Questo libro tratta un tema scottante, in special modo in questo periodo: quello dell’arrivo di migranti sulle coste italiane e del ruolo delle ONG hanno in questo processo. Elena Stancanelli, autrice di svariati romanzi e racconti, e collaboratrice di vari quotidiani tra cui La Repubblica, decide un giorno di imbarcarsi su una di queste navi. Le ragioni sono svariate e diverse, ma, come dice lei stessa all’inizio del libro, la decisione nasce dall’appello di Sandro Veronesi sul Corriere della Sera apparso il 9 luglio 2018 (clicca qui per leggere l’articolo).

Questo libro tratta un tema scottante, in special modo in questo periodo: quello dell’arrivo di migranti sulle coste italiane e del ruolo delle ONG hanno in questo processo. Elena Stancanelli, autrice di svariati romanzi e racconti, e collaboratrice di vari quotidiani tra cui La Repubblica, decide un giorno di imbarcarsi su una di queste navi. Le ragioni sono svariate e diverse, ma, come dice lei stessa all’inizio del libro, la decisione nasce dall’appello di Sandro Veronesi sul Corriere della Sera apparso il 9 luglio 2018 (clicca qui per leggere l’articolo).

Veronesi scrive un appello accorato soprattutto alle persone influenti affinché “ci mettano il corpo”, affinché cioè vadano “laggiù dove lo scempio ha luogo”, proprio lì, sopra le navi delle tanto vituperate ONG. Perché quanto accade nel Mediterraneo gli fa male, e ancor più male gli fa la propaganda che c’è intorno agli arrivi dalle coste libiche, una propaganda che “rovescia la realtà chiamando ‘pacchia’ o ‘crociera’ la tortura cui quegli esseri umani sono esposti”. Questo per Veronesi è inaccettabile, e pensa che, forse, se ci saranno delle persone influenti che ci metteranno il corpo, che andranno laggiù e saranno testimoni di quanto davvero succede, qualcosa possa cambiare.

Parto o non parto?

Veronesi chiama e la Stancanelli risponde, e non è certo l’unica. Decide d’istinto di imbarcarsi, di metterci il corpo, pentendosene tuttavia subito dopo. Perché lei è una che “se ne sta a casa a studiare e scrivere, anziché metterci il corpo”. Perché è inesperta, non è mai stata su una barca prima. E spesso prima e durante quest’avventura si chiederà se ha fatto bene a farlo, si chiederà ‘ma cosa ci faccio io qui?’, sarà attanagliata dalla paura, dalla voglia di girare sui tacchi e tornarsene nel tepore del suo appartamento, dove nulla di male può succedere, coccolata dalla comodità e protetta da quelle quattro mura che rappresentavano, in un certo senso, la sua frontiera.

Eppure parte. Si imbarca, insieme ad altri giornalisti e a giovani volontari, sulla Mare Jonio, un rimorchiatore che è stato attrezzato per il salvataggio dei migranti in mare. Senza mai smettere di sentirsi inadeguata, senza mai smettere di avere paura, senza mai smettere di sperare, fino all’ultimo, che salti tutto, lasciandole solo la bella sensazione di aver provato a salvare il mondo.

“Ho rispetto dell’odio, come di qualsiasi altro sentimento. Odiamo i nemici e qualche volta anche gli amici, gli amanti e soprattutto gli ex amanti. Odiamo chi è diverso da noi, chi è più ricco  persino chi è più povero. Contro chi è più povero, più indifeso, il nostro odio scintilla addirittura. Io odio. Certi giorni con una potenza che mette paura anche a me.”

Quello di cui la Stancanelli vuole parlare in questo libro non è ciò che si nasconde nel cuore degli esseri umani, bensì come la civiltà a cui apparteniamo assolve (o non assolve) il compito di tutelare i diritti di ogni singolo individuo, migranti inclusi.

Cosa c’è da sapere 

Prima di partire con lei in viaggio sul Mediterraneo, la Stancanelli ci ricorda di come il linguaggio della politica sia cambiato con l’avvento di Matteo Salvini. Cinismo e crudeltà del lessico sono diventati la norma, di conseguenza ora nessuno si scandalizza più, e normali sono diventate anche la violenza e l’ignoranza gettate dai social in faccia a chiunque dissenta. La propaganda social fatta nel modo più becero e nella più totale impunità. Matteo Salvini ha fatto dei migranti la sua battaglia principale e ha avviato una vera e propria crociata morale contro le ONG, ree, a suo dire, di traffico di esseri umani.

Anche Amnesty International è intervenuta contro questa “valanga incontenibile di mostruosità” dapprima con un’azione dal titolo ‘La solidarietà non è un reato’, che in seguito è stata inserita all’interno della campagna ‘Spazi di libertà’, e in seguito creando una task force che si occupa di discorsi d’odio.

Non possiamo inoltre imbarcarci senza sapere esattamente com’è la situazione normativa in merito ai salvataggi in mare. Scopriamo quindi cosa è stato stabilito dall’Accordo dell’Unione Europea sull’immigrazione nel giugno del 2018, cosa sono le zone SAR, cosa prevede l’accordo noto come Codice Minniti, in cosa consisteva l’operazione Mare Nostrum, sostituita poi dall’operazione Triton, cosa prevede il diritto del mare, di chi è la giurisdizione dei porti e anche cosa c’è veramente dietro alla guerra alle ONG lanciata da Salvini sotto il “lugubre hashtag” #chiudiamoiporti. Salvini comunica col paese allo stesso modo e con gli stessi toni sia che parli della fetta di pane e Nutella, sia che parli di migranti morti in mare. Ha un modo di comunicare informale, confidenziale addirittura, e sembra così ‘paterno’ che molte persone non si preoccupano di verificare che quello che dice sia vero,  di capirne fino in fondo le implicazioni.

