

La fallaci conosce Panagulis poco dopo la sua scarcerazione e da lì inizia una storia d’amore bella e tormentata, che le pagine di questo romanzo ci regala in tutta la sua potenza. La potenza di un uomo che non smette di lottare per la libertà, incurante, quasi, delle conseguenze della sua lotta sulle persone amate, la potenza di un amore che comprende che stare accanto a un uomo di questo genere significa essere un Sancho Panza destinato a vivere con il suo Don Chisciotte il sogno impossibile. Alekos è irrequieto e inquieto, non smette mai di cercare di sovvertire quel regime che toglie la libertà e rende il popolo schiavo, e lo fa nonostante i continui pedinamenti, le minacce, il controllo.

Tuttavia, stare con Alekos non è facile, essere il suo Sancho Panza diventa sempre più pensate, il sogno impossibile è fatto anche di collera, irritabilità, continui e repentini cambi di umore e di idea, sfuriate, entusiasmi e crolli. A volte sembra quasi avulso dalla realtà: progetta piani di attacco, resistenza armata, sovversioni senza alcun aiuto, senza alcun appoggio, in un autentico delirio di follia.

Dietro un Don Chisciotte che non serve a nessun potere, che non fa comodo a nessuna barricata, che rompe le scatole a tutti, che non appartiene a nessun conformismo né organizzazione, che va a metter la bomba col taxi guidato dal cugino, che di conseguenza agisce secondo la sua morale e basta, la sua fantasia e basta, i suoi pazzi sogni e basta, chi c’è?

Un uomo solo

Ne esce un ritratto di un uomo testardo, impaziente, entusiasta, collerico, caparbio, camaleontico, un uomo complesso e decisamente carismatico, ma alla fine molto solo.

Non c’è nessuno, non ho nessuno. Sono solo, solo, solo! Non ne posso più. Non ce la faccio più.

Ma fino alla fine non smette di lottare per quel cambiamento che anelava così tanto, nonostante i momenti di scoramento, nonostante i fallimenti e le batoste subite, perché lui “vuol essere un uomo, e essere un uomo significa essere libero, aver coraggio, lottare, assumersi le proprie responsabilità”. Non smise nemmeno quando si rese conto di essere sempre più solo e inascoltato, continuò a dare la caccia a quei politici che avevano collaborato con la dittatura fino alla fine, una fine prematura, come quella di tutti gli eroi. E come tutti gli eroi, solo dopo la sua morte venne osannato dal popolo, quella massa di cui la stessa fallaci dice:

Quel popolo che fino a ieri t’aveva scansato, lasciato solo come un cane scomodo, ignorandoti quando dicevi non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, ragionate col vostro cervello. Ora ti ascoltavano, ora che eri morto.

Un libro da leggere assolutamente!

Il perfetto equilibrio tra stile e ritmo, tra cronaca e romanzo, tra fatti ed emozioni, la capacità di coinvolgere e di catturare il lettore, grazie anche alla scelta di narrare tutto in seconda persona, e l’indubbio talento letterario dell’autrice che dona il grande piacere di un romanzo scritto veramente bene fanno di questo libro un capolavoro della letteratura italiana, un libro che, a mio avviso, dovrebbe finire nella lista dei libri da leggere prima di morire di ciascuno di noi. (Nella mia c’è anche Il Conte di Montecristo, clicca qui per leggere la mia recensione)

Titolo: Un uomo

Autrice: Oriana Fallaci

Casa editrice: BUR

Pagine: 654

Il profumo delle foglie di limone è un titolo bellissimo e devo confessare di essere stata attratta tantissimo dal titolo di questo libro. Leggendolo ho poi scoperto che il romanzo ha ben poco a che vedere coi limoni, ma è stata ugualmente una piacevole scoperta.

Il profumo delle foglie di limone pervade, insieme a quello del mare le strade di Alicante in un settembre caldo e semi deserto. È proprio qui, in questa assolata cittadina spagnola che si incontrano le vite di due persone così diverse tra loro che sembra quasi impossibile possano avere qualcosa in comune. Eppure ce l’hanno, hanno ben due cose in comune che rispondo al nome di Karin e Fredrik Christensen.

Juliàn e Sandra

Sandra è una giovane ragazza incinta, senza lavoro e senza più un compagno, la quale, allontanandosi dalla famiglia, ha trovato rifugio nella casa al mare della sorella. Un giorno in spiaggia incontra due adorabili vecchietti e inspiegabilmente inizia tra loro un rapporto di amicizia, che lei percepisce come quasi di famiglia, come se loro fossero i nonni che lei non ha mai avuto. Si sente bene e al sicuro con loro.

Juliàn, invece, è un vecchio argentino sopravvissuto a Mauthausen. Non è facile continuare a vivere dopo che si è stati in un luogo come Mauthausen, non è facile trovare uno scopo, qualcosa per cui valga la pena andare avanti. Nulla è più lo stesso dopo un campo di concentramento. Juliàn lo ha trovato, oltre che nella moglie Raquel, nell’attività di ricerca dei suoi ex carcerieri rimasti impuniti. E lo ha fatto insieme all’amico Salva, sopravvissuto anche lui per miracolo a Mauthausen.

Imparare a sopravvivere

L’idea fu sua. Quando uscimmo da là dentro, io volevo solo essere normale, confondermi fra le persone comuni. Lui però mi disse che era impossibile, che eravamo condannati a sopravvivere.

Ma tra i due è Salva il più accanito, Juliàn ha tutto sommato trovato un suo piccolo equilibrio a Buenos Aires insieme a Raquel e alla loro figlia. Fino al giorno in cui riceve una lettera da Salva nella quale lo informa di aver trovato due dei loro carcerieri in Spagna e di aver bisogno di aiuto. Juliàn vola immediatamente ad Alicante, dove il profumo del mare si mescola a quello dei limoni. Qui, in questa piccola fetta di paradiso pare annidarsi un covo di fascisti.

Ed ecco che le vite di Sandra e Juliàn si intrecciano in un susseguirsi di incontri segreti, pedinamenti e incertezze, in una continua lotta tra il bene e il male, tra la parte dentro di noi che vorrebbe non vedere e quella che non può non vedere. Finché non si sa, non si può essere colpevoli, ma come si può sapere e far finta di nulla? Ed è così che, insieme al legame di amicizia, cresce anche lei, Sandra, che da ragazza sprovveduta e insicura si trasforma in una donna coraggiosa e matura.

