Titolo: Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde

Titolo originale: The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde

Autore: Robert Louis Stevenson

Traduzione: Luciana Piré

Casa Editrice: Giunti editore

Pagine: 144

Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson è certamente il romanzo per eccellenza del doppio psicologico, la storia di Doppelgänger (dualità della natura umana) più nota e famosa. La trama di questo romanzo è talmente nota che sono sicura che anche chi non l’ha letto la conosce, perciò non temo troppo gli spoiler. Prometto, tuttavia, che anche se ci fosse ancora qualcuno che non l’avesse letto (rimediate subito, correte a leggerlo!), sarò clemente e non vi rovinerò il libro. 

 

Che succede al Dottor Jekyll?

Siamo in una Londra cupa e misteriosa, Mr. Utterson, stimato avvocato appartenente all’alta borghesia londinese, è preoccupato per l’amico Dr. Jekyll, le cui frequentazioni paiono essere, di recente, poco raccomandabili. Il Dottor Jekyll, anch’egli facente parte dell’alta borghesia londinese, ne incarna tutte le qualità e le virtù. È un uomo magnanimo, un filantropo, un positivista, non accetta nulla che non sia corroborato dai fatti (e in questo mi ricorda molto Tempi Difficili di Charles Dickens), ha un’educazione ineccepibile, insomma, è un perfetto membro della società vittoriana. Pare dunque molto strano all’amico Utterson il comportamento degli ultimi giorni.

Jekyll si è fatto più cupo e silenzioso, quasi depresso, non invita più gli amici come un tempo, non si fa più vedere come prima. Tutto questo è iniziato con la strana frequentazione con quello che lui sostiene essere un nuovo amico, un tal Mr. Hyde. Chi ha avuto modo di vedere (o intravedere) Hyde, non riesce a descriverlo se non attraverso le impressioni che suscita. Hyde è un omofono di “hide” che in inglese significa nascondere, nascondersi e infatti Mr. Hyde deve rimanere nascosto, perché incarna il male (“pure evil”, il male assoluto), un istinto malvagio privo di ogni remora.

“L’altro me stesso”

Ma Hyde non è banalmente l’opposto di Jekyll, è una parte di lui, incarna le sue pulsioni represse, quelle che non mostra, che non può mostrare perché non si addicono ad una persona come lui, ma che esistono in lui e spingono sempre più per uscire. Essere Hyde per lui significa finalmente dare spazio alla trasgressione sociale, mentre rimanendo Jekyll sente sempre meno soddisfazione, sempre meno appagamento. Diventare Hyde gli provoca senso di colpa, vergogna, repulsione, ma prova anche una grande gioia, quella gioia data dall’essersi lasciato alle spalle la gabbia della religiosità. Si sente libero, felice alleggerito dal fardello della coscienza. Quando Hyde non c’è gli manca e questo lo rende depresso e sconsolato.

Tuttavia, l’altro se stesso, inizialmente piccolo e tarchiato, mano a mano cresce e rischia di prevaricare. Le trasformazioni sono sempre più involontarie. L’ultima trasformazione è per lui un disperato tentativo di liberazione.

Due facce della stessa medaglia

Jekyll appare a un tempo vittima e carnefice, buono e cattivo, ragione e istinto. Due facce della stessa medaglia, due lati dello stesso cubo, due volti della stessa anima.

Le due parti che si agitavano in me erano di una estrema serietà: ero parimenti me stesso sia quando, evitando ogni misura, sprofondavo nella vergogna, sia quando, alla luce del giorno, mi impegnavo nel progresso della scienza e nell’alleviare le sofferenze del mio prossimo.

Accanto al tema dell’identità sdoppiata e della prigionia, anche quello del progresso della scienza è cruciale nel romanzo di Stevenson, il quale cerca di collegare le aspirazioni sociali e morali con quelle scientifiche. Come accade, però, anche in Frankenstein, l’anelito verso la scienza finisce per portare a compimento un piano diabolico. In Frankenstein è un eccesso di hybris (quella tracotanza che porta a sopravvalutare le proprie forze) a portare lo scienziato a fare quello che ha fatto, in Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde è un eccessivo anelito al bene e all’irreprensibilità morale a portare Jekyll a servirsi della scienza. In entrambi i casi l’effetto sarà disastroso.

Furono la mia stessa persona e l’ascoltare la mia parte morale che mi insegnarono a riconoscere la precisa, primitiva dualità dell’uomo. Ho visto che il conflitto delle due nature nell’ambito della mia coscienza, anche se io potevo giustamente dire di essere o l’una o l’altra, aveva luogo perché, nel profondo, io ero entrambe.

La dualità dell’animo umano

La grande forza di questo libro sta proprio nel suo messaggio, che Stevenson convoglia con uno stile chiaro e asciutto, ed è così bravo che ci sono scene che anche a leggere questo libro nel ventesimo secolo si rischia di saltare sulla sedia (ad esempio quella dell’irruzione di Utterson nel laboratorio di Jekyll). Il messaggio (che da allora è stato ripreso da più parti) è che l’animo umano è duale, è un mix di buono e cattivo, di bello e brutto, di bene e male; separare le due parti è pressoché impossibile. È importante accettare questa dualità e nutrire la parte di noi che riteniamo la migliore, senza tuttavia dimenticare che esiste l’altra. 

Considero Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde come un must read, un classico da leggere assolutamente, quindi fatevi un grande regalo: leggetelo! 

La ragazza col turbante è un famosissimo quadro di Johannes Vermeer, pittore olandese vissuto nel diciassettesimo secolo dal quale prende spunto il romanzo La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier. Della vita di questo pittore si sa molto poco, cosa che rende questa storia ancora più affascinante. Non si sa chi fosse la ragazza che posò per Vermeer per questo quadro e la Chevalier ci regala una storia delicata e intrigante che ha per tema non solo l’amore, ma anche l’arte e la storia.

La trama

Griet ha solo sedici anni quando inizia a lavorare come serva nella casa del pittore Vermeer e della sua famiglia a Delft. La famiglia di Griet è povera da quando il padre ha perso il lavoro a causa di un incidente. Il padre faceva il decoratore di piastrelle finché un’esplosione del forno lo privò della vista e, di conseguenza, del lavoro. Lei è dunque costretta ad andare a servizio, anche se preferirebbe rimanere con la famiglia. Tra i suoi compiti c’è anche quello di pulire l’atelier del pittore avendo cura di non spostare nulla per non scatenare le ire dell’artista.

Griet è catturata dalla bellezza dei quadri di Vermeer, starebbe ore ad ammirarli.

Contemplai il dipinto ancora una volta, ma nel fissarlo così intensamente mi sembrò che qualcosa mi sfuggisse. Come quando si fissa una stella nel cielo notturno: se la guardi direttamente quasi non la vedi, mentre se la cogli con la coda dell’occhio appare molto più luminosa.

Poco alla volta, Griet si conquista la fiducia del pittore e ne diventa (segretamente bisogna dirlo!), l’assistente. Nulla le dava più gioia che aiutarlo a creare i colori, quegli stessi colori che sarebbero diventati splendidi quadri.

«Non è il quadro che è cattolico o protestante», spiegò, «ma chi lo guarda, e quello che si aspetta di vedere. Un quadro in una chiesa è come una candela in una stanza buia: serve a vedere meglio. È il ponte tra noi e Dio. Ma non è una candela protestante o cattolica. È una candela e basta».

Le difficoltà di Griet

Catharina, la moglie di Vermeer, non la sopporta e chissà cosa potrebbe succedere se, disgraziatamente, scoprisse che lei lo aiuta, che passa così tanto tempo in quel luogo a lei interdetto. Anche Tanneke, la fedele cameriera e cuoca della casa, non l’ha presa in simpatia, per non parlare di Cornelia, una delle innumerevoli figlie della coppia, che non perde occasione per fare a Griet dispetti e cattiverie. Per fortuna Maria Thins, madre di Catharina e vera signora della casa, è dalla sua parte e sarà lei ad aiutarla in più di un’occasione. Del resto, è lei che tiene le redini della casa ed è sufficientemente astuta da capire che da quando c’è Griet lui lavora più velocemente.