Come si sta veramente su una delle navi delle ONG

 

“Se stai davvero dall’altra parte, non puoi dire aiutiamoli a casa loro. Perché aiutiamoli a casa loro non è la frase giusta da dire mentre anche una sola persona sta affogando in mare. A meno che tu non consideri trascurabile che qualcuno affoghi, anche una sola persona. E allora il tuo ragionamento non è molto diverso da chi dice lasciamoli crepare, così gli altri capiranno”

Insomma, siamo pronti per partire con lei, e con lei viviamo anche l’ansia, la paura, il timore di essere troppo piccola e inadeguata per qualcosa del genere. Con lei viviamo il rapporto con i volontari, che sono “persone speciali, ma tutti un po’ strani. Brillanti, intelligenti e un po’ matti.” E i volontari hanno molto da raccontare, demoliscono stereotipi, forniscono spiegazioni, danno informazioni, senza filtri, come solo le persone che lavorano sul campo e vedono coi loro occhi sanno fare.

Sulla nave scopriamo quali sono le conseguenze della guerra contro le navi delle ONG. Anche se è vero che i porti non sono chiusi (perché i porti semplicemente non possono essere chiusi, se non in situazioni molto particolari di problemi di ordine pubblico), si è comunque creato un sistema di deterrenza. Le navi hanno il diritto di entrare senza dover chiedere il permesso, ma non lo fanno perché hanno paura delle ritorsioni sulle persone.

Il soccorso è qualcosa di molto tecnico, fatto di azioni precise e meccaniche. Non si sceglie chi salvare, si va e basta. Non c’è tempo per altro. E quando le persone salgono sulle navi raccontano, e dai loro racconti raccapriccianti non si torna più indietro.

La Libia e i migranti

Bisogna capire che cos’è davvero la Libia. Lì, le persone non sono solo rinchiuse, trattate come schiavi, picchiate e fatte prostituire. Le donne vengono stuprate più e più volte, spesso abortiscono a causa di continui calci e pugni sulla pancia. Le torture sono inenarrabili, la violenza è inaudita. Gli uomini vengono costretti a combattere contro alti uomini fino a che uno dei due non muore. Cose inimmaginabili.

“Cosa sarà di tutte queste persone? Noi le salviamo, facciamo in modo che non affoghino, ma poi? Come supereranno l’orrore? E come riusciranno a perdonarci quando capiranno che la Libia l’abbiamo inventata noi, finanziata noi per fermare i flussi migratori?”

Non si può smettere di salvare le persone, farlo significherebbe smettere di essere umani, abbiamo il dovere, in quanto esseri umani, di salvare i nostri simili da morte certa. Non possiamo e non dobbiamo farci influenzare da chi ci vuole convincere che lasciar morire i migranti possa essere un deterrente. Lasciar morire delle persone è semplicemente questo: disumano.

“Chi salva la gente che affoga ha ragione, chi pensa che lasciare affogare centinaia, migliaia di uomini, donne e bambini perché questo potrebbe disincentivare altri uomini, donne e bambini dal lasciare la disperazione e partire, sbaglia”

Perché si scagliano contro le ONG?

E non è certamente questa, secondo l’autrice, la ragione per cui il governo contrasta il lavoro delle ONG nel Mediterraneo. La vera ragione per cui lo fa è che questa strage non deve avere testimoni, le ONG non devono vedere e non devono mostrare, perché solo in questo modo nessuno crederà che si stia davvero compiendo una strage.

E nonostante tutti i suoi timori, capisce che non solo lei non è un intralcio (nonostante la sua inesperienza), ma che, al contrario, queste associazioni hanno bisogno di loro, hanno bisogno di visibilità, di qualcuno che veda e racconti ciò che realmente succede. E capisce che ha una missione importante, una missione che tanti altri non hanno avuto il coraggio di intraprendere, soprattutto per la paura di attirare l’odio della rete. La paura più grande dei personaggi famosi italiani riguardo alla questione dei migranti sono gli haters. Mi chiedo, davvero questa può essere una valida ragione per non schierarsi dalla parte della vita? Come può essere che dei fan virtuali siano più importanti di vite reali?

“…i bruti restano sguarniti di fronte a chi si rivolge loro trattandoli da persone perbene. Si sperdono, balbettano, abbassano lo sguardo.”

La legge della vita (migranti o non migranti)

E chi è in mare alla fine non si preoccupa né della politica, né della celebrità, pensa solo a salvare vite umane, perché “il soccorso in mare è soprattutto la possibilità di offrire un posto dove stare, una coperta e u bicchiere d’acqua. Questo è quello che possiamo fare.” E lo fanno anche quando vengono ostacolati, quando vengono depistati con false segnalazioni in modo da farli allontanare, lo fanno anche quando tutto sembra perduto. E lo fanno senza fare distinzioni tra migranti, richiedenti asilo, rifugiati. 

Tutti dovremmo leggere questo libro, ma soprattutto dovrebbe leggerlo chi pensa che le ONG lavorino in combutta con gli scafisti libici, chi prende come oro colato tutto quanto esce dalla bocca senza filtri né remore di certi nostri politici, chi è convinto di sapere tutto sulle persone che scappano dalla Libia, anche se non hanno mai parlato una volta con uno di loro, chi si riempie la bocca di facili e inutili parole su qualcosa di cui sa poco o nulla.

“La cosa più importante che ci insegnano i morti è che siamo tutti uguali”.

 

 

 

Titolo: Venne alla spiaggia un assassino

Autrice: Elena Stancanelli

Casa editrice: La nave di Teseo

Pagine: 200

La saga dei Florio ha dominato la classifiche per buona parte del 2019. Io solitamente evito di leggere i libri appena usciti, specialmente quelli che vanno dritti in cima alle classifiche. Non per un chissà quale senso di rifiuto, né per snobismo, ma piuttosto perché preferisco sempre far decantare un libro, lasciar passare del tempo e aspettare di leggerlo perché lo voglio davvero e non solo perché è primo in classifica e/o lo leggono tutti. I leoni di Sicilia è stato un’eccezione. Mi è capitato in mano e l’ho voluto tenere. Incurante del fatto che avrebbe potuto deludermi. Non l’ha fatto. Ed è per questo che ora sono qui a parlarne. Che la saga dei Florio abbia inizio!