Un romanzo sulla memoria

Il profumo delle foglie di limone è un romanzo sulla memoria e sulla vendetta, una riflessione sulla vita e una denuncia contro l’impunità. È narrato dai due punti di vista sei due protagonisti, Juliàn e Sandra, cosa che ho molto apprezzato. Il punto di vista più interessante è quello di Juliàn, portatore della maggior parte delle riflessioni più interessanti sulla vita, sulla morte, sulla vecchiaia, sull’odio e sulla vendetta. Sandra, invece, almeno all’inizio è un personaggio un po’ insipido, troppo sprovveduta e ingenua, che per fortuna però cresce molto nell’arco della storia.

Forse manca un vero e proprio punto di svolta, qualcosa che renda gli interventi di Sandra e Juliàn risolutivi, forse Juliàn alla fine è incapace di vera vendetta (ma chissà, magari il seguito del libro ci potrebbe stupire invece in questo senso), ma la scrittura è scorrevole e incalzante. La trama è avvincente e mentre si legge ti attira a sé e ti costringe ad andare avanti e se questo non è sufficiente, a mio parere, per considerarlo un capolavoro, è tuttavia un libro molto piacevole che ha il pregio, tra gli altri, di trattare il tema del nazismo sotto una luce diversa.

Quando si è conosciuto il male, il bene non sa di molto. Il male è una droga, il male dà piacere, per questo quei macellai uccidevano sempre di più ed erano sempre più sadici: non ne avevano mai abbastanza. 

Un altro libro che tratta il nazismo sotto una luce diversa dal solito è Le assaggiatrici  di Rosella Postorino, clicca per andare alla recensione

Titolo: Il profumo delle figlie di limone 

Titolo originale: Lo que esconde tu nombre

Autrice: Clara Sanchez

Traduzione: Enrica Budetta

Casa editrice: Garzanti

Pagine: 383

Certo, recensire Il conte di Montecristo non è facile, soprattutto non è facile farlo senza cadere nel banale e nel già detto e ridetto. Tuttavia, essendo uno dei miei libri preferiti e uno dei classici che ritengo da leggere assolutamente, voglio provare a darvi la mia opinione e piccola analisi di questo meraviglioso romanzo e cercherò di condividere con voi i motivi per cui penso che sia un must read assoluto.

La Trama

 

La trama de Il conte di Montecristo è nota e non temo quindi spoiler, proprio perché anche la filmografia è piena di versioni di film e/o serie tv tratte dal romanzo di Alexandre Dumas.

Edmond Dantès è un capace e onesto marinaio al quale, proprio per le sue abilità e la sua onestà, l’armatore Morrel dà una promozione che scatena la feroce invidia dello scrivano e computista Danglars. Danglars ambiva al posto di capitano e ordisce un complotto per togliere di mezzo Dantès e fare carriera. La sera del suo fidanzamento con la bella Mercedes, Dantès viene infatti arrestato con l’accusa di bonapartismo e rinchiuso in una delle prigioni più terribili di Marsiglia: il castello d’If.

Da questo momento in poi inizierà la seconda vita di Edmond Dantès, rinchiuso in una cella umida e buia, tra patimenti e sofferenze atroci, senza nemmeno sapere di cosa fosse accusato e senza alcuna possibilità di uscirne. Questo perché il sostituto procuratore del re al quale il caso è stato affidato ha talmente a cuore la sua carriera e teme così tanto che quello che Dantès sa gli impedisca di perseguire le sue ambizioni, che convalida il suo arresto e decide per la sua incarcerazione, nonostante avesse capito che era innocente. In questo modo, egli si macchia di un crimine gravissimo contro la giustizia, oltre che contro Dantès. 

Il processo di formazione: da Edmond Dantès a il conte di Montecristo

In prigione Dantès cambia molto e, soprattutto dopo aver incontrato l’abate Faria, rinchiuso in una segreta poco distante da quella di Edmond, subisce un processo di formazione che lo porterà a diventare in seguito il conte di Montecristo. Faria non è solo un compagno di prigione per Edmond, è anche suo maestro e motivatore. Senza di lui probabilmente non sarebbe stato capace di far luce su quello che gli è accaduto; Faria è inoltre fondamentale nel processo di creazione della vendetta che proprio in quel periodo si piantò nel cuore di Dantès. 

«Mi dispiace avervi aiutato nelle vostre ricerche e avervi detto quello che ho detto» disse.

«E perché mai?» domandò Dantès.

«Perché vi ho istillato nel cuore un sentimento che non c’era: la vendetta.»

Il conte di Montecristo ha occhi profondi e indagatori, un volto pallidissimo, mani gelide e una ruga sulla fronte di chi ha molto sofferto. È pressoché impossibile leggergli dentro. Ha molte conoscenze e una grande influenza su cose e persone. Montecristo affascina e conquista chi gli sta intorno, ma allo stesso tempo usa e condiziona chi gli sta intorno. È carismatico e attrae le persone anche perché sembra avere una conoscenza vastissima su svariati argomenti, tra cui scienza, finanza, medicina, leggi.  

La vendetta

L’idea iniziale non è originale, Dumas ha preso spunto da una vicenda di cronaca nera, ma la sua forza creativa ha reso questo romanzo un capolavoro della narrativa denso di episodi avvincenti e splendidamente costruiti, personaggi articolati e sfaccettati, temi e messaggi tutt’altro che moralisti.

La vendetta è certamente il tema principale, senza tuttavia essere considerato necessariamente qualcosa di negativo che si ritorca contro colui che la mette in atto, anche solo in forma di rimorso o mancata soddisfazione. Al contrario, la vendetta sembra procurare enorme soddisfazione a Montecristo, essendo il riscatto di un uomo ingiustamente ferito e umiliato, punito ingiustamente per un crimine non commesso.

Dal momento in cui è uscito di galera, non ha fatto altro che progettare la sua vendetta sui suoi aguzzini in misura direttamente proporzionale al loro contribuito alla sua sofferenza. E la sua vendetta è talmente ben costruita che nessuno, fino all’ultimo, sospetta nulla.

Ci sono persone che hanno sofferto tanto, e non solo non sono morte, ma hanno costruito una nuova fortuna sulle rovine delle promesse di felicità che il cielo aveva fatto loro fino a quel momento, sulle macerie di tutte le speranze che Dio aveva loro concesso. Ho imparato, ho visto quegli uomini: so che dal fondo dell’abisso dove il loro nemico li aveva gettati  si sono rialzati con tanto vigore e tanta gloria che hanno dominato il loro vincitore di un tempo e l’hanno a sua volta gettato in un precipizio. 