Tuttavia nulla potrà mai cambiare il fatto che Griet è solo una serva e nessuno accorrerà in sua difesa quando accadrà l’irreparabile. Griet potrà prendere una sola, definitiva decisione.

Mi sentivo anche in un certo senso delusa, sebbene non mi piacesse  soffermarmi su questo, perché avrei voluto che lui stesso parlasse a Catharina dell’aiuto che gli davo, dimostrando di non aver timore di dirglielo, ma anzi di darmi il suo appoggio.

Questo era quello che desideravo.

La ragazza con l’orecchino di perla

Il quadro di Vermeer aveva creato un certo scandalo all’epoca, soprattutto per due ragioni: la ragazza aveva posato con le labbra socchiuse e la seconda perché una ragazza povera, come doveva sicuramente essere lei, non avrebbe potuto e di conseguenza dovuto, indossare le perle.

«Bagnati le labbra, Griet».

Mi bagnai le labbra.

«Tieni la bocca un po’ aperta».

Rimasi talmente stupita da questo ordine che la bocca mi si aprì senza che lo volessi. Mi rimangiai le lacrime. Le donne virtuose non si fanno vedere con la bocca aperta, nei quadri.»

L’autrice ha sicuramente fatto un gran lavoro storico e ci regala una storia bella, scritta con una delicatezza che rende la mancanza di colpi di scena una non mancanza. Perché no, non ci sono colpi di scena in questo libro, perché non servono, la storia va avanti lentamente (si potrebbe dire), ma la delicatezza con cui vengono raccontati gli eventi è talmente bella e piena che non c’è bisogno di suspense o colpi di scena. Può sembrare che non accada nulla e invece accade tutto, soprattutto in termini di crescita dei personaggi, di arte, di storia. 

Vi consiglio, se non l’avete fatto, la lettura di questa bellissima storia!

 

Titolo: La ragazza con l’orecchino di perla

Titolo originale: Girl with a Pearl Earring

Autrice: Tracy Chevalier

Traduzione: Luciana Pugliese

Casa editrice: Neri Pozza

Pagine: 237

Chi non conosce Assassinio sull’Orient-Express? Questo romanzo di Agathe Christie è così famoso e conosciuto che recensirlo crea inevitabilmente un certo timore referenziale, o quanto meno è così per me. Ad ogni modo, io considero questo romanzo uno dei capolavori della Christie, insieme a Dieci Piccoli Indiani (clicca qui per leggere la recensione). Sono i due romanzi dove, a mio parere, più si vede la genialità di questa autrice e la magistralità della sua scrittura. 

Trama

La trama di Assassinio sull’Orient-Express è nota ed evoca da sempre immagini suggestive. Il libro inizia in Siria, ad Aleppo, dove il nostro celeberrimo Hercule Poirot si accinge a salire sul Taurus Express diretto a Istanbul. Solo due passeggeri viaggiano insieme a lui: Mary Debenham un’istitutrice inglese proveniente da Baghdad e il colonnello Arbuthnot, anch’egli inglese. Entrambi sono diretti in Inghilterra e prenderanno poi l’Orient-Express a Istanbul. Poirot, invece, ha deciso di fermarsi qualche giorno a Istanbul per visitare la famosa città. Tuttavia, poco dopo il suo arrivo in hotel, un telegramma lo richiamerà immediatamente in Inghilterra per affari urgenti. A malincuore deve desistere dai suoi propositi e prenderà anche lui l’Orient-Express delle nove. Il treno è stranamente pieno per questo periodo dell’anno.

È solo grazie all’amico Bouc, membro del consiglio di amministrazione della compagnia internazionale dei wagon-lits, che Poirot riuscirà a trovare posto nel treno, occupando l’unico posto libero nel vagone di prima classe Istanbul-Trieste-Calais. Insieme a lui nel vagone 

Persone di diverse classi sociali, diverse nazionalità e diversa condizione, che per tre giorni, estranee tra loro devono stare raggruppate insieme. Mangiare e dormire sotto lo stesso tetto, per così dire, senza potersi allontanare troppo l’una dall’altra. E dopo tre giorni si separeranno, ognuno andrà per la sua strada e non si rivedranno più, probabilmente. 

Quando il treno arriva a Belgrado è notte e la quantità di neve caduta è così costringe il convoglio ad un lungo stop. Al mattino, al momento della colazione, la macabra scoperta: Mr. Ratchett, che occupava lo scompartimento accanto a quello di Poirot è stato ucciso in maniera misteriosa. Hercule Poirot viene chiamato ad indagare e farà, come sempre, sfoggio del suo acume e del suo incredibile fiuto. 

Il genio creativo

Indizi rivelatori, risvolti inaspettati, tredici sospettati e un fiuto formidabile condiscono questo romanzo scritto nel 1933. 

Che dire di Agatha Christie che non sia già stato detto e ridetto, scritto e riscritto? Assassinio sull’Orient-Express è uno dei suoi romanzi più famosi, è acuto e disorientante. Come in Dieci Piccoli Indiani, il finale è inaspettato e spiazzante. Non si può non apprezzare, ancora una volta, la genialità della Christie, che riesce a non farci capire fino in fondo cosa succede e come il garbuglio si risolverà. Si dice che l’autrice abbia scritto questo libro in una stanza del Pera Palas Hotel di Istanbul, che ospitava passeggeri dell’Orient-Express. La scrittura è come sempre diretta e scorrevole, è una scrittura all’apparenza semplice, adatta a tutti, ma la verità è che la Christie era una penna geniale, capace degli inganni più sublimi ai danni del lettore. Semina indizi qua e là come briciole di Pollicino, ma raramente riusciamo a scoprire la verità. La sua è una scrittura magistrale, punto. E dico questo senza tema di smentita. 

Come in tutti i suoi libri, anche in Assassinio sull’Orient-Express non mancano le descrizioni accurate, un’ambientazione verosimile e dei personaggi molto ben caratterizzati. Il suo stile è curato ed elegante, ma la gran dama è, qui come negli altri suoi romanzi, la trama, sempre ben costruita, costellata di incastri, deduzioni, suspense, intuizioni che invogliano sempre il lettore a provare a trovare il colpevole prima della fine. Raramente, tuttavia, ci si riesce. 

Sono passati tanti anni dalla stesura di Assassinio sull’Oriet-Express, ma i romanzi della Christie sono libri senza tempo, che tutti dovrebbero leggere. Oltre ad Assassinio sull’Orient-Express e Dieci Piccoli Indiani, consiglio anche Poirot sul Nilo

«Dimostri che l’impossibile può essere possibile!»

«Bella frase, questa, caro Bouc!» approvò Poirot. «L’impossibile non può essere accaduto; quindi l’impossibile deve essere possibile, nonostante le apparenze.»

 

Assassinio sull'orient-Express

Titolo: Assassinio sull’Orient-Express

Titolo originale: Murder on the Orient-Express

Autrice: Agatha Christie

Traduzione: Alfredo Pitta

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 278

 

Amrita, il nettare degli dei

Dopo tanti anni sono tornata nel mondo di Banana Yoshimoto, una scrittrice che ho sempre amato molto.

Titolo: Amrita

Autrice: Banana Yoshimoto

Traduzione: Giorgio Amitrano

Casa Editrice: Feltrinelli

Pagine: 308

Amrita è la storia di Sakumi e della sua famiglia allargata narrata con la delicatezza e la bellezza tipiche dello stile di Banana Yoshimoto. 

Sakumi vive con la madre, il fratellastro undicenne Yoshio, la cugina Mikiko e Junko, un’amica della madre. Si definisce un animale notturno, lavora in un bar e, come gli altri membri della sua famiglia allargata, cerca di elaborare il lutto che li ha colpiti. Sakumi ha infatti perso sia il padre, che la sorella Mayu, morta in un incidente stradale mentre era sotto l’effetto di alcol e droghe. 