La saga dei Florio ha inizio

La saga dei Florio inizia nel 1799, quando l’ennesimo terremoto convince Paolo Florio che è venuto il momento di andarsene da Bagnara Calabra e di emigrare a Palermo, luogo dove spera di avere una vita migliore. Prende la moglie Giuseppina, il figlio Vincenzo, il fratello Ignazio e la nipote Vittoria e parte. La moglie fa resistenza, non vuole essere sradicata da un luogo che le appartiene come una casa, ma più di tutto non vuole allontanarsi dalla cognata Mattia, sorella di Paolo e Ignazio, che per lei è soprattutto un’amica, un punto di riferimento. Soffre Giuseppina di questa partenza, si dibatte nel vano tentativo di convincere Paolo a restare, ma senza risultato, perché le donne non hanno diritti, appartengono ai mariti e sono i mariti a comandare.

“Noi siamo dei nostri mariti, non abbiamo potere. Fatti forza.”

Ignazio è dolce, mite, generoso e gentile, al contrario di Paolo, che ha un carattere duro, difficile e orgoglioso. Ma è Paolo il marito che la nonna aveva scelto per Giuseppina, non Ignazio e Paolo con la moglie non parla.

E invece dovrebbe farlo, pensa Ignazio. Dovrebbe parlarle. Ascoltarla. Non è questo essere sposati? Portare la fatica dell’esistenza insieme? Non è quello che farebbe lui?”

Ma Paolo non è Ignazio e Giuseppina prova rancore, finanche astio nei confronti di Paolo, non gli perdona di averla portata via dalla Calabria, a volte ha persino paura di lui. E il rancore che prova le rimane attaccato al cuore. Pur nella sua durezza, tuttavia, Paolo ha bisogno di affetto, di un conforto che non trova in quella moglie fredda e corrucciata.

“L’uomo si ferma. Non sa se mettersi a gridare, schiaffeggiarla o uscire di casa sbattendo la porta e trovare la prima che capita per sfogarsi. Perché è di questo che ha bisogno: di un po’ di conforto. Non vuole altro. Le prende il polso, la porta in camera. La spoglia. Lei rimane a occhi chiusi mentre il marito le cerca l’amore dentro e lei glielo deve dare.”

La crescita

Dalla piccola bottega dalla quale hanno cominciato, i Florio passano a una bottega più grande, lavorano bene, iniziano ad arricchirsi e questo non piace per niente ad alcuni dei loro concorrenti, non mancano invidia e gelosia, specialmente da parte dei Canzoneri. E Palermo è una città difficile, diffidente, canzonatoria. Per i Florio è dura, non solo all’inizio, ma anche dopo essersi stabilizzati economicamente.

“A Palermo non basta lavorare e spaccarsi la schiena. Si deve sempre alzare la voce, imporre un potere, vero o presunto, combattere contro chi parla troppo e a sproposito. Conta l’apparenza. La menzogna condivisa, il fondale di cartapesta su cui si muovono tutti in un gioco delle parti. La realtà, la ricchezza vera, non te la perdona nessuno.”

Nonostante le difficoltà, i Florio vanno avanti, grazie al lavoro e alla tenacia di Ignazio, sempre controllato e misurato, mai un gesto o una parola fuori posto, grande lavoratore. Vincenzo, al contrario, ha preso un po’ del carattere duro del padre e, pur essendo un giovane gioviale, ha un lato oscuro che Ignazio vede e teme. Non è una vita facile, quella dei Florio, Ignazio mette famiglia e lavoro dinanzi alla sua felicità, Giuseppina inghiotte orgoglio e lacrime e il rancore la rende cieca, “perché il rancore è un argine di pietra fra la gola e l’anima. È la sua sicurezza, il suo alibi per giustificare l’infelicità.” E di certo questo avrà delle conseguenze anche su Vincenzo.

“Aveva pensato di rendere insopportabile la vita di suo marito, aveva creduto che l’astio che nutriva per i Florio l’avrebbe tenuta separata da loro. E aveva immaginato di avere un alleato in suo figlio. Invece quella sera ha scoperto che il latte materno mischiato all’odio con cui lo ha nutrito è stato veleno. L’odio gli si è incistato dentro.”

Vincenzo

Il tempo passa e Vincenco cresce, insieme alla sua impresa, ma il suo cuore segue il cammino inverso, si restringe, si chiude. È un uomo duro Vincenzo, di pietra a volte, che non mette nulla al di sopra di Casa Florio, nemmeno la famiglia, nemmeno l’amore. Per gli affari è capace di calpestare gli affetti, i sentimenti. E Giulia questo lo sa, lo ha capito, lo ha vissuto sulla sua pelle. È un uomo freddo e calcolatore, a volte impietoso e durissimo. Il suo primo interesse sono i profitti e non si rende nemmeno conto di essere sempre più solo.

Giulia è un personaggio molto difficile per me da valutare. Da un lato mi fa arrabbiare la sua tenacia che sfora a tratti nella testardaggine, il suo accettare tutto dal suo uomo, mandare giù ogni boccone, per quanto amaro, il suo accettare, pur se con difficoltà, anche le mancanze di rispetto. D’altro canto, però, è una donna forte, che sa cosa vuole ed è pronta a lottare per ottenerlo, andando contro tutto e tutti. Una donna che trova la forza di perdonare quando forse nessuno lo avrebbe fatto, di accogliere chi, forse, non meritava perdono, di stare accanto ad una persona anche e soprattutto nei momenti più bui, abbarbicandosi a lui con tenacia anche quando tutti, compreso lui, la respingevano.