La vendetta, dunque, scenderà implacabile, fredda e precisa sugli aguzzini , che Montecristo andrà a colpire in modo mirato e mirabile. 

Onnipotenza

Con grande sapienza narrativa, Dumas trasforma Dantès da vittima a carnefice, donandogli una sorta di onnipotenza che solo raramente vacilla. E noi lettori non possiamo evitare di essere dalla sua parte, di ammirarlo; ci identifichiamo a tal punto con lui che arriviamo a perdonargli tutto e solamente quando Montecristo è preso dai dubbi sulla legittimità della sua impresa, qualche dubbio viene anche a noi. E ciò che accade dopo è una conseguenza di ciò, una sorta di presa di coscienza della falla su quell’onnipotenza che Montecristo è sempre stato convinto di avere. La maestria di Dumas ci regala così un finale degno di una grande romanzo quale è Il conte di Montecristo.  

Perché dovresti leggere Il conte di Montecristo

Perché è un romanzo avvincente, scritto con grande maestria e sapienza e che vi terrà incollati alle pagine. Ogni volta che crederai di aver capito cos’ha in mente Montecristo, lui ti stupirà e ti farà venire un nuovo desiderio di sapere come va a finire. E perché, oltre che personaggi sapientemente costruiti, una trama avvincente e una scrittura accattivante, ci sono riflessioni profonde sull’essere umano e le sue sfaccettature. Non manca proprio nulla in questo grande classico. Se non l’hai ancora fatto, corri a leggerlo!

Se ti piacciono i classici e hai voglia di scoprirne altri, leggi il mio articolo su i classici da leggere assolutamente. 

Attenzione alla traduzione!

Ci sono edizioni de Il conte di Montecristo che hanno come traduttore Emilio Franceschini, si tratta in realtà di un gruppo di traduttori che si sono arrogati il diritto di fare dei tagli in alcune parti per renderle, a loro dire, più scorrevoli. Io non amo questo genere di cose e personalmente credo che il compito di un traduttore sia quello di rendere al meglio possibile l’originale. Questo non comprende tagli e/o aggiunte nel testo. Per questa ragione io sconsiglio queste edizioni. Io ho letto l’edizione BUR nella traduzione di Guido Paduano e mi sono trovata bene. 

 

Per molte delle persone che hanno visitato la Val Venosta, il campanile di Curon che svetta in mezzo al lago artificiale è un’attrazione irresistibile, davanti alla quale scattarsi fotografie, senza nemmeno chiedersi cosa ci sia dietro quel lago, quale storia racchiuda quel campanile.

Resto qui è un romanzo di Marco Balzano ambientato proprio in Val Venosta, prima che la diga di Resia sommergesse un intero paese facendolo diventare l’attrazione turistica che oggi conosciamo. Vi garantisco che dopo che avrete letto questo bel romanzo non avrete più così tanta voglia di scattare selfie davanti al campanile.

Trina e Erich

Trina è una ragazza di montagna, nata e cresciuta nella Val Venosta, che ama leggere e scrivere e per cui le parole sono importanti.

Io invece credevo che il sapere più grande, specie per una donna, fossero le parole. Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole.

Gli uomini non le interessano, anzi, quasi preferisce le donne; finché non incontra Erich, di cui si innamora. Sono i primi anni venti del Novecento e Trina frequenta l’ultimo anno delle superiori. Siamo in pieno fascismo, Mussolini ha vietato ai territori recentemente annessi di insegnare il tedesco, costringendo le persone dell’Alto Adige ad usare l’italiano, una lingua che non conoscono e non amano, una lingua esotica che non riconoscono come propria. Gli italiani sono considerati stranieri tra queste montagne e si innesca una lotta, un “noi contro loro”.

Dal primo momento è stato un noi contro loro. La lingua di uno contro quella dell’altro. La prepotenza del potere improvviso e chi rivendica radici di secoli.

Il fascismo

Trina vuole fare la maestra, ma in periodo fascista non è facile. Rimasta senza lavoro a causa delle politiche del Duce, inizia a fare la maestra clandestina, nascosta nelle cantine e nelle stalle.

Le cose, tuttavia, si fanno difficili, e quando tanti, attirati dalle politiche e dai proclami di Hitler se ne vanno in Germania, Erich e Trina scelgono di restare nella loro terra. La vita però è dura, e la loro è segnata anche da una tragedia famigliare.

La gente con un dito sulle labbra lascia ogni giorno che l’orrore proceda

La guerra attraversa la vita di chi resta e anche Erich deve partire. Dopo aver provato la guerra sulla sua pelle, Erich diventa anche antinazista, oltre che antifascista e non riesce a tollerare chi vede nel Führer un idolo.

-I tedeschi sono diventati razzisti e sanguinari.

-Se il Führer fa quello che fa avrà le sue ragioni.

-Quali sono le ragioni per annientare tutti? Perché c’è questa guerra che dura da anni? E noi cosa c’entriamo?

-Sotto di lui nascerà un mondo migliore, papà.

-Un mondo di servi che camminano col passo dell’oca, ecco cosa nascerà!

-I nazisti non faranno la diga, non sei contento?-continuò imperterrito Michael.

Allora Erich urlò di nuovo, così forte che i vecchi ai tavoli dell’osteria si girarono a guardarlo.

-Non mi basta che non ci anneghino per approvare quello che fanno! Tu non sai niente. Tu sei solo un teppistello. Vattene dal tuo Hitler, idiota.

La diga (e di nuovo io resto qui!)

Nella vita di Trina e Erich, e in quella di tutto il paese di Curon c’è anche un altro pericolo che incombe: la diga che gli italiani vogliono costruire sul lago di Resia e che avrebbe completamente sommerso il paese.

Erich continua ad avere un’ostinata volontà di restare, anche dopo che la guerra li ha costretti a vagare come fuggitivi tra i monti, anche dopo che il progetto della diga è ripartito minacciando di sommergere completamente il paese, anche quando i suoi compaesani non ne potevano più di lui perché cercava, invano, di fare qualcosa per impedirlo.

Perché una diga si può costruire anche altrove, ma un paese, un paesaggio non può più tornare, dopo che è stato devastato. Trina è con lui in questa battaglia, anche se a volte non è facile non rassegnarsi.

Ma questa è la loro battaglia più dura, quella che rischia di sradicarli per sempre dalla loro terra tanto amata, non ci si può arrendere.

Balzano ci regala un romanzo delicato, poetico e a tratti struggente, ci fa vivere insieme a Trina le sue emozioni e ci fa vedere attraverso i suoi occhi la sua vita e la sua terra, alla quale è legata da un amore profondo.