 

Io non sono la mia memoria

Quando un giorno Sakumi scivola e batte violentemente la testa, la sua vita perché perde temporaneamente la memoria. Da quel momento lei non sarà più la stessa, non solo per gli effetti che la perdita della memoria scatena in lei, ma anche per le riflessioni che inizia a fare.

Il pensiero di tornare indietro, al tempo prima di battere la testa, mi rattristava. Mi sembrava noioso.                        Mi preferivo com’ero adesso, nonostante tutto.                                                                                                                In generale, non esiste nessuno che sia al cento per cento sano.                                                                              Sentivo che la mia solitudine era una parte del mio universo, e non una patologia da eliminare. 

Trovo molto interessante la sua riflessione sulla solitudine come parte integrante di noi e non come qualcosa da evitare, come invece tendenzialmente facciamo.

Le sue riflessioni sull’io mi hanno fatto molto pensare a Pirandello e al suo Uno, nessuno e centomila (clicca qui per leggere la mia recensione).

Una arriva persino a dubitare di essere mai stata solo se stessa. 

Mentre Sakumi ritrova i suoi ricordi, a volte improvvisamente, a volte preceduti da momenti di offuscamento e di angoscia, si scopre che Yoshio ha dei poteri psichici e vive molto male questa sua condizione, soprattutto nel rapporto con i coetanei. Lei gli sta vicino e lo porta con sé a fare dei viaggi per distrarlo, c’è un legame forte tra loro. 

L’amore non è fatto di forme, o di parole, è una condizione. Dovrebbe essere come una forza che si irradia. Ogni membro della famiglia deve tirare fuori la forza, ma quella che consiste nel dare, non nel chiedere, altrimenti è un disastro, e l’atmosfera della casa diventa quella di una tana di lupi affamati.

Un viaggio delicato e avvolgente

Questo libro è un viaggio delicato e avvolgente in Giappone, ma soprattutto nelle profondità dell’animo umano, senza paura di quello che vi si può trovare. La Yoshimoto stessa ha detto di questo romanzo:

Poiché non sono riuscita a scrivere questo romanzo come avrei voluto, sentivo di non amarlo.                            Eppure credo che forse mai più in tutta la mia vita potrò scrivere qualcosa con lo stesso abbandono, la stessa spontaneità.

E devo dire che si percepisce questo suo abbandono, non solo nella sua scrittura profonda e delicata (che del resto ha anche negli altri suoi romanzi), ma soprattutto nelle atmosfere che ha saputo creare attorno a questi personaggi così unici che non si può evitare di amarli. La sua è una scrittura ricca di fascino, che riesce senza difficoltà a trasportarci dentro un mondo che pare essere tutto suo, fatto di personaggi particolari e atmosfere surreali. 

In Amrita troviamo temi ricorrenti nelle opere della Yoshimoto, come l’amore, la famiglia e la morte, ma sviluppa anche temi diversi, come quello della natura o della solitudine. La natura è molto importante per Sakumi e Yoshio e la solitudine che ognuno dei personaggi sente a vario titolo è più che mai parte integrante della vita. 

Come spesso accade con Banana Yoshimoto, ci troviamo di frote ad un romanzo intenso e avvolgente, che ci accompagna in un mondo fatto di personaggi misteriosi e irresistibili, e atmosfere a tratti oniriche e sensuali, a tratti colorate ed emozionali. 

Un romanzo introspettivo e raffinato che non ho potuto non apprezzare e che consiglio agli amanti di questo genere, a chi si lascia trasportare dai viaggi dentro l’animo umano. 

Quando si ha qualcosa da perdere, si comincia ad avere paura. Ma la felicità è questo. Conoscere il valore di quello che possediamo. 

Quella degli Hunger Games è una trilogia di romanzi distopici di tipo Young Adult, destinati, cioè, ad un pubblico di giovani. Tuttavia, penso di poter affermare tranquillamente che questi libri sono letti e apprezzati anche da un pubblico adulto (vedi la sottoscritta). La narrativa Young Adult spesso tratta temi che altri tipi di romanzo faticano di più a trattare, come ad esempio l’esplorazione di questioni esistenziali e negli ultimi anni questo tipo di narrativa sta diventando sempre più dark e i giovani protagonisti sono sempre più esposti a rischio di morte, violenza e situazioni crude. Questa trilogia in questo senso non fa eccezione.

ATTENZIONE: per quanta cura io abbia cercato di mettere nella descrizione delle trame, è possibile che ci siano degli spoiler, quindi consiglio a chi non ha alcuna idea della trama di saltare secondo e terzo volume e passare direttamente alle considerazioni. 

Primo volume: Hunger Games

 

Titolo: Hunger Games

Autrice: Suzanne Collins

Casa Editrice: Mondadori

Pagine: 374

Le vicende si svolgono in un futuro distopico, in uno stato chiamato Panem, la cui capitale è Capitol. Tutt’intorno ci sono 12 distretti che, a differenza della ricca e opulenta Capitol City, possono essere anche molto poveri. La povertà è direttamente proporzionale al numero del distretto. La sedicenne Katniss Everdeen vive nel distretto 12, quello più povero, con la madre e la sorella Prim. La sua è già una vita dura, dopo la morte del padre in un incidente in miniera, la madre è stata colpita da depressione ed è Katniss che ha sempre dovuto cercare il modo per sfamare la sua famiglia, che altrimenti sarebbe perduta. Va nei boschi, insieme al suo amico Gale a cacciare di frodo e si forma una sua identità come colei che provvede alla sua famiglia.

Apprendiamo quasi subito che un tempo esisteva anche un tredicesimo distretto, completamente raso al suolo da Capitol City perché si è ribellato durante quelli che vengono chiamati i Dark Days (i giorni bui). Proprio in seguito a questa ribellione, ogni anno vengono estratti a sorte i nomi di un ragazzo e una ragazza tra i 12 e i 18 anni per ogni distretto per partecipare agli Hunger Games. Si tratta di uno show televisivo che mira a far divertire gli abitanti della capitale, ma mira soprattutto a ricordare ai distretti il potere di Capitol City. I ragazzi, che una volta selezionati, prendono il nome di tributi, saranno catapultati al’interno di un’arena appositamente costruita e manovrata da un gruppo di strateghi e il loro compito sarà quello di sopravvivere, uccidendo tutti gli altri. Alla fine, infatti, solo uno potrà uscirne vincitore, vale a dire, vivo.

Questo è l’anno dei settantaquattresimi Hunger Games e la vita di Katniss ne verrà letteralmente sconvolta, dopo che una serie di eventi la porterà nell’arena, a dover lottare contro la morte.

Secondo volume: La ragazza di fuoco (Catching fire)

Titolo: la ragazza di fuoco

Titolo originale: Catching fire

Autrice: Suzanne Collins

Casa Editrice: Mondadori

Pagine: 376

La vita sembra quasi tornata alla normalità dopo gli Hunger Games, ma la verità è che i giochi non finiscono mai e men che meno dopo la settantaquattresima edizione. Tante cose sono successe durante gli Hunger Games, prima tra tutte che Katniss ha fatto infuriare Capitol che ora ce l’ha con lei. Subito prima del Victory Tour il Presidente Snow le fa visita minacciandola, lei è terrorizzata e fa di tutto per accontentare Snow, ma questo non le impedisce di notare ciò che sta accadendo nei distretti durante il tour. Ci sono tante, troppe cose che non tornano e sarà Haymitch, il mentore di Katniss e Peeta a fare un po’ di chiarezza. 

 

 

Tuttavia, come si diceva, i giochi non finiscono mai, anche chi ne esce vittorioso è costretto a fare da mentore ai futuri tributi e oltre a ciò, questo è un anno particolare, perché è l’anno della cosiddetta Edizione della Memoria (Quarter Quell). Ogni 25 anni Capitol ne organizza una e per questa terza edizione la capitale ha in serbo qualcosa di spettacolare. 