Mi dico che non vorrei essere una donna così, non voglio accettare qualunque cosa pur di ottenere ciò che voglio, ma dall’altro canto mi chiedo se io sarei capace di un simile atto di forza quale è il perdono.

Storia d’Italia

Insieme alla saga dei Florio e al loro desiderio di riscatto sociale, viviamo gli sconvolgimenti del Risorgimento italiano, dai moti allo sbarco di Garibaldi in Sicilia, con le conseguenze vive sulla pelle della popolazione. La ricerca storica che senz’altro sta alla base di questo romanzo è un punto a favore di questa scrittrice che narra con uno stile scorrevole e leggero, nel quale le incursioni del dialetto siciliano sono un elemento importante che, senza appesantire la prosa, la arricchiscono. L’autrice intreccia sapientemente le vicende private della famiglia con fatti storici di importanza capitale per l’Italia e lo fa con una leggerezza degna di una grande narratrice.

Non ci sono colpi di scena in questo primo capitolo della saga dei Florio, non c’è suspense e credo questo sia uno dei motivi per cui qualcuno lo ha trovato noioso e/o privo di nervo. Io, al contrario, credo che suspense, tensione e colpi di scena non siano necessari quando si ha una grande storia da raccontare e lo si fa con uno stile solido e scorrevole, con una prosa piacevole, senza essere stucchevole, con dialoghi molto curati e appassionati. Sono sicura che ci appassioneremo a questa autrice, per ora attendiamo il secondo volume della saga!

 

 

Titolo: I Leoni di Sicilia

Autrice: Stefania Auci

Casa editrice: Nord

Pagine: 437

Il Brasile è una terra magica e misteriosa, che mi ha sempre suscitato molto interesse e molta curiosità. Questo è il secondo romanzo che leggo di Jorge Amado, dopo Dona Flor e i suoi due mariti, che mi aveva conquistato grazie alla maestria del suo autore nell’uso delle parole, nelle descrizioni, nella creazione di situazioni e personaggi magici e irresistibili. Se volete approfondire, trovate una bella recensione di questo romanzo qui

Il Brasile visto con gli occhi di Amado

Quando leggo un secondo libro di uno stesso autore mi ci approccio sempre con un po’ di diffidenza. Mi chiedo: sarà all’altezza del precedente? Faccio bene a leggere anche questo? O perderò un po’ di stima dell’autore? Dopo aver letto Teresa Batista stanca di guerra posso dire che Amado non delude. Questo romanzo non arriva ai vertici di Dona Flor e i suoi due mariti, ma riesce comunque a regalarci un affresco della cultura brasiliana con tutti i suoi personaggi sfaccettati e colorati, le sue tradizioni, le sue magie.

Il romanzo è ambientato nella regione ai margini del Rio Real, al confine tra lo stato di Bahia (già protagonista di Dona Flor e i suoi due mariti) e quello di Sergipe, in un’area abitata da “mulatti e meticci che parlano poco e fanno molto”. Teresa Batista è una donna bellissima (come tutte le donne di Amado) una donna dalla pelle color del rame e gli occhi nerissimi. Orfana di padre e di madre, viene “adottata” dalla zia Filipa, sorella della madre. La sua infanzia scorre abbastanza serena sino a quando la zia la vende, tredicenne, al capitano Justiniano Duarte da Rosa per millecinquecento milreis, un buono d’acquisto per lo spaccio del capitano e un anello con una pietra di vetro colorato.

Il capitano Justo è un uomo terribile, ricco e irascibile che si circonda di una banda di capanga (guardie del corpo) ed è implicato in una serie di loschi affari. Temuto da tutti, ha un debole per le ragazzine, per non dire bambine. Al collo porta un’inquietante collana di anelli d’oro, uno per ogni bambina deflorata prima dei quindici anni. Una collezione agghiacciante. Teresa è l’anello numero diciotto. La ragazzina, dopo un inizio recalcitrante di ribellione, diventa la sua schiava, mansueta e obbediente, fa tutto quello che il capitano le chiede.

“È possibile piangere per altri motivi che non siano il dolore delle botte, l’odio impotente, l’incontrollato terrore? Esistono, oltre a queste, altre cose nella vita? Non lo saprebbe dire, lei aveva trangugiato solo la parte brutta; peste fame e guerra, la vita di Teresa Batista.”

Dal Capitano al Dottore

In una narrazione frammentaria, ma appassionata, fatta di flashback, cambi di ritmo e cambi di narratore, Amado ci racconta come Teresa sia riuscita a passare dalla casa del capitano a quella del dottor Emiliano Guedes, il padrone dello zuccherificio, un uomo ricco e potente che la toglie dal bordello e ne fa la sua mantenuta. La vita di Teresa cambia totalmente in compagnia del dottore, lui la fa diventare una signora e lei con lui impara cosa siano la tenerezza e l’amore. Con lui Teresa Batista diventa una donna.

“Il dottore vedeva che la ragazzina possedeva la materia prima necessaria, ossia bellezza, intelligenza, fermezza, quel fuoco nei suoi occhi neri, per farne un’amante ideale: era simile a un diamante grezzo ancora da lapidare, era una bambina che doveva essere trasformata in donna.”

Trovo il personaggio del dottore molto interessante, un uomo che da un lato è forte e deciso, un leader spesso arrogante e inflessibile, ma dall’altro mostra, con Teresa, un lato fragile, una debolezza che deriva da un senso di delusione e di solitudine. Un uomo che, nonostante il potere e i soldi, è infelice e solo.

Teresa e il maschilismo

Teresa oltre che bellissima e sensuale è anche onesta, sensibile, intelligente e leale. Una donna eccezionale, come tutte le donne di Amado, quasi una divinità.