Con uno stile fresco e spontaneo e una prosa molto curata ci accompagna in questa storia di sofferenza e lotte per non rassegnarsi a sopravvivere. Resto qui non è solo la storia di Trina e Erich, è la storia dell’amore per la propria terra e di una lotta che va al di là della semplice sopravvivenza, ma punta alla vita vera, quella fatta delle cose a cui teniamo. 

Le parole sono scelte con cura, mai banali senza tuttavia risultare pesanti o inappropriate.

Non si può rimanere indifferenti a Resto qui e se dopo averlo letto vedremo anche noi con occhi diversi quelle terre dell’Alto Adige e davanti a quel lago artificiale ci ricorderemo di tutte le Trina e di tutti gli Erich che hanno lottato per la loro terra, questo romanzo avrà raggiunto il suo scopo: quello di renderci più consapevoli e più sensibili.

 

Titolo:  Resto qui

Autore: Marzo Balzano

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 192

Gli accordi del cuore è il seguito di un romanzo che ho letto e apprezzato, L’arte di ascoltare i battiti del cuore. Amo l’Asia e leggo sempre volentieri romanzi ambientati lì. Il precedente romanzo dell’autore tedesco raccontava la storia di Tin Tin, che se ne va di casa per tornare nella sua Birmania. La figlia Julia decide di partire e lì scopre tutta la storia di suo padre, che sapeva sentire e ascoltare i battiti del cuore delle persone. Gli accordi del cuore ne è il seguito e l’ho letto con qualche aspettativa, devo riconoscerlo.

Di nuovo a Kalaw

Sono trascorsi ormai 10 anni da quando Julia Win è volata a Kalaw alla ricerca del padre e della sua storia. Una ragazza scettica e razionale come lei ha visto sconvolgersi molte certezze, ha imparato che ogni cuore risuona in modo diverso, ha trovato la fede nel potere magico dell’amore, grazie a Tin Tin e alla sua storia, narratale dal fratellastro U Ba.

Tuttavia, tornata negli Stati Uniti ha ripreso a poco a poco la sua vita  e messo da parte molte delle cose che aveva portato con sé dalla Birmania. La cosa peggiore è che ha perduto la fede nel potere magico dell’amore.

Ora c’è qualcos’altro che a porta nuovamente a Kalaw. Ritrovare il fratello è una grande emozione per lei e fa riaffiorare tante cose del primo viaggio in Birmania. Ora, però, è tornata perché c’è una voce sconosciuta dentro di lei ed è in qualche modo convinta che sia di nuovo a Kalaw che questo nuovo mistero potrà essere svelato. 

Non tutto ciò che è vero può essere spiegato, e non tutto ciò che si può spiegare è vero. 

Le aveva detto U Ba un giorno nella meravigliosa casa da te in cui si sono incontrati. E Julia in questo momento della sua vita è confusa, abbattuta, ha perso la fiducia nell’amore e si ritrova a ripensare alle parole del fratello, che forse non capisce ancora fino in fondo.

Turbamenti dell’anima

Aveva dimenticato che la fiducia è fragile. Che è preziosa. Che ha bisogno di molta luce. Che appena la menzogna allarga le ali si fa subito buio.

Aveva dimenticato che cosa  nutre la fiducia. Quanta dedizione necessita.

Arrivata a Kalaw, Julia si rende conto di quanto le siano mancati U Ba e la Birmania e si sente come se i dieci anni trascorsi quasi non le appartenessero. A volte è molto difficile seguire il cuore! 

Insieme a Julia ci troviamo in una Birmania governata dall’esercito e insieme alla storia che anche lei sta per scoprire, noi lettori comprendiamo un po’ di più cosa significa una dittatura militare.

Qual è la cosa di cui hanno più paura colore che brandiscono armi? Di altri che brandiscono armi? No! Che cosa temono i violenti più di ogni altra cosa? La violenza? Nient’affatto! Da cosa si sentono minacciati i più crudeli egoisti? Tutti costoro non temono nient’altro più dell’amore. Chi ama è pericoloso. Non ha paura. Ubbidisce ad altre leggi. 

La storia della voce

U Ba aiuta Julia a venire un po’ a capo del problema della voce sconosciuta dentro di lei. Conosce così Khin Khin che le racconta la straordinaria storia della sorella, Nu nu, e della sua famiglia. Inizia così un nuovo viaggio alla ricerca del perdono, dell’amore, di un pezzettino un po’ più profondo dell’essere. Nu Nu e Thar Thar insegnano a Julia che cambiare è possibile, che non siamo condannati a rimanere ciò che siamo, ma siamo solo noi a poterlo fare. 

Ci sono momenti, Nu Nu lo sapeva, che una persona non dimentica più per il resto della vita. Che si imprimono nell’anima, lasciano cicatrici invisibili su una pelle invisibile. E se in seguito le si tocca, il corpo freme di dolore fin nei pori. Anche anni dopo. Decenni. E tutto riaffiora: l’odore della paura. Il suo sapore. Il suono che ha. 

E Julia scopre anche la ragione per cui le persone sorridono sempre. Il sorriso in Birmania spesso nasconde qualcosa di sgradevole. Ma soprattutto scopre la potenza del perdono e la grandezza della gratitudine, attraverso gli occhi e le gesta di piccoli e grandi monaci, che tanto hanno sofferto. 

Solo chi ama ed è riamato può perdonare. E solo chi perdona è un uomo libero. Chi perdona non è più prigioniero.

E’ una storia di dolore ma anche di liberazione, che veicola un messaggio d’amore, nonostante tutta la sofferenza di cui è condito. L’autore ci trasmette tutto il suo amore per la Birmania, con la sua natura, la sua calma e, se vogliamo, anche un po’ di misticismo. E, diciamocelo, chi non vorrebbe un fratello come U Ba? Che non giudica mai, ascolta, consiglia e accompagna verso la verità? 

 

 

Titolo: Gli accordi del cuore

Titolo originale: Herzenstimmen

Autore: Jan-Philipp Sendker

Traduzione: Riccardo Cravero

Casa editrice: BEAT

Pagine: 351

Leggere i classici non  sempre facile, i grandi autori del passato a volte possono risultare difficili da comprendere e a volte persino noiosi. I tempi nei quali vivevamo e dei quali scrivevano e il modo di scrivere ci possono a volte apparire noiosi e lenti. Tuttavia, un classico è un libro che ha sempre qualcosa da insegnare, non a caso è entrato nella definizione di classico. Quella che mi piace di più è quella di Calvino: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”, esprime esattamente ciò che penso io dei classici. Vale la pena, a volte, metterci un po’ più tempo, ma leggere un libro che ha tanto da dare!