Terzo volume: Il canto della rivolta (Mockingjay)

 

Titolo: Il canto della rivolta

Titolo originale: Mockingjay

Autrice: Suzanne Collins

Casa Editrice: Mondadori

Pagine: 421

Durante l’Edizione della Memoria è successo qualcosa che non era mai successo prima: l’edizione si è conclusa prima che tutti i tributi fossero morti e qualcuno di loro si è addirittura salvato. Ma la domanda che sorge spontanea una volta che Katniss realizza di essere viva è: dove si trova? Dov’è stata portata? Scopre che insieme a lei ci sono anche Finnick e Beetee. E dove sono Peeta e Johanna? Ancora una volta sarà Haymitch a rispondere a tutte le sue domande, suscitando la sua ira e il suo rifiuto di essere la Ghiandaia Imitatrice (Mockingjay), cioè il simbolo della rivolta dei distretti. Katniss è talmente confusa e arrabbiata da non immaginare nemmeno lontanamente la portata della sua influenza. Sarà Prim a farglielo notare. 

Da questo momento Katniss verrà messa di fronte ai risultati delle varie ribellioni nei distretti e vedrà con i suoi occhi cosa lei significhi per queste persone, come il solo vederla riaccenda gli animi. Questo accenderà anche in Katniss una fiamma che farà di lei il vero simbolo della rivota.

If we burn, you burn with us. (Se noi bruciamo, voi bruciate con noi). 

D’altra parte, Snow ha giurato vendetta e ha dalla sua un’arma capace di destabilizzare anche la Katniss più determinata. Chi vincerà questa guerra che promette di essere sanguinosa come mai prima?

Hunger Games: Considerazioni varie 

Ho divorato questa trilogia, che mi è piaciuta davvero molto. La scrittura scorre veloce tra colpi di scena e suspense e la Collins è davvero brava a creare situazioni e personaggi capaci di mantenere il lettore incollato. La trama è molto ben costruita e, anche se il terzo volume viaggia a un ritmo leggermente più lento degli altri, anche qui non mancano colpi di scena e situazioni mozzafiato. La storia va avanti con un ritmo serrato, quasi ogni capitolo si conclude con un colpo di scena, qualcosa che induce inevitabilmente curiosità nel lettore.

Tutta la trilogia è scritta in prima persona, quindi noi vediamo tutto attraverso gli occhi di Katniss e questo rende la storia molto coinvolgente, soprattutto perché seguiamo gli eventi man mano che accadono. 

Temi 

Innanzitutto, le tematiche affrontate sono varie e difficilmente si ritrovano tante tematiche importanti in un’unica opera destinata a un pubblico adulto:

  • Tematiche esistenziali, come quella dell’esplorazione e della riflessione sull’identità. I personaggi si pongono spesso domande tipiche degli adolescenti: chi sono io? Sono buono o cattivo? Cosa sono destinato a diventare? Qui troviamo molto marcata anche la necessità di rimanere se stessi anche dinanzi a situazioni che mettono a dura prova l’identità. 
  • Empatia con i personaggi:  la Collins è molto brava a delineare i personaggi e il lettore entra facilmente in empatia anche con alcuni di quelli secondari. Non solo il lettore adolescente, ma anche l’adulto è portato a simpatizzare con questi personaggi in perenne lotta tra il bene e il male.
  • Rapporti famigliari: altro tema presente sin dall’inizio, quando ci viene descritto il rapporto conflittuale che Katniss ha con  la madre, che non viene presentata come una figura i riferimento. 
  • Elemento del gioco e della competizione: naturalmente è uno dei temi cardine della trilogia. Gli Hunger Games sono di una violenza estrema, ma tutti, compresi bambini e adolescenti, vi sono abituati, dal momento che vengono trasmessi in TV. La spettacolarizzazione della morte è enfatizzata dal fatto che si basa sull’uccisione di bambini e adolescenti. 
  • Bambini e adolescenti: qui la Collins azzarda. I bambini e gli adolescenti sono normalmente la parte più vulnerabile della società e difficilmente diventano vittime dei sistemi totalitari che, anzi, tendono a proteggerli. Qui invece sono esattamente le vittime sacrificali prescelte, lo strumento attraverso cui Capitol City incute paura e mantiene il potere. 
  • Cibo: il cibo gioca un ruolo importante in tutta la trilogia. La fame è uno dei modi che ha Panem di controllare i distretti, mentre a Capitol City la situazione è esattamente opposta: il cibo è perennemente in eccesso. Il cibo è  indissolubilmente legato alla morte in tutta la serie degli Hunger Games. 

Una società totalitaria 

La società di Panem è una società totalitaria che regna attraverso il divide et impera  di romana memoria e, come la maggior parte delle società totalitarie, dipende dal controllo dell’informazione e dalla manipolazione della realtà, soprattutto attraverso i media. Katniss realizzerà questo a poco a poco, sviluppando un senso critico sempre più accentuato che la porterà alla fine a capire chi sia il vero nemico.

Remember who the real enemy is (Ricorda chi è il vero nemico)

Mano a mano che la narrazione procede e vediamo svilupparsi il senso critico dei personaggi, dimentichiamo che sono solo degli adolescenti, poco più che bambini, siamo così presi dalla storia e da quello che devono sopportare che non pensiamo più alla loro età. 

Il ruolo della memoria

L’epilogo di questa storia ci fa capire quanto la memoria possa avere un ruolo fondamentale per impedire di commettere nuovamente gli errori del passato. In questo possiamo trovare delle analogie con le storie legate all’olocausto. Chi sopravvive a cose di tale orrore e crudeltà da un lato trova conforto e sollievo nel raccontare la propria esperienza, dall’altro ha quasi il dovere di raccontare affinché tale orrore non si ripeta. 

Consiglio assolutamente di leggere la trilogia degli Hunger Games, sarete catturati dalle vicende di questi ragazzi e non ve ne pentirete! 

Se vi piace il genere distopico potete leggere anche la mia recensione di Mondo Nuovo di Aldous Huxley

Qualcuno dice che Le affinità elettive è il romanzo migliore di Goethe. Io non lo so, ma sicuramente è un romanzo nel quale ogni parola sembra essere stata molto ben pensata e calibrata, dove tutto sembra essere stato scritto con uno scopo e un compito preciso. Il talento di Goethe è indiscutibile e in questo romanzo si vede tutto. 

I personaggi de Le affinità elettive

I protagonisti principali sono quattro: Edoardo, Carlotta, Ottilia e il Capitano. Ognuno con le proprie caratteristiche specifiche, ognuno diverso, ognuno che finisce per essere vittima di un destino di cui credeva d’esser l’artefice.

Edoardo

Edoardo è un ricco barone non più giovanissimo, ma comunque nel fiore della sua età virile. È un uomo impetuoso ostinato e pasticcione; prende decisioni precipitose dettate dall’istinto, che spesso si rivelano però rovinose. Ma è anche generoso e coraggioso,e un innamorato appassionato, suscettibile e facile agli scatti, ma sempre cortese. 

Carlotta

Carlotta è la moglie di Edoardo, ma non si fida di lui come amministratore del patrimonio. Ponderata e riflessiva, vuole amministrare lei la casa e le proprietà,pur non avendone le competenze. Ogni sua decisione, pur se apparentemente ponderata, influisce su su qualcuno o qualcosa spesso in modo negativo, ma è sincera e onesta. Fa molti errori evidenti, ma l’amore tira fuori da lei emozioni che normalmente è abituata a celare.

Capitano

Il suo nome è Otto, ma verrà chiamato il Capitano. È un amico di gioventù di Edoardo ed è descritto come un brav’uomo. È una persona altruista, ma si sente solo e senza occupazione, nonostante l’evidente talento. Nonostante il suo essere discreto, il suo arrivo scombinerà non poco gli equilibri del castello. Si dimostrerà per tutto il tempo un uomo preparato e concreto.