Dopo la morte del dottore, Teresa torna a fare la vita e diventa anche ballerina di samba in un cabaret, dove conosce Januario Gereba, detto Janù, capitano di saveiro arrivato ad Aracajù per caso. Teresa se ne innamora, ricambiata, ma lui è sposato. È quindi un amore destinato a non poter essere vissuto. L’ennesimo brutto colpo nella vita, già provata, di Teresa.

Il libro è intriso di quel maschilismo che probabilmente pervadeva la cultura brasiliana degli anni Settanta, una cultura in cui la donna occupava un ruolo non solo marginale, ma soprattutto sottomesso.

Teresa stessa, nel periodo in cui vive con il dottore, si sente costantemente in debito verso di lui, prova un’enorme gratitudine verso di lui, al punto tale da accettare di sacrificare per lui la vita che ha in grembo. Lei è sempre un gradino sotto di lui, sempre in qualche modo sottomessa, anche se in misura diversa naturalmente da quanto succedeva a casa del capitano. Il dottore la tratta bene, la fa sentire come una donna, le porta regali e la ama dolcemente. Ma lei non è una sua pari, lei è pur sempre la sua mantenuta.

Il ruolo delle prostitute

Ad un certo punto, però, Amado ribalta i ruoli e destabilizza. Accanto alle crude pagine in cui descrive la condizione di schiava sessuale di Teresa Batista a casa del capitano Justo, troviamo anche pagine poetiche nelle quali le prostitute, guidate proprio da Tersa Batista, curano le persone dal vaiolo, mentre gli uomini sono diventati dei timorosi impotenti.

“In quei giorni tutti i maschioni si erano trasformati in froci, erano scomparsi; così la virilità passo a loro, le puttane, la vecchia e la ragazzina.”

E mentre le donne distinte di città e le mogli di ricchi imprenditori o funzionari si dedicano allegramente al passatempo dell’adulterio, mostrando tutto il loro lato perverso e gaudente, le puttane vengono innalzate al rango di comuni cittadine per un giorno grazie allo “sciopero del canestro”, libere dal lavoro le vediamo passeggiare per la città, fidanzate e madri amorevoli. Questo ribaltamento dei ruoli scombina, mescola le carte in un gioco che poi vede le prostitute come personaggi positivi. A volte persino delle eroine, simbolo di quella parte di popolo che sta in basso nella scala sociale e che sfida la società borghese.

Simbolo del popolo brasiliano

Alla fine scopriamo che Teresa altro non è che il simbolo del popolo brasiliano, come dice lo stesso Amado. Ancora in piedi nonostante le botte, le ingiustizie e le sofferenze.

“A chi assomiglia Teresa Batista, tanto maltrattata dalla vita, tanto stanca di sconfitte e di sofferenze e malgrado tutto ancora in piedi con tutto il peso della morte sulle spalle disputando a quella maledetta un bambino affinché viva? […] Teresa Batista assomiglia al popolo e a nessun altro: al popolo brasiliano così rassegnato, mai sconfitto. Che quando lo credono morto, risorge ancora dalla bara.”

Amado ci fa passare attraverso la violenza e il dolore per farci capire da dove abbiano origine la sofferenza del popolo brasiliano e la sua indifferenza verso alcune prove della vita (come il vaiolo), ma anche come, nonostante tutto, questo popolo sia attaccato alla vita, alla danza, all’amore e alla speranza. E Teresa Batista diventa simbolo proprio di questo; il finale, forse un po’ scontato, è il simbolo della speranza sempre viva in questo popolo.

Leggete questo romanzo e ditemi se dopo non amate il Brasile un po’ di più!

Titolo: Teresa Batista stanca di guerra

Autore: Jorge Amado

Traduzione: Giuliana Segre Giorgi

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 540

Come si è arrivati alla rivoluzione siriana?

La Siria era sempre stata una punta di diamante del Medio Oriente, per la sua cultura, per le attrazioni, ma è un paese dalla storia politica tormentata. Dopo una breve parentesi repubblicana tra il 1934 e il 1949, iniziano colpi di stato e dittature (la prima, appunto, nel 1949). Ba’th (che significa resurrezione), partito arabo socialista panarabista va al potere nel 1963. All’interno di questo governo Hafez Al-Assad diventa ministro della difesa. Coerentemente con quanto stava già accadendo in altri paesi del mondo arabo, come l’Iraq e la Libia, nel 1970 Assad  instaura una dittatura personalistica e famigliare, basata sul culto della persona. Iniziano tempi difficili per la Siria, soprattutto dopo che il regime di Assad decise di appoggiare l’Iran nella guerra iniziata da Saddam Hussein. Furono anni in cui, in nome di una Siria islamica, si organizzavano sommosse e attentati, con l’unico scopo di eliminare la minoranza alawita.

Nel 1982 ci fu una terribile strage nella quale vennero uccise dalle venti alle quarantamila persone ad opera dei bombardamenti dell’aviazione siriana. Il resposabile fu Rifaat al-Assad, fratello di Hafez. Nessuno si curò di ciò che stava accadendo, Rifaat al-Assad non fu mai condannato e l’episodio successivamente sparì anche dai libri di storia.

Bashar al-Assad

Nonostante tutto, la dittatura di Hafez al-Assad venne percepita quasi come buona (così veniva del resto spacciata dal regime stesso). Quando Hafez morì nel 2000, molte speranze furono riposte nel giovane Bashar al-Assad, il figlio, perché avviasse un processo democratico. Speranze evidentemente mal riposte. Il regime iniziò fin da subito con repressioni, persecuzioni e arresti.

Nel regime di Bashar al-Assad si instilla quella che venne successivamente chiamata “la primavera araba”, un movimento partito dalla Tunisia e arrivato in molti paesi arabi chiedendo libertà. Nel 2011 sull’onda del movimento tunisino, scoppia la rivoluzione siriana, che chiede libertà e democrazia. Il governo fa intervenire immediatamente l’esercito, il quale agisce in maniera scellerata anche sui bambini.