E quindi ecco qui una mia piccola lista di classici da leggere.

L’idiota – Fëdor Dostoevskij

 

Titolo: L’idiota

Titolo originale: Идиот

Autore: Fëdor Dostoevskij

Traduzione: Laura Salmon

Casa editrice: BUR

Pagine: 800

Premetto che trovo sempre difficile apprezzare l’incipit e in generale le scene iniziali di un romanzo. Di norma mi costringo ad andare avanti perché non mi catturano quasi mai. Quello de L’idiota è, invece, mi è piaciuto moltissimo. Non è incisivo come ad esempio quello di Orgoglio e Pregiudizio  o come quello di Anna Karenina, ma descrive una scena affascinante e insieme intrigante che a me ha fatto certamente venir voglia di continuare questo romanzo, cosa di cui mi sono tutt’altro che pentita.

Un treno compare nella nebbia…

Alla fine di novembre, durante il disgelo, il treno della linea ferroviaria Pietroburgo-Varsavia si andava avvicinando a tutta velocità, verso le nove del mattino, a Pietroburgo. L’umidità e la nebbia erano tali che s’era fatto giorno a fatica; dai finestrini del vagone era difficile distinguere alcunché a dieci passi a destra e a sinistra. Fra i passeggeri c’era anche chi tornava dall’estero, ma erano affollati soprattutto gli scompartimenti di terza classe, pieni di piccoli uomini d’affari che non venivano da troppo lontano. Tutti, com’è logico, erano stanchi, gli occhi appesantiti per la nottata trascorsa, tutti infreddoliti, i visi pallidi, giallastri, color della nebbia.

Su un treno che appare nella nebbia di novembre si incontrano due personaggi davvero singolari: il principe Lev Nikolàevič Myškin e Parfën Rogòžin, l’uno dotato di una bellezza eterea, biondo, dalla pelle chiarissima e dai modi gentili, l’altro scuro, dagli occhi e dai capelli nerissimi e modi rudi e maleducati. I due sono destinati a incontrarsi durante tutto il romanzo, diventando quasi l’uno l’alter ego dell’altro due facce di una stessa medaglia, in un rapporto di amore e odio che percorrerà tutta la vicenda. Ambientato nella Russia del XIX secolo, il romanzo si pone come obiettivo quello di raccontare di “un uomo totalmente bello”, come lo stesso autore dirà.

La mano abile e talentuosa di Dostoevskij ci conduce attraverso un labirinto di amori, emozioni, intrighi di un mondo corrotto e malato che la bellezza dell’anima, la purezza dei sentimenti e la bontà innocente di Myškin dovrebbe salvare. In una continua lotta tra luce e tenebra, tra bene e male, tra bontà e malvagità il talento di uno dei più grandi scrittori mai esistiti ci fa fare la conoscenza di uno dei personaggi più straordinari della letteratura, creando uno di quei libri che vorresti non finissero mai.

Notre-Dame de Paris – Victor Hugo

 

Titolo: Notre-Dame de Paris

Titolo originale: Notre-Dame de Paris

Autore: Victor Hugo

Traduzione: Donata Feroldi

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 521

Questo famosissimo romanzo inizia in maniera dirompente, con una folla di personaggi singolari, ognuno con le sue peculiarità. Solamente dopo averci fatto passare attraverso una folla brulicante di parigini riuniti al Palais de Justice per assistere a una rappresentazione, attraverso grida di giubilo e non solo, ego feriti di poeti incompresi, cardinali, mendicanti e calzettai che si rubano la scena a vicenda, compare lui, il campanaro, il gobbo di Notre-Dame grazie al quale tutti conoscono questo romanzo. 

Ma sbaglia chi pensa che questa sia solo la storia di Quasimodo ed Esmeralda; è la storia di Parigi e dei parigini, di personaggi singolari e loschi individui, di emozioni e sentimenti, ma anche di torture e malvagità.

La descrizione che Hugo fa di Quasimodo è un esempio della sua grande capacità stilistica e descrittiva. Quasimodo ha un aspetto repellente e passa la quasi totalità della sua giornata nella cattedrale di Notre-Dame di cui è campanaro, grazie alla bontà del diacono Claude Frollo, che lo adottò quando nessuno lo voleva. Su di lui c’è in città ogni sorta di diceria, ognuna delle quali collega il suo aspetto orrendo a presunta malvagità, finanche stregoneria.

Lungo le pagine di questo romanzo si intrecciano le storie di Esmeralda, la bella zingara, Claude Frollo, il diacono fuori dal comune, Pierre Gringoire, poeta e filosofo costretto all’accattonaggio e Parigi, alla descrizione della quale l’autore dedica un capitolo intero.

Quasimodo, Esmeralda, Pierre, Claude e la cattedrale di Notre-Dame

In un alternarsi di scene descrittive e scene suggestive e/o ironiche come quella del baccanale alla Corte dei Miracoli o quella dell’incontro tra Esmeralda e Pierre Gringoire, o ancora la scena del giudice sordo che interroga un sordo Quasimodo, si dipanano e si intrecciano le vite dei vari personaggi, tutto intorno alla maestosità della cattedrale di Notre-Dame.

Hugo ha uno stile complesso e ricercato, denso di citazioni e lunghe descrizioni piene di dettagli di ogni sorta possono rendere a volte la lettura pesante a chi ama l’azione. Ma è capace di alti picchi di poesia e di ironia e ci dona capitoli davvero emozionanti.

Personalmente, ho trovato straziante la scena di Quasimodo alla berlina, ho trovato quasi disumani l’odio e la crudeltà di cui l’essere umano si rende capace e ho trovato molto interessante il paragone tra architettura e pensiero umano.

Questo romanzo è denso di spunti interessanti, di storie intrecciate, di amore, odio, emozioni, crudeltà, paure, sacrifici e anche qualche piccolo colpo di scena e non può mancare nelle vostre librerie!

Tempi difficili – Charles Dickens

 

Titolo: Tempi Difficili

Titolo originale: Hard Times

Autore: Charles Dickens

Traduzione: Bruno Amato

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 376

Questo romanzo è forse un po’ meno famoso di Grandi Speranze o di Oliver Twist, ma di sicuro non meno meritevole. È ambientato in una città fittizia dal significativo nome di Coketown (letteralmente “città del carbone”) e sviluppa temi cari a Dickens, quali la denuncia delle condizioni di lavoro e di vita della classe operaia, la crisi del modello di sviluppo, la denuncia di quei “fatti” che stanno alla base del positivismo.