Ottilia

Ottilia è la nipote di Carlotta, è una ragazza giovane e bella, ma apparentemente senza alcuna inclinazione. A scuola è lenta ed è l’ultima della classe, a differenza di Luciana, la figlia di Carlotta, che eccelle in ogni cosa che fa. L’amore la rende più sicura, ma rimane sempre una ragazza dolce e amabile. Alla fine, io penso la si preferisca all’apparentemente perfetta Luciana, che però è capricciosa ed egoista, oltre che volitiva e pettegola. Parteggia sempre per l’amato, perché “L’odio è partigiano, ma l’amore lo è ancora di più”. Tuttavia, è ingenua e spesso commette degli errori

Le affinità elettive

Cosa siano queste affinità elettive ce lo spiega lo stesso autore,in una discussione tra Edoardo, il Capitano e Carlotta. Partendo da qualcosa che accade nel mondo fisico, arrivano a spiegare anche le relazioni nel mondo umano. In entrambi i casi gli elementi che si sono provvisoriamente  uniti, tendono a sciogliersi da questa unione per andare verso l’elemento da cui sono più attratti. 

Quelle nature che, una volta incontratesi, si compenetrano e si influenzano reciprocamente, noi le definiamo affini.

Edoardo e Carlotta si sono incontrati e innamorati in gioventù, ma sono stati entrambi costretti a matrimoni di convenienza. Si sposano, però, in seconde nozze e sembrano felici, almeno finché non decidono, sotto la pressione di Edoardo, di prendere in casa un vecchio amico di quest’ultimo, il Capitano. A seguire arriverà anche Ottilia, la nipote di Carlotta che sembra non avere ancora trovato un suo posto, una sua attitudine. L’arrivo dei due scombussolerà la vita e i ritmi di Edoardo e Carlotta e li porterà a decisioni non sempre sagge e ponderate. 

Siamo capaci di sacrifici inenarrabili: eppure se si presenta una autentica, precisa occasione, quegli stessi sacrifici si trasformano in qualcosa che non siamo in grado di compiere.

Un romanzo d’amore, ma non romantico

Le affinità elettive è un romanzo d’amore, ma il mondo che Goethe descrive è l’opposto di quello romantico. Non che l’autore volesse necessariamente polemizzare con i romantici, ma in questo mondo le cose vanno diversamente. E la donna è diversa, rispetta a quella del Romanticismo. Qui è una donna che sbaglia tanto quanto e a volte più degli uomini e tutto è più triste e incerto. 

L’amore è fatto in questo modo: lui solo crede d’avere ragione e qualunque altra forma di diritto, in sua presenza, svanisce. 

Edoardo diventa come un bambino quando gli si impedisce di fare ciò che vuole e rimane ferito per cose anche molto futili, capricci, “tutto quanto lo divertiva, lo rendeva allegro doveva essere considerato con delicatezza da parte degli amici.”

Carlotta vuole, nella sua razionalità, ristabilire le cose, vorrebbe tornare indietro, recuperare il rapporto con Edoardo, mentre quest’ultimo è come un bambino a cui viene sottratto il giocattolo. 

Al contrario di lui, Carlotta sapeva meglio attraversare queste prove, in virtù della profondità del proprio sentimento. Era assolutamente consapevole, nel suo intimo, di dover rinunciare a un affetto bello e nobile. 

Una lezione di stile

In questo romanzo Goethe riesce a dire con uno stile alto e aggraziato anche le cose più terribili, usa le parole a suo completo piacimento, inserendo tra le vicende anche il suo pensiero, i suoi ammonimenti. All’apparenza sembra quasi voler proteggere i personaggi, descrivendo le loro disgrazie in modo delicato e gentile, quasi che si potessero spezzare ad usare parole più dure; anche per il lettore sembra avere una certa attenzione, spiega per bene tutto ciò che accade e non manca di segnalare al lettore quali sono i segni premonitori di ciò che sta per accadere che invece i personaggi non notano per nulla. Quello che Goethe fa in realtà è decidere dei personaggi e del loro destino come più gli aggrada, di sperimentare con i personaggi e finisce per stupire il lettore. 

Se la gente comune, allorché reagisce con sofferenza o disperazione alle più banali contrarietà quotidiane ci strappa un sorriso di compassione, noi siamo soliti, al contrario, guardare con reverenza verso un animo ne quale sia stato gettato il seme d’un grande destino e che, tuttavia, deve ancora attendere l’evolversi s’un simile concepimento e dunque non può, non deve mettere fretta né al bene né al male, né alla fortuna né alla sventura che ne possono scaturire. 

 

Titolo: Le affinità elettive

Titolo originale: Die Wahlverwandtschaften

Autore: Johann Wolfgang von Goethe

Traduzione: Umberto Gandini

Casa editrice: Fetrinelli

Pagine: 336

Pechino è in coma di Ma Jian ci narra i fattacci di piazza Tienanmen accaduti nel 1989, ci racconta come ci si è arrivati e cosa è cambiato (e cosa non è cambiato) dopo. Un romanzo intenso e vero che non mancherà di commuovere.

Dai Wei è figlio di un destroide mandato nei campi di rieducazione all’epoca della Rivoluzione Culturale,  vive con la madre e il fratello a Pechino. Il padre torna a casa dopo più di 20 anni e il suo rientro in famiglia destabilizza gli equilibri, oltre al fatto che il padre e il suo passato sono ciò che impedisce alla madre di ottenere la tanto agognata tessera del partito. Nonostante tutti i suoi sforzi, non riesce mai ad ottenerla. 

Piazza Tienanmen da dentro

Dai Wei partecipa attivamente alle proteste di Piazza Tienanmen e durante la repressione messa in atto dall’esercito nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989 gli viene sparato un colpo in testa e va in coma. Ed è da qui che comincia il racconto della sua vita, fino a quella maledetta notte e oltre. Dall’interno di un corpo immobile, eppure ancora vivo, riemergono ricordi del suo passato, di un padre tornato in Cina dall’America per aiutare a ricostruire il paese, che poi viene invece costretto alla sottomissione e additato come nemico. Ricordi di una vita in famiglia resa più difficile dalla condizione di prigioniero del padre. Ricordi degli anni della scuola, dell’università, amicizie, amori. Tutto passa attraverso quel corpo inerte. 

Attraverso i ricordi di Dai Wei entriamo nei campi di rieducazione, nel clima della Rivoluzione Culturale e nel processo di costruzione dell’economia socialista di mercato tipica dell’era post Mao Zedong. Respiriamo un’aria di ritrovata libertà, salvo poi rendersi conto che essa è solo un sottile velo che copre una realtà che in fondo non è poi così diversa dalla dittatura di Mao, in termini di libertà individuale e diritti umani. Ne sono prova le manifestazioni pacifiche represse con la forza, di cui piazza Tienanmen è diventato il culmine, la tragedia cui mai avremmo voluto assistere.  

Piazza Tienanmen

L’energia e il sacrificio

Le proteste nacquero come una richiesta di maggiore libertà e democrazia in una Cina in fermento. Si trattava comunque di pacifiche proteste studentesche, pacifiche, ma tenaci, perché i ragazzi non mollavano. Queste pagine profumano dell’entusiasmo e della dedizione di questi ragazzi, pronti al sacrificio per un bene superiore. Ma percepiamo anche la paura, la sfiducia, i tentennamenti di questi studenti, che alla fine si sono dovuti confrontare con la minaccia di dover fronteggiare l’esercito. E in fondo erano solo studenti, giovani entusiasti ed energici che, come molti giovani di tutto il mondo, vogliono cambiare le cose che non funzionano.

La rabbia e lo sconforto dati dal fallimento dei loro tentativi di dialogo con il governo hanno minato la compattezza del gruppo, soprattutto di quello dei leader, ma il movimento non si è fermato. E non si è fermato nemmeno al comparire di discussioni interne e dissapori all’interno del gruppo dei leader, divergenze di opinioni ed errori. 

Sapevo che sarebbe stato impossibile far evacuare gli studenti dalla piazza, però non sembrava giusto che i leader se la svignassero alla chetichella, soprattutto dopo aver incitato gli altri a restare. 

Lo sciopero della fame deciso dagli studenti è stato un atto di coraggio e sacrificio, che tuttavia non ha portato i risultati sperati. Ma Jian riesce a rendere molto bene l’atmosfera di quei giorni in piazza e noi lettori non possiamo non soffrire insieme a questi studenti, non possiamo non attendere insieme a loro un passo dal governo, non possiamo non ringraziarli per quello che hanno fatto, per non aver mollato nemmeno quando il sacrificio è diventato enorme.