“Purtroppo saranno proprio i bambini gli involontari protagonisti della rivoluzione siriana: da loro, dal loro calvario, fatto di torture e martirio, è nato il coraggio di non tornare indietro, fino alla caduta del regime. La tragedia dei bambini siriani ha segnato, nell’arco della rivoluzione, i punti di svolta della crisi.”

La rivoluzione siriana

Mi sono avvicinata a questo libro spinta dalla curiosità di leggere qualcosa di più preciso sulla rivoluzione siriana rispetto a quanto si trovi sui media. Purtroppo oggi la situazione in Siria è di gran lunga peggiore di quella raccontata da Hamadi in questo libro-testimonianza. Sono trasorsi sei anni dall’uscita di questo libro. Sei lunghi anni durante i quali tutti i siriani che hanno potuto sono fuggiti, rifugiandosi per lo più nei paesi limitrofi, soprattutto Turchia, Libano e Giordania. Per approfondimenti su questa situazione vi invito a leggere i dati di Amnesty International qui.

In questo libro Hamadi ripercorre, con sguardo lucido e attento, le tappe della rivoluzione siriana fino al 2013. Dalle sue parole traspare grande ammirazione per un popolo di natura pacifista e ottimista, che affronta le violenze del regime di Bashar al-Assad con proteste pacifiche e cantando canzoni e inni patriottici. Lo stesso Hamadi, siriano per parte di padre, è un pacifista e un attivista per i diritti umani in Siria. Non è un caso, infatti, che nell’introduzione, accanto a quello di Dario Fo, compaia un contributo di Riccardo Noury, portavoce ufficiale di Amnesty International Italia.

La famiglia Hamadi

Hamadi racconta fra le righe anche la storia del padre e del suo esilio dalla Siria, che è stato poi motivo del divieto allo scrittore di entrare nel paese fino al 1997. Mohamed Hamadi, padre di Shady, era attivista del partito nazionalista arabo nel distretto di Homs. Considerato un oppositore politico del regime, fu costretto a fuggire nel 1968. Il dolore di quello che ha subito nelle carceri siriane e quello dell’esilio forzato è ancor oggi vivo in lui. A distanza di cinquant’anni, di notte ancora grida, scosso dagli incubi.

“Avevo dovuto aspettare una vita prima di rimettere piede in quella terra, ed ero deciso a coglierne ogni sfumatura; ero deciso a scoprire chi ero e da dove venivo; ero desideroso di conoscere il segreto che mio padre si era portato dentro per tutta una vita e i misteri che si nascondevano in questo Paese addomesticato talmente bene, da renderci sordi alle grida delle migliaia di disperati rinchiusi nelle prigioni sotterranee. Un Paese così bello e affascinante da celare la sua malvagità più intrinseca e letale.”

Hamadi, come il popolo siriano, è un ottimista e, all’epoca della stesura del libro, era convinto che il popolo siriano avrebbe vinto, che la dittatura sarebbe stata sconfitta e che la felicità araba si sarebbe potuta realizzare.

“La felicità araba può nascere solo dalla sconfitta della dittatura siriana, perché la Siria è stata e continuerà ad essere la culla del pensiero arabo e quando i suoi abitanti si toglieranno le catene del totalitarismo, allora, e solo allora, il mondo arabo tutto troverà in questo Paese la fonte della sua rinascita. […] La felicità araba sorgerà dalle ceneri della Siria come una Fenice per rappresentare l’unità di un popolo in una patria, a prescindere dalla fede e dai credi religiosi.”

La situazione attuale

Purtroppo, però, non sembra affatto che le cose vogliano andare come sperava Hamadi. Al contrario, le ceneri dalle quali sarebbe dovuta risorgere la Fenice stanno ricoprendo tutta la Siria e oramai il popolo siriano non sembra aver più una patria dove si possa vedere rappresentata quell’unità di cui parla Hamadi.

Alla luce anche degli ultimi sanguinosi fatti, siamo purtroppo nella condizione di considerare la Siria una terra desolata di profughi e sangue, dove la priorità è ora cercare di far sopravvivere coloro che ancora sono lì.

La felicità araba sembra ancora molto, molto lontana.

Le testimonianze che Hamadi porta in questo libro lo arricchiscono. Le storie di Abo Imad, di Eva Zidan e delle altre donne della primavera siriana, di Alexander Page (pseudonimo di Rami Jarrah), di Hashem ci aiutano a vedere le cose coi loro occhi, a capire forse un po’ di più cosa potremmo fare noi per aiutare questo popolo.

“La diseducazione di massa portata avanti dal regime è riuscita a far accettare che , per avere uno Stato sicuro, la libertà debba necessariamente venir meno.”

Il più grande problema della Siria ora è che, forse, noi occidentali ci siamo abituati a sentir parlare di questa guerra e di queste sofferenze, e quasi non ci facciamo più caso. Siamo bombardati ogni giorno da informazioni che arrivano da ogni dove e rischiamo di diventare insensibili, o quasi, al grido di sofferenza degli altri.

“Perché ancora oggi ci è difficile interessarci del dolore umano quando non è il nostro?”

Una riflessione sulla famiglia

C’è un’ultima cosa molto interessante che Hamadi dice in questo libro. Prima di pensare di appropriarsi del concetto di democrazia, il popolo siriano necessita di fare dei cambiamenti in seno alla concezione di famiglia. I genitori devono crescere figli liberi di poter esprimere le loro opinioni, senza la paura di un padre-padrone che istilla il rispetto attraverso il timore. Le donne non devono più avere un ruolo marginale e in famiglia si deve poter discutere liberamente. In caso contrario, i figli continueranno a costruire società basate su questo modello.