 

Dickens è un grande narratore, con una spiccata capacità di costruire dialoghi di cui vediamo ottimi esempi in questo romanzo dal ritmo intenso e con frequenti cambi di prospettiva. Il punto di vista è infatti spesso quello dei personaggi.

Thomas Gradgrind è un uomo razionale, un “uomo di fatti e di calcoli” che misura tutto, compresa la natura umana, in termini razionali e matematici. Non accetta nulla che non sia razionale e corroborato dai fatti, unica cosa che conti per lui nella vita. Ha una scuola nella quale si insegna ai bambini a liberarsi dell’immaginazione e a vivere di soli fatti. La città in cui vive con la sua famiglia, Coketown, è perfetta per lui, in quanto è “un’apoteosi di fatti”. È una città di mattoni ricoperti dalla cenere emessa dai macchinari e dalle ciminiere di cui è piena, una città in cui tutti gli edifici sono uguali e le persone sono spesso anch’esse tutte grigie uguali.

Utilitarismo e pensiero positivista

Le cose, tuttavia, non vanno proprio come Gradgrind avrebbe voluto, i suoi figli sono i primi a ricercare la bellezza dell’immaginazione e, nonostante un matrimonio ben congegnato per la figlia, si ritroverà a dover gestire molte cose che vanno al di là della sua comprensione razionale. Si ritroverà alla fine a fare i conti con il fallimento di quel tipo di educazione in seno alla sua stessa famiglia.

Dickens ci accompagna lungo il tragitto di questo fallimento con ironia e abilità, dandoci modo di riflettere molto sui principi utilitaristici che ancora impregnano la nostra società attuale.

Jane Eyre – Charlotte Brontë

 

Titolo: Jane Eyre

Titolo originale: Jane Eyre

Autrice: Charlotte Brontë

Traduzione: Stella Sacchini

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 596

Diversamente da Dickens, Charlotte Brontë ci offre luoghi periferici e solitari, dove la natura è parte integrante della storia. Questa è una caratteristica che accomuna tutte e tre le sorelle Brontë, molto legate alla natura e in special modo alla brughiera. 

Jane Eyre è un’orfana che vive da una zia tirannica che non la vorrebbe in casa sua e cugini che non la sopportano. Fin da piccola è dunque costretta a far fronte a difficoltà che formeranno il suo carattere. A dieci anni viene mandata in collegio a Lowood, dove riceverà una buona educazione, pur se a costo di privazioni e stenti.

Jane non è bella, non è attraente, ma ha una volontà di ferro e si procura un lavoro come governante a Tornfield, dimora del signor Rochester. La storia d’amore tra  due è tema centrale di tutto il romanzo, che però è infittito di ingredienti gotici (la stessa Tornhill è un ambiente scuro e tetro, che nasconde terribili segreti) e autobiografici. Charlotte è la maggiore delle tre sorelle Brontë ed è dotata di una grande vivacità intellettuale e di una grande capacità di creare personaggi. La sua tematica prediletta pare essere quella della proposta d’amore inaccettabile, socialmente o moralmente, che innesca passioni e tormenti. Ritroviamo, infatti, tutto questo in Jane Eyre, insieme a una denuncia dei cliché del’epoca sulle donne e a una denuncia di una società discriminatrice e ingiusta.

In genere si crede che le donne siano molto quiete. Le donne invece provano gli stessi sentimenti degli uomini. Hanno bisogno di esercitare le loro facoltà, e di provare le loro capacità come i loro fratelli; soffrono come gli uomini dei freni e dell’inattività, e fa parte della mentalità ristretta dei loro compagni più fortunati il dire che si devono limitare a cucinare e a far la calza, a suonare il piano e a far ricami. È stupido condannarle o schernirle, se cercano di fare di più o imparare di più di quello che è solito al loro sesso.  

Un romanzo autobiografico

Ogni luogo in cui Jane Eyre vive ha un significato, simboleggia una fase della sua vita: Gateshead, la casa della zia, simboleggia la barriera, la prigione in cui lei si sente; Lowood rappresenta il degrado e gli stenti a cui Jane è sottoposta; Tornfield rappresenta le spine e il dolore che provoca nel cuore ingenuo di Jane l’amore per il suo padrone; Whitcross è un momento di scelta per lei e di profonda incertezza; Marsh End è la fine del suo peregrinare, un luogo dove Jane si sente felice e gioisce della svolta della sua vita; e infine Ferndean, il luogo dove trascorrerà il resto della sua vita. È piuttosto evidente che Charlotte Brontë abbia proiettato se stessa in Jane e le abbia regalato ciò che, credo, avrebbe voluto per se stessa.

Cime Tempestose – Emily Brontë

 

Titolo: Cime Tempestose

Titolo orgininale: Wuthering Heights

Autrice: Emily Brontë

Traduzione: Laura Noulian

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 428

Cime Tempestose è il capolavoro di Emily Brontë, sorella minore di Charlotte, nel quale ha messo tutta la forza e l’energie interiori di una vita non consumata (è morta a soli trent’anni). È, infatti, un romanzo forte, quasi virile, rappresentato pienamente dal demoniaco Heathcliff, il quale si presenta fin dall’inizio per quello che è: terribile, scontroso, inospitale, selvaggio.

La Brontë utilizza qui la tecnica narrativa del flashback e dunque il romanzo inizia quando la storia è alla fine e Thushcross Grange, grande casa ai piedi della collina, viene affittata.

Il locatario, il signor Lockwood, va a fare la conoscenza del suo padrone di casa a Cime Tempestose e incontriamo così subito Heathcliff. Quello che accadrà durante questa e la successiva visita di Lockwood a Cime Tempestose, farà venire al tenutario il desiderio di conoscere la storia di questo crudele padrone di casa e di quella Catherine di cui ha intuito l’importanza proprio nella casa di Heathcliff. Gli viene in soccorso Nelly, la sua governante, che gli racconta tutta la storia.

Heathcliff è un trovatello, forse di origine zingara, che il Sig. Earnshaw porta a casa da un suo viaggio a Liverpool e che cresce a Cime Tempstose, una fattoria rustica e priva di comodità, insieme ai suoi figli Hindley e Catherine, diventando il favorito. Eccetto il Sig. Earnshaw e Catherine, per cui diventa l’inseparabile compagno di giochi, nessun altro lo ama. E lui non fa molto per farsi amare. Ha un carattere riservato e taciturno, forte e scontroso ed era spesso immusonito. Maltrattato in maniera crudele da Hindley, giura vendetta. Catherine, d’altro canto, è una bambina irrequieta e sfrenata, audace e sfrontata.