Una Cina che cambia

Mano a mano che la narrazione procede dall’interno della mente di Dai Wei, vediamo i cambiamenti della Cina, il passaggio da un comunismo estremo alla cosiddetta ‘economia socialista di mercato‘, l’avvento della tecnologia, il rapporto, sempre molto difficile, con gli stranieri (quelli che i cinesi chiamano laowai). Troviamo anche molte tipicità, quali ad esempio la Città Proibita e gli hutong, le piccole casette a un piano tipiche di Pechino che oggi sono un’attrazione turistica di grande fascino, ma che allora erano invece dei tuguri sporchi e malsani con dei sudici bagni in comune. 

“Spero di trovare un appartamento come questo, con il riscaldamento centrale e l’acqua corrente” dice Gui Lan. “In inverno a mia camera è molto fredda. E odio dover usare quei luridi gabinetti comuni in fondo al vicolo.”

Dai Wei ci racconta anche qualcosa del Falun Gong e della sua repressione da parte del governo, a dimostrazione ulteriore, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che la Cina era (ed è tutt’ora) ben lontana dalla democrazia

Democrazia e libertà 

Quello che, a mio parere, traspare più di tutto è il malumore di una generazione di “orfani” senza patria e senza famiglia, che anelano a una libertà di pensiero legittima che viene loro negata, che chiedono a gran forza democrazia, che si battono contro la corruzione con coraggio e tenacia. Resistono e non si arrendono pur sapendo che il loro nemico è molto più forte e potente di loro e lo dimostrerà nella maniera più vile, mandando l’esercito, con i carri armati, a sparare su di loro, in una delle repressioni più brutali e sanguinarie del secolo scorso. 

“Mao ha distrutto il sistema della famiglia tradizionale in modo che tutti dipendano dal Partito” aggiunse Tian Yi. “Siamo una generazione di orfani. I nostri genitori non ci hanno dato un sostegno affettivo. Appena siamo nati hanno permesso che fosse il Partito a decidere della nostra vita.”

I leader degli studenti, i cui nomi in questo romanzo richiamano molto quelli dei veri leader studenteschi delle proteste dell’ ’89, hanno avuto grandi meriti e grandi responsabilità. Hanno avuto il merito di mantenere alto l’umore degli studenti anche nei momenti di maggior sconforto, hanno avuto il merito di guidare una protesta senza precedenti nel paese. Ma hanno anche avuto la grande responsabilità di aver condotto gli studenti al massacro in nome di una democrazia che non è mai arrivata. Il governo ha represso le proteste nel sangue e insabbiato tutto, negando apertamente il suo operato e perseguitando tutti coloro che furono ritenuti coinvolti nell’organizzazione delle manifestazioni. Dimostrando in questo modo che non molto, in fondo, era cambiato.

Un viaggio lungo un corpo

Questo romanzo è però anche un viaggio all’interno di un corpo diventato prigione e Ma Jian è molto bravo a descrivere ciò che accade dentro quello che oramai è diventato solo il contenitore della mente di Dai Wei. Ogni canale, ogni più piccolo angolo del suo corpo viene percepito da Dai Wei con un’estrema sensibilità e ogni piccola novità diventa una gioia per lui: un uccellino che ogni giorno si posa su di lui, la brezza che entra dalla finestra, il tocco delicato di una mano. 

Ora so che per raggiungere l’anima si deve viaggiare a ritroso. Ma solo chi dorme ha tempo di percorrere quel sentiero, chi è sveglio deve lanciarsi alla cieca in avanti fino alla morte…

Consiglio questo romanzo a chi ha voglia di saperne di più sulla Cina e sui fatti di piazza Tienanmen, l’unica cosa che non ho apprezzato è stata la traduzione di Katia Bagnoli. Personalmente non l’ho trovata una buona traduzione e inoltre presenta anche diversi errori grammaticali e diverse imprecisioni. Probabilmente è mancato il lavoro di un buon editor, ma anche la traduzione in sé non è proprio nelle mie corde. Peccato perché il romanzo è davvero bello. 

Titolo: Pechino è in coma

Titolo originale: Beijing Coma

Autore: Ma Jian

Traduzione: Katia Bagnoli

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 633

Nel 1937 il giovane Fosco Maraini compie un viaggio in Tibet insieme al famoso orientalista Giuseppe Tucci in qualità di fotografo. Si tratta del primo viaggio in Oriente per lui e segnò la nascita dell’amore di Maraini per queste terre.  A questo viaggio ne seguirono altri e nacque quella meraviglia che è Segreto Tibet.  

Il giovane Maraini decine, alla fine del viaggio con Tucci, di posticipare il rientro in Italia per andare in Sikkim, in pellegrinaggio ad alcuni dei monti più alti della terra. Il Sikkim è un minuscolo staterello  incastonato tra il Nepal e il Bhutan che si trova a ridosso dell’Himalaya, il sistema montuoso che comprende le montagne più alte della terra. Di fatto, si tratta di una vallata circondata da montagne, questo è il Sikkim. È l’unico stato al mondo nel quale si passa, nello spazio di appena un centinaio di chilometri, da un livello di pochi metri sul mare agli oltre 8500 metri del monte Kanchenzonga. Si passa da foreste tropicali con relativo clima caldo e umido, a gelidi ghiacciai nel giro di veramente pochi chilometri. 

Bisogna vedere, bisogna immaginare tutto ciò per capire l’essenza di questo cantuccio in cui sono racchiuse innumerevoli facce della natura

A spasso per il Sikkim 

Il Sikkim è abitato da Tibetani, Nepalesi e dai Lepcia, che un tempo erano la stirpe preponderante, mentre ora lo sono i Nepalesi. Laddove i Nepalesi sono attivi ed invadenti, i Lepcia sono silenziosi e pacifici, incapaci di sentimenti negativi, non provano odio, né invidia, non sono violenti, non cercano di affermarsi sugli altri. 

Il Sikkim del 1937 era un paese con pochissime strade e quindi grandissima importanza rivestiva la figura del portatore (coolie), specialmente per i Sahib (signori) stranieri che visitavano il paese. I Lepcia sono degli ottimi portatori, nonostante siano tendenzialmente piccoli e mingherlini. 

Maraini ci porta con lui tra le nevi e i ghiacci dell’Himalaya, tra freddissime notti in tenda in campi improvvisati e i canti dei portatori intorno al fuoco che crepita.

Cantano gli uomini per la gioia della musica, ma anche perché siano propizie le infinite forze occulte della notte, gli infiniti esseri invisibili che abitano le valli silenziose e danzano adesso sugli spalti nivali, per le frane dei monti, tra verdi riflessi di luna e di ghiaccio. 

Le montagne sono maestose e la notte è nerissima, senza quei canti che ammansiscono le forze della notte c’è di che avere paura. 

Ho paura. Ho paura di questo buio assoluto in cui puoi sentire l’alito caldo d’un essere senza riuscire a vederne il contorno, e m’arrampico su per un albero vicino sedendomi abbastanza comodamente a cavalcioni del primo ramo.

Un’immensità silenziosa e ostile

Sale per delle ore solo con la sua cagnolina Drolma, solo in mezzo ad un’immensità silenziosa ed ostile. Sulla neve solo i binari tracciati dai suoi sci e le minuscole buchette delle zampette di Drolma. Ci descrive le sensazioni dell’animo nel calpestare nevi che nessuno aveva ancora calpestato, al cospetto di monti tanto maestosi e sacri, la solitudine che prova. Il sole picchia e gli brucia la faccia, finché ad un tratto cala improvvisamente la nebbia che ricopre e inghiotte tutto.

Chi è abituato alle Alpi non può immaginare cosa voglia dire stare al cospetto di quella “vuotezza fisica”. Da noi ogni montagna, ogni roccia ha un nome, l’uomo ci è già stato. Ma sull’Himalaya no. L’uomo non è stato su ogni roccia, su ogni parete. Le vette si innalzano terribili e indifferenti a tutto e dinanzi a tale maestosità ci si sente piccoli. 