“Perché la cultura della democrazia nasca è essenziale che le famiglie arabe si de-strutturino e ci sia un dialogo paritario tra padre, moglie e figli. Non deve più esistere una voce più alta e indiscutibile, alla quale i figli non possano opporsi.”

Leggiamo questo libro, leggiamo libri come questo, perché ci aiutino a formarci una coscienza critica rispetto ad altre società e soprattutto rispetto a quello che succede nel mondo. È importante guardare le cose da più di un prospettiva, vedere i fatti vengano da diverse angolazioni. Ed è importante sapere cosa succede nel mondo. Come già riportavo nella recensione di Tre serbi, due musulmani e un lupo di Luce leone “non sapere non è né un delitto, né un diritto, ma non voler sapere è il peggiore dei delitti” (clicca qui per leggere la recensione) Rischiamo, altrimenti, di venire risucchiati dall’atmosfera d’odio e di discorsi sprezzanti che pervadono la comunicazione degli ultimi tempi, senza avere la minima idea di come le cose stiano realmente.

Titolo: La felicità araba

Autore: Shady Hamadi

Casa editrice: Add editore

Pagine: 252

È la storia della vita, del percorso spirituale e di emancipazione di una donna agli inizi del secolo scorso. Si tratta di un romanzo fortemente autobiografico ed è considerato uno dei primi romanzi femministi italiani.

Da nord a sud

La protagonista vive un’infanzia felice, protetta da un certo agio e dal rapporto col padre, per il quale prova un’autentica adorazione. Quando la famiglia si trasferisce in un piccolo paesino del sud Italia, la protagonista inizia a sperimentare le differenze di mentalità rispetto alla città dalla quale proveniva. Il padre forma il suo carattere, mentre lei ha un atteggiamento distaccato, quasi di disprezzo nei confronti della madre. Pochi legami anche con i fratelli. Il suo faro è il padre, ma il rapporto con lui si deteriorerà col tempo, provocando una grande sofferenza nella protagonista.

Inizia a lavorare molto presto nella fabbrica di cui il padre è direttore e lì incontra quello che sarà il suo futuro marito, un ragazzo di provincia dalla mentalità ristretta.

Amore e solitudine

La sua vita cambierà radicalmente con il matrimonio e con esso inizia anche la sua sofferenza. Da questo momento in poi, la scrittrice narra la drammaticità della sua solitudine morale.

“Io compresi per la prima volta tutto l’orrore della mia solitudine, sentii il gelo de’ miei vent’anni privi d’amore, e piansi un lungo pianto desolato e selvaggio, cessato il quale seppi la misura della mia miseria.”

Il libro è denso di tematiche molto importanti per l’epoca: il socialismo di provincia, i rapporti industriali e i contrasti tra nord e sud, i primi periodici femministi, le voci di vari personaggi più o meno intellettuali, i movimenti per i diritti, la comparsa delle prime scrittrici professioniste, la nuova coscienza femminista. Il tutto visto con i giovani occhi di una donna semplice e spontanea, forse anche un po’ ingenua.

Attraverso passaggi anche molto dolorosi arriva a compiersi il destino di questa donna, la sua ribellione nei confronti di un mondo maschilista che considerava la donna una schiava. In queste pagine troviamo narrato il prezzo dell’emancipazione e dell’indipendenza, le sofferenze e l’agonia di una donna costretta a una scelta difficilissima. C’era forse un’alternativa? Avrebbe potuto scegliere diversamente?

Cosa avrei fatto io al suo posto?

Ho letto molto in merito a cosa avrebbe dovuto fare e come avrebbe potuto farlo. Molti pensano di sapere cosa sarebbe stato meglio e si sentono in diritto di risentirsi della sua scelta. Tuttavia, quello era un momento storico particolare, a cavallo tra due secoli  nel quale c’era sì un movimento culturale e sociale, e idee femministe iniziavano a prendere lentamente piede anche in Italia, ma che era ben lontano dalle conquiste storiche per la donna come il diritto al voto, il divorzio, l’aborto. Io mi chiedo, in quel particolare momento storico e con quelle particolari condizioni, avrei avuto io, avremmo avuto noi la forza di fare quello che pensiamo avrebbe dovuto fare lei? Non credo che la risposta sia così facile.

Una testimonianza

Questo libro non è un romanzo avvincente, non è pieno di colpi di scena e di mistero. È una testimonianza vera, cruda e sincera della situazione e della condizione di una donna, e del suo affrancamento, costatole carissimo. Una libertà conquistata anche attraverso la riabilitazione del rapporto con una madre che aveva sempre disprezzato.

Il ritmo del libro è lento e anche quando accadono cose molto gravi, come lo stupro, la Aleramo non fornisce molti dettagli, il lettore intuisce quello che è successo, ma non è esplicitato. Eppure lo stupro ha condizionato pesantemente tutta la vita della protagonista, le ha impedito di godere appieno dell’amore, come avrebbe avuto bisogno di fare. Perché lei ha bisogno di amore, come una pianta della sua linfa vitale.

“Perché non avrei potuto essere felice un istante, perché non avrei dovuto incontrare l’amore, un amore più forte di ogni dovere, di ogni volere? Tutto il mio essere lo chiamava.”

La Aleramo ha uno stile semplice ma elegante, fa largo uso di parole che nella lingua attuale sono desuete e possono apparire a volte arcaiche, ma non presentano difficoltà di comprensione.

Femminicidio

Molte cose sono cambiate dal 1906, anno di pubblicazione di questo libro, la donna ha ottenuto molto, ma ci sono cose che sono rimaste immutate e la donna ha ancora molte battaglie da combattere. Basti pensare che abbiamo dovuto creare una parola nuova, femminicidio, per indicare un tipo di reato e di violenza specifico, che è diverso dall’omicidio. Vi rimando per questo a questo bell’articolo, dove, oltre a essere spiegata la parola femminicidio, ci sono anche i numeri di quest’anno, per far capire a portata che il fenomeno ancora ha, cliccate qui per leggerlo. 