Malvagità fatale

La sua insolenza ha un grande potere su Heathcliff, ma tutto cambia quando Catherine conosce gli abitanti di Thrushcross Grange, grande, ricca e luminosa casa ai piedi della collina (che contrasta con la tetraggine, il buio e la povertà di Cime Tempestose). Edgar e Isabella sono belli e sofisticati ed entrambi hanno influenza sulla piccola Catherine, sensibile alle cose belle. Questo fa allontanare i due compagni di gioco, con gran dolore di Heathcliff, il quale scompare per tre anni. Al suo ritorno, trovando Catherine sposata a Edgar, inizierà a mettere in atto la sua vendetta che porterà dolore e devastazione, finendo per distruggere anche se stesso.

Dotato di un’inflessibile durezza, incapace di pietà e misericordia, Heathcliff rappresenta il principio del Male. Ma è un malvagio fatale che inevitabilmente attira il lettore, come succede ad esempio con il vampiro di Polidori o Rochester in Jane Eyre. In Heathcliff ritroviamo l’inferno degli eroi byroniani, tormento d’amore e ribellione, di modo che tutto ciò che si frappone tra lui e la sua passione totalizzante e totalitaria va annientato.

Nelle vene di Heathcliff e di questo romanzo scorre il fuoco interiore di Emily Brontë, il suo carattere impulsivo e facile alla collera non poteva che trovare espressione nella scrittura di quello che per me è prossimo a un capolavoro.

Il ritratto di Dorian Gray – Oscar Wilde

 

Titolo: Il ritratto di Dorian Gray

Titolo originale: The picture of Dorian Gray

Autore: Oscar Wilde

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 261

Come non inserire nella lista dei classici da leggere assolutamente questo capolavoro di Oscar Wilde! Oscar Wilde ha una penna sopraffina e sa fare un uso acuto e intelligente dell’ironia, cose queste che danno una grande qualità ai suoi scritti. Questo romanzo è una summa delle teorie estetiche di Wilde, che, ricordiamo, è stato il leader del movimento estetico inglese. Lo stesso Dorian Gray altri non è che la personificazione dell’estetismo: bellissimo, elegante, di gran gusto e dedito a una vita di piaceri.

 

 

Tutto inizia con un quadro dipinto dal pittore Basil Hallward e da una strana amicizia nata con Lord Henry Wotton: due eventi che, concatenandosi insieme, determinano la formazione e le decisioni del giovane Dorian Gray. L’amicizia con lord Henry non solo renderà Dorian consapevole della sua straordinaria bellezza, ma lo inizierà anche a una vita dissoluta, fatta di sensi e piacere, ma anche di sofferenza e nefandezze. La ricerca del piacere in tutte le cose diventa per Dorian l’obiettivo primario e il quadro dipinto da Basil sembra proprio venirgli incontro in questo: Dorian non perde un briciolo della sua perfetta bellezza, è invece il quadro a prendere su di sé le conseguenze delle dissolutezze. 

Era meravigliosamente bello, con quelle sue labbra scarlatte dalla curva delicata, quei suoi occhi azzurri pieni di freschezza, quei suoi cappelli d’oro ondulati. 

La ricerca della bellezza

Dorian, spinto da Lord Henry e dalle sue teorie sulla giovinezza, intraprende una ricerca spasmodica di piacere dei sensi e bellezza che lo trascinerà in un vortice di azioni e conseguenze che lui non sarà più in grado di controllare. In un’eterna lotta tra il bene e il male, tra le tentazioni di Henry e i tentativi di Basil di farlo tornare puro e sensibile come prima, si consuma la formazione di questo giovane, che dovrà scegliere quale via intraprendere. Quali saranno le conseguenze delle sue scelte?

«Vorrei poter amare», gridò Dorian Gray , con una nota profondamente patetica nella voce. «Ma mi sembra di aver perduto la passione e dimenticato il desiderio. Mi sono concentrato troppo su me stesso; la mia personalità mi è divenuta un peso.»

Questo è un romanzo molto ricco di spunti di riflessione e di tematiche quali il ruolo dell’arte nella vita, la bellezza, la lotta tra il bene e il male, e non può mancare nelle nostre letture! Clicca qui per andare alla recensione completa. 

Charles Dickens per me è sempre una garanzia, mi piace il suo stile, mi piace che i suoi libri hanno sempre una morale, mi piace la sua ironia, mi piace che i suoi libri insegnano sempre qualcosa. E anche questa volta non delude, anzi.

Non pensiate che Un canto di Natale sia un libro da leggere solo a Natale, tutt’altro, il messaggio che ci dona è universale e appartiene a tutti i tempi.

Trama

Ebezener Scrooge è un vecchio avido e avaro che pensa solo ai suoi soldi e non crede alla magia del Natale. Non fa alcuna azione buona, nessun gesto altruista e si comporta in maniera rigida e scontrosa anche con il suo unico dipendente. È talmente avaro che non accende il fuoco in ufficio e il segretario è costretto a lavorare con la sciarpa, il cappotto e i guanti. Ha un nipote buono e gioviale che lo va a trovare e vorrebbe che passasse il Natale con la sua famiglia, ma Scrooge lo manda via malamente lanciando insulti verso le persone che stupidamente perdono tempo con una cosa inutile come il Natale.

Una notte riceve in visita il fantasma del suo defunto socio, Marley, il quale gli preannuncia la visita di tre spiriti. Scrooge vorrebbe sottrarsi, ma non può. Da questo momento molte cose cambieranno.

Lo spirito del Natale

Un racconto che vuole cercare di portare lo spirito del Natale nei nostri cuori tutto l’anno, che ci invita ai buoni sentimenti, all’altruismo, a pensare alla vita come a un percorso che facciamo insieme, non da soli e ci invita a non pensare solo al nostro orticello, ma ad ampliare la nostra visione del mondo, includendo anche le altre persone. Solo così potremo essere persone felici e gioiose, solo condividendo con gli altri, aiutandoci a vicenda, riequilibrando gli squilibri della società, pensando a chi è più sfortunato come a qualcuno della nostra famiglia. È un libro conto l’indifferenza che oggi è più attuale che mai, nella nostra società contemporanea fatta di egoismi, egocentrismi e indifferenza.