Ho coscienza d’essere solo; veramente solo. Che varrebbe un mio grido? Ricordo d’essermi trovato senza alcun compagno sulla vetta dell’Etna in inverno, e così sui monti della Toscana, sulle crode del Trentino o sulle Alpi della Val d’Aosta: ma là era un’altra cosa, oltre i valloni, oltre le creste, oltre i ghiacciai, si poteva quasi sempre indovinare il villaggio e l’aria la si sentiva già respirata dall’uomo. Qui no; qui tutto è vergine, tutto è indifferente ed ostile.

Il Sahib volante

Nessuno in Sikkim aveva allora mai visto degli sci e così, dopo aver visto Maraini scivolare su e giù per le valli e le montagne sopra quegli strani oggetti di legno, i portatori hanno iniziato a chiamarlo ‘il Sahib volante’. Tanto furono colpiti i portatori, che alla fine tutta la valle ne parlava. I suoi sci gli hanno consentito di arrivare dove a piedi non sarebbe potuto arrivare e di ammirare paesaggi che altrimenti non avrebbe potuto nemmeno scorgere. Tuttavia, ha dovuto rinunciare a qualcuno dei suoi desideri, in quanto i portatori “non amano seguire, sprofondando nella neve, dei Sahib che noncuranti ci volino sopra”. 

Nonostante questo quanta ricchezza porta con sé questo mese trascorso tra le vette del Sikkim! 

Questo è il primo libro di Maraini, ma già si nota il suo stile di racconto, che poi meglio si è sviluppato in Segreto Tibet. Per me, che ho sempre desiderato vedere le vette himalayane quanto scrive è poesia. 

Soltanto gli uomini e le donne riescono a voltare la schiena, soltanto gli uomini e le donne sanno dimenticare; ma i sassi e le nubi, l’erba e le nevi, il vento e le foglie, hanno sempre un sorriso fraterno per chi ha compreso il segreto linguaggio. Loro, le cose, non tradiscono mai. 

 

Titolo: Dren-Giong. Appunti di un viaggio nell’Imàlaia

Autore: Fosco Maraini

Casa editrice: Corbaccio

Pagine: 214

Ai tempi della scuola non ho apprezzato Pirandello quanto merita, forse non avevo la giusta maturità intellettuale. Ho letto Uno, nessuno e centomila molti anni fa e l’ho trovato…noioso! Oggi non mi capacito di come sia potuto succedere, se non facendo appello alla mia immaturità di allora, che mi ha impedito di comprendere appieno questo importante romanzo.

Uno, nessuno e centomila è stato scritto nel 1927, ma è ancora di grande attualità, tanta è stata la capacità dell’autore di scavare nel fondo dell’animo umano. Tutto inizia con un episodio quasi banale, la moglie di Vitangelo Moscarda, Dida, gli fa notare che il suo naso pende verso destra. Per tutta la sua vita fino ad allora Vitangelo non si era mai accorto di questo suo difettuccio. Oltre a questo, va notando pian piano altre piccole imperfezioni fisiche che non sapeva di avere e proprio da questo prende il via la sua ricerca di un io autentico, che si rivelerà un cammino molto faticoso.

Avrei potuto, è vero, consolarmi con la riflessione che, alla fin fine, era ovvio e comune il mio caso, il quale provava ancora una volta un fatto risaputissimo, cioè che notiamo facilmente i difetti altrui e non ci accorgiamo dei nostri. Ma il primo germe del male aveva cominciato a metter radice nel mio spirito e non potei consolarmi con questa riflessione. 

L’estraneo che è in noi

Vitangelo si rende conto che gli altri non lo vedono allo stesso modo in cui si vede lui e cerca in tutti i modi di scorgere una parte di quell’Io che gli altri vedono e lui no. Il suo cammino inizia, dunque, con il voler a tutti i costi restare solo, necessità che si trasforma ben presto in un bisogno smanioso, quasi in una dipendenza.

La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, e soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, così che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un’incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l’intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l’estraneo siete voi. 

Dunque esser solo, senza quel sé che già conosceva, o credeva di conoscere, solo con quell’estraneo che egli era a se stesso e che era inseparabile da lui, questo cercava Vitangelo. E fa di questo proposito il fine della sua esistenza “d’andare inseguendolo quell’estraneo che era in me e che mi sfuggiva”.

Ma l’idea che dentro di lui albergasse un estraneo che lui non conosceva e che non avrebbe potuto conoscere, uno che solo gli altri potevano conoscere guardandolo da fuori non gli dava pace. 

La coscienza

Molte riflessioni porta con sé questo romanzo. Quante volte anch’io mi sono detta che del giudizio degli altri non mi importava e che la cosa importante era che stessi bene io? Come se davvero la coscienza fosse qualcosa di assoluto e bastante a se stessa, come se davvero degli altri non avessi bisogno… Spesso era in realtà solo paura la mia, paura di mettermi in gioco e rischiare magari di perdere. Credo che tutti noi cerchiamo, chi più chi meno, approvazione e in qualche modo tutti temiamo il giudizio degli altri e forse mentiamo a un pochino a noi stessi se diciamo che non c’importa di come gli altri ci vedono. 

O a che vi basta dunque la coscienza? A sentirvi solo? No, perdio. La solitudine vi spaventa. E che fate allora? Vi immaginate tante teste. Tutte come la vostra. Tante teste che sono anzi la vostra stessa. le quali a un dato cenno, tirate da voi come per un filo invisibile, vi dicono sì e no, e no e sì; come volete voi. E questo vi conforta e vi fa sicuri. 

Una, nessuna e centomila realtà 

Questa ricerca del sé autentico diventa l’unica ragione di vita di Vitangelo e poco a poco si trasforma in uno strazio che lo conduce ad azioni a volte estreme che rischiano di farlo sembrare pazzo o di far allontanare le persone da lui. Il tema della vanificazione della persona è dominante, essere centomila per gli altri significa essere nessuno per sé. 

Pirandello conduce anche una profonda riflessione sulla costruzione di sé allo scopo di conoscerci, perché “possiamo conoscere soltanto quello a cui riusciamo a dar forma”. Ma che tipo di conoscenza di sé può essere? 

Eppure non c’è altra realtà fuori di questa, se non cioè nella forma momentanea che riusciamo a dare a noi stessi, agli altri, alle cose. 

Che cos’è la realtà? Quante realtà ci sono? Qual è quella vera? 

La facoltà d’illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi è destinata a scoprircisi illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.  

La solitudine

Vitangelo viene talmente risucchiato dal vortice della sua ricerca, che finisce per sentirsi solo, si una solitudine straziante.

Che valeva dire ‘io’, se per gli altri aveva un senso e un valore che non potevano mai essere i miei; e per me, così fuori degli altri, l’assumerne uno diventa subito l’orrore di questo vuoto e di questa solitudine?

Non trova più nulla di sicuro, tutto sfugge al suo controllo, tutto diventa inafferrabile e i fatti si rivelano solo gusci vuoti che possono essere riempiti di significati diversi a seconda del momento.

Con un linguaggio rapido e vivace, ma profondo e riflessivo, Pirandello ci conduce nei meandri della coscienza di Vitangelo, che potrebbe essere la coscienza di ciascuno di noi; smantellando senza rimorso ogni fasullo punto di riferimento, ci costringe a farci delle domande e a riflettere.  Uno, nessuno e centomila è un libro importante che ritengo tutti noi dovremmo leggere, non per dovere scolastico, ma perché ci aiuta a riflettere su noi stessi. 

 

Titolo: Uno, nessuno e centomila

Autore: Luigi Pirandello

Casa editrice: Einaudi

Le assaggiatrici di Hitler è un libro che non ero sicura di voler leggere. Forse dirò qualcosa di eretico, ma oramai ho letto e visto così tanto sulla seconda guerra mondiale e sul nazismo che non ero sicura di voler leggere ancora qualcosa. Tuttavia, mi sono detta che forse questo libro avrebbe potuto farmi vedere le cose da un altro punto di vista. E in effetti l’ha fatto. Il romanzo è ispirato alla storia di Margot Wölk, l’unica assaggiatrice di Hitler che abbia avuto il coraggio di raccontare alla stampa la sua storia. La storia narrata ne Le assaggiatrici di Hitler è di fantasia, perché l’autrice non è riuscita ad intervistare la Wölk, morta nel 2014, ma ciò che aveva raccontato della sua vita da assaggiatrice ha ispirato la Postorino e molto di quello che contiene è successo veramente. 