Credo che sia importante leggere libri come questo e soprattutto in un anno come quello che viene, che molto dedicherà a questo argomento, sia a livello scolastico che di cittadinanza, penso sia utile rispolverare questa testimonianza.

 

 

 

 

Titolo: Una donna

Autrice: Sibilla Aleramo

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 172

Questo libro e il suo autore sono stati per me una scoperta. Confesso che, pur amando molto i romanzi distopici, non avevo mai letto prima qualcosa di Aldous Huxley, e ora dovrò recuperare il tempo perduto.

Il mondo nuovo (Brave New World) appartiene alla tradizione del romanzo distopico novecentesco, conosciuto ai più soprattutto attraverso il 1984 di George Orwell (di cui trovate una buona recensione di Erigibbi qui). Tuttavia, questo non è uno dei tanti romanzi distopici. È la critica aspra e pungente dell’autore alla società consumista e votata al materialismo di cui già allora (siamo nel 1932) si vedevano gli effetti. Infatti, è considerato “la più potente denuncia della visione scientifica del mondo mai scritta”. È una profezia di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi proprio oggi. Ed è la tremenda visione di un futuro nel quale gli esseri umani sono privati della libertà e di ogni libero arbitrio, e la loro vita è decisa da una catena di montaggio.

La differenza con la maggior parte degli altri romanzi distopici è che qui non c’è violenza, né imposizione con la forza, come invece accade, per esempio, in 1984.

Non solo distopia

Il romanzo è ambientato nell’anno Ford 632, che corrisponde grosso modo all’anno 2540 del nostro sistema di datazione. Siamo in una società governata da uno Stato mondiale nella quale Henry Ford è il nuovo Dio. Il fattore più importante in questa società, come si capisce già dal primo capitolo, è la stabilità: i cittadini devono essere sani e felici, in modo da garantire la stabilità allo stato.

Diversamente da quanto accade in altri romanzi distopici, Huxley non utilizza l’espediente letterario di un viaggio nel tempo o nello spazio ad opera di un viaggiatore che poi racconta la sua storia. Al contrario, il lettore viene catapultato direttamente nel nuovo mondo, senza che Huxley dia spiegazioni al lettore su dove e quando questi fatti accadano.

All’inizio del libro, ci troviamo in “un edificio grigio e pesante di soli trentaquattro piani”, che scopriamo chiamarsi “Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale”. L’edificio viene descritto dettagliatamente e scopriamo che si tratta del luogo dove vengono messi in atto i principali meccanismi di controllo sociale: il processo di fertilizzazione e incubazione dei futuri esseri umani e il processo di condizionamento, anche attraverso l’ipnopedia. Veniamo accompagnati all’ interno delle varie sale dell’edificio insieme a un gruppo di studenti in un tour guidato, dove riceviamo spiegazioni dettagliate di come avviene il processo di fertilizzazione e incubazione, e anche di come avviene il condizionamento. Sì, perché gli esseri umani vengono condizionati nel modo che più è conveniente alla stabilità dello stato.

Condizionamento e manipolazione del cervello

Le tecniche di manipolazione del cervello e di condizionamento sono così sofisticate che le persone sono portate ad amare la loro vita e tutto quello che hanno e fanno. Ognuno è condizionato ad essere felice esattamente della condizione in cui è. La stabilità sembra essere l’obiettivo più importante, tutti hanno un lavoro ci sono divertimenti e svaghi alla portata di tutti. Stare soli non è previsto, e per tutte le situazioni spiacevoli ecco pronta una bella dose di soma, droga di stato che aiuta a non provare dolore o infelicità.

Piano piano, entriamo in questa società votata al consumismo e all’edonismo, una società che ha eliminato il dolore e la sofferenza, una società basata sulla manipolazione genetica e nella quale tutti gli esseri umani nascono in provetta in una catena di montaggio. Scopriamo personaggi come Mustapha Mond, uno dei dieci Governatori del mondo, Lenina Crowne, Bernard Marx che ci fanno vedere la società da diverse prospettive.

Una società perfetta?

Con il suo tono satirico e la sua ironia, Huxley ci descrive una società apparentemente perfetta. Ma forse non è proprio così. Con Bernard Marx scopriamo il primo personaggio a non essere veramente felice; al contrario, è malinconico, si sente inferiore, prova risentimento. Tuttavia, in lui non c’è nessuna vera ribellione, nessuna protesta. Pertanto la stabilità dello stato è salva. Almeno fino all’arrivo di John, il Selvaggio, che rappresenta il vero contrasto con la società del mondo nuovo, soprattutto a causa del fatto che non è stato condizionato.

John non ha l’apparenza di un vero selvaggio, non assomiglia agli altri che vivono nella riserva, è bianco di carnagione, con gli occhi azzurri e molto più civilizzato di loro. Ama Shakespeare e vive nella riserva da emarginato. Quando arriva nel Mondo Nuovo, di cui la madre gli ha tessuto così tante lodi, rimane deluso. Vorrebbe cambiare le cose, ma anche lui sarà un ribelle solo a metà in questo mondo di agio e benessere, dove tutti stanno bene e sono felici, non invecchiano e non si lamentano.

Il dialogo tra Mustapha Mond e il Selvaggio che precede la scena finale del romanzo è una delle parti meglio scritte e più coinvolgenti di tutto il romanzo. Solo quella varrebbe l’acquisto del libro.

La lingua

La straordinaria abilità di Huxley sta non solo nella capacità profetica di prevedere gli effetti della scienza e della tecnologia, ma anche e soprattutto nell’uso della lingua, elemento chiave per comprendere il messaggio che l’autore ha voluto darci. Huxley