Doveva essere l’umanità il mio campo d’affari; il benessere del prossimo; ecco quello che doveva essere il mio lavoro; affar mio doveva essere praticare la carità e la misericordia, la pazienza e la cortesia. I compiti della professione non rappresentavano più di una sola goccia nell’ampio oceano dei miei doveri!

Dickens ci invita a dare valore alle cose vere e ci dice che non è mai troppo tardi per cambiare, per pensare agli altri e vivere in fratellanza, anziché in solitudine.

È un libro per tutte le età e che tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita!

 

 

Titolo: Un canto di Natale

Titolo originale: A Christmas Carol in prose, being a Ghost story of Christmas

Autore: Charles Dickens

Casa editrice: Giunti

Pagine: 144

Eleanor Oliphant sta benissimo è il romanzo d’esordio della scrittrice scozzese Gail Honeyman. Come spesso accade con gli esordi, alcuni l’hanno amato, altri l’hanno odiato, a qualcuno è piaciuto, a qualcun altro meno. A me il libro è piaciuto,  ma come ben sa chi mi segue e chi mi conosce, non sono una lettrice che ha bisogno necessariamente dell’azione e/o della suspense. Può piacermi un libro anche se non accade molto in termini di azione (e che quindi può risultare lento a qualcuno), ma dove accade molto a livello interiore, come in questo caso. Ho amato questo libro soprattutto per come cresce il personaggio e per come il suo animo e la sa attitudine si modificano. Ma se siete lettori che amano la velocità, potreste trovarlo un po’ lento. 

Elanor Oliphant sta benissimo, o forse no?

Eleanor Oliphant è una donna di 30 anni con una vita apparentemente normale, anzi, una vita che sembra normale solo nelle primissime pagine. Scopriamo presto che è una solitaria estremamente abitudinaria, dal linguaggio molto forbito e impostato e praticamente senza filtri. Di aspetto un po’ trasandato, capelli lunghi e lisci, senza trucco, abiti molto sobrie sempre uguali, apparentemente ignara delle convenzioni sociali, viene considerata quanto meno bizzarra da chi le sta intorno. E a lei non importa affatto di come la considerano gli altri, perché lei sta bene, anzi, benissimo. Se l’è sempre cavata da sola. Da quando aveva 21 anni lavora nello stesso ufficio della stessa azienda, on lo stesso ruolo; ha una sua routine fissa per i giorni lavorativi e per i fine settimana e non ha relazioni. Nessun amico, nessun amore.

A volte è decisamente e completamente fuori luogo che ti viene voglia di tapparle la bocca, a volte è incoerente, perché fa la contabile, ma dice di non sapere nemmeno la differenza tra un desktop, un laptop e un tablet, oppure nel 2017 non sa nemmeno cosa sia McDonald’s, ma penso che si finisca per amarla, mano a mano che la storia procede.

Atti di gentilezza

Un atto di gentilezza apparentemente casuale porta nella sua vita una serie di cambiamenti e lei entrerà in un vortice che la porterà all’inevitabile e prevedibile finale. Sì, il finale è prevedibile, ma io ve lo devo dire, ho adorato Eleanor! Mi è sembrata una persona così fragile e sola, pur facendo di tutto per far credere a se stessa che non sia un problema quello che gli altri pensano e dicono di lei e che viva la sua vita in completa solitudine. Vuole sembrare forte, ma non appena qualcuno le si avvicina con gentilezza, lei non sa come comportarsi e la sua corazza inizia a cedere, rivelando un animo desideroso di affetto e di accettazione. 

Non avrei mai sospettato che qualche piccola azione potesse suscitare reazioni così sincere e generose. Sentii un piccolo bagliore dentro me – non un incendio, ma più una specie di piccola fiammella costante.

Solitudine

Eleanor si convince di stare bene da sola perché ha paura, si convince che la solitudine sia una cosa buona, che possiede un potere liberatorio, perché se ci si rende conto di non aver bisogno di nessuno, ci si può prendere cura di noi stessi. Tuttavia, ci rendiamo conto poi che lo dice perché ha paura di dover soffrire ancora. La sua infanzia e quello che le è accaduto sono la causa della sua mancanza di relazioni e del suo rapporto così bizzarro col mondo, scopriamo poco alla volta tutto quello che le è successo e quanto la solitudine veramente le pesi.

Ero viva. Ero sola. Non c’era essere vivente in tutto l’universo che fosse più solo di me. O più terribile.

Il tema della solitudine è un tema molto delicato da trattare, ma la Honeyman ci riesce piuttosto bene, anche grazie ad un personaggio come quello di Raymond, tecnico informatico della stessa azienda dove lavora Eleanor, un personaggio che personalmente trovo molto interessante, perché sa andare oltre le apparenze, ma anche perché, non essendo costretto nella costante attenzione della scrittrice alla sua caratterizzazione (tutta concentrata su Eleanor, tanto da farla sembrare, a volte, esagerata) è molto più libero e spontaneo e spiazza Eleanor con i suoi gesti e il suo atteggiamento. 

L’autrice a volte si fa un po’ prendere la mano con Eleanor, tanto da farla sembrare in alcune circostanze forse poco credibile, ma per fortuna c’è Raymond ad equilibrare tutto. 

“Il volto grazioso del male”

Un po’ inquietante è il rapporto di Eleanor con la madre, rinchiusa in carcere per un non ben chiaro motivo (ma si capisce che deve essere qualcosa di grave quando si scopre che viene definita “il volto grazioso del male”) e che chiama tutte le settimane solo per insultare Eleanor o per farla sentire inadeguata. Ma Eleanor fatica a staccarsi da questa figura.

Persino dopo tutto quello che ha fatto, dopo tutto quanto, è ancora mia mamma. È l’unica che ho. E le brave ragazze vogliono bene alle loro madri. Dopo l’incendio sono sempre stata così sola…Una qualsiasi mamma era meglio di nessuna mamma…

Io mi sono affezionata a questo personaggio, nonostante qualche forzatura da parte dell’autrice e ho molto apprezzato lo sviluppo psicologico che il personaggio ha avuto. La lettura è scorrevole e veloce, ma non è fatta per chi ama i libri avvincenti. Eleanor Oliphant si ama solo se si riesce ad entrare un pochino dentro di lei. 

Titolo: Eleanor Oliphant sta benissimo

Titolo originale: Eleanor Oliphant is completely fine

Autrice: Gail Honeyman

Traduzione: Stefano Beretta

Casa editrice: Garzanti

Pagine: 344