La Tana del Lupo

Rosa Sauer è una donna di città, una berlinese raffinata a cui piacciono i bei vestiti e le scarpe col tacco. Fa la segretaria e Gregor, suo marito, è anche il suo capo. Sono felici, ma la guerra, si sa, arriva e scombussola tutto. Per sfuggire ai bombardamenti che stanno imperversando in città, Rosa si trasferisce, nell’autunno del 1943, dai suoceri, a Gross-Partsch, un paesino della Prussia orientale poco distante dalla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler ben nascosto nella foresta. 

Rosa, però, non pensa a Hitler. Gregor, suo marito, è al fronte e lei si sente sola. Si vedono solo durante le rade licenze e lei soffre la solitudine e la vita di campagna. Poco dopo il suo arrivo, Rosa viene selezionata per essere una delle assaggiatrici di Hitler. E cominciano già a sorgere le prime domande. Come l’hanno selezionata? Pare fosse stata raccomandata dal sindaco. Quali sono le caratteristiche che devono avere le assaggiatrici di Hitler? Cosa significa esattamente? Rosa non lo sa, non le viene spiegato nulla. La prelevano da casa e la conducono, insieme ad altre nove donne, in quella che sarà la sua seconda casa ogni giorno.

La prima volta che entra in quella stanza Rosa è affamata, affamata dalla guerra e dalla miseria. I profumi che emanano i piatti le fanno venire l’acquolina in bocca, ma come fare a non avere paura? La fame, però, vince sulla paura.

Vedere la morte in faccia ogni giorno

Ogni giorno un pulmino accompagna le donne alla mensa di Krausendorf, ogni giorno le dieci assaggiatrici devono assaggiare i tre pasti destinati ad Hitler e poi attendere almeno un’ora dopo aver mangiato per accertarsi che non ci sia veleno. Ogni giorno queste donne vedono la morte in faccia. Il cibo è squisito, ma fatica a scendere nello stomaco, perché potrebbe essere proprio ciò che le ucciderà. La morte è sempre in agguato. Tra queste donne che si vedono ogni giorno si creano  amicizie, rivalità, titubanze, sospetti. Rosa è diversa da tutte loro, eppure si scopre a bramare la loro accettazione. Tutte queste donne si stanno sacrificando per uno dei dittatori più feroci e crudeli della storia: sono vittime o sono colluse col sistema?

Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo, è vero, ma quei 200 marchi al mese di stipendio fanno molto comodo in tempi di ristrettezze, così come fanno molto comodo i regali che arrivano ogni tanto dal cuoco. I piatti che sono costrette ad assaggiare ogni giorno le potrebbero uccidere, eppure le fanno sopravvivere in tempi in cui il cibo scarseggia. E sono squisiti. 

Ci si abitua a tutto, a estrarre il carbone nei cunicoli delle miniere, dosando la necessità di ossigeno; a camminare spediti sulla trave di un cantiere sospesa nel cielo, affrontando la vertigine dl vuoto. Ci si abitua alle sirene degli allarmi, a dormire vestiti per sfollare veloci se suonano, ci si abitua alla fame, alla sete. Certo che mi ero abituata a essere pagata per mangiare. Poteva sembrare un privilegio, era un lavoro come un altro. 

Cosa si prova a vedere la morte in faccia ogni giorno? Come ci si sente nel sapere che si sta contribuendo ad alimentare un sistema perverso e crudele? Sono queste alcune tra le domande a cui questa storia e l’autrice ci mettono di fronte. 

Vittima e carnefice

Rosa è una vittima, non è stata lei a cercare questo lavoro, non l’ha voluto, non lo vuole. Tuttavia è forse quella che meglio si è saputa adattare al sistema dentro al quale è intrappolata. Qual è il confine tra vittima e carnefice? Si può superare quella linea? Rosa riesce a combattere la paura di quel lavoro solo grazie alla speranza di rivedere Gregor, ma gli istinti umani sono ambigui e non sempre si riesce a frenarli.

Si può smettere di esistere anche da vivi; Gregor forse era vivo, però non esisteva più, non per me. Il Reich seguitava a combattere, progettava Wunderwaffen, credeva nei mirali, io non ci avevo mai creduto. La guerra continuerà finché Göring non riuscirà a infilarsi i pantaloni di Goebbels, diceva Joseph, la guerra sembrava dover durare in eterno, ma io avevo deciso di non combattere più, mi ammutinavo, non contro le SS, contro la vita. Smettevo di esistere, seduta sul pulmino che mi portava a Krausendorf, la mensa del Regno.

Quando in caserma arriva un nuovo comandante delle SS, Albert Ziegler, qualcosa inizia a cambiare anche in Rosa. Ziegler semina il terrore con i suoi modi violenti e Rosa è dilaniata dal dubbio. Qual è la scelta giusta? Questo libro ci mette continuamente di fronte interrogativi importanti. Può una persona costretta alla collusione col sistema essere considerata davvero una vittima? La ribellione è un’opzione? Quelle donne hanno scelta?

Abbiamo vissuto dodici anni sotto una dittatura, e non ce ne siamo quasi accorti. Che cosa permette agli esseri umani di vivere sotto una dittatura? 

Non c’era alternativa, questo è il nostro alibi. Ero responsabile soltanto del cibo che ingerivo, un gesto innocuo, mangiare: come può essere una colpa? Si vergognavano, le altre, di vendersi per duecento marchi al mese, ottimo salario e vitto senza paragoni? Di credere, come avevo creduto io, che immorale fosse sacrificare la propria vita, se il sacrificio non serviva a nulla? 

Il confine tra le pulsioni dell’istinto e il giusto si fa sempre più labile e il bisogno di umanità sempre più forte in Rosa. La solidarietà che si è creata tra alcune di queste donne non le basta. Il peso della disumanità del suo incarico diventa insopportabile. 

Il potere devi esercitarlo, altrimenti ti fagocita; se poi ha  a che fare con la tua intimità, può rovesciarsi in debolezza. sottomettersi è più facile che soggiogare. 

Una prospettiva diversa

Questa storia ci racconta un lato diverso di quel periodo storico, ci dona una visuale della storia da una prospettiva diversa e, come accennavo poc’anzi, ci costringe a farci molte domande. Qual è davvero il confine tra giusto e sbagliato? Come avremmo reagito noi? Eterni dilemmi che probabilmente mai avranno risposta. La Postorino riesce, tuttavia, con la sua scrittura precisa e sensibile a farci immedesimare in Rosa completamente; con lei viviamo i suoi dubbi, le sue paure, i suoi desideri. Con lei mangiamo ogni giorno, con la bocca dello stomaco che si chiude e gli occhi delle altre che ci scrutano indagatori. Come lei, bramiamo l’accettazione nel gruppo, ma non sappiamo perché, in fondo non è nemmeno un vero gruppo, quelle donne non sono amiche e se si incontrano fuori nemmeno si salutano. 

Spesso condividere un segreto non unisce, separa. Se comune, la colpa è una missione in cui gettarsi a capofitto, tanto poi svapora in fretta. La colpa collettiva è informe, la vergogna è un sentimento individuale. 

La scrittura è scorrevole, la trama è coinvolgente, l’introspezione è dietro l’angolo quasi ad ogni pagina. fatevi catturare da Rosa, dai suoi dubbi e dai suoi istinti, dalle sue paure e dal suo coraggio. Immergetevi in una storia che vi farà riflettere e vi colpirà. Ho veramente apprezzato questa scrittrice e la sensibilità con cui ha trattato un tema tanto delicato. 

 

 

Titolo: le assaggiatrici

Autrice: Rosella Postorino

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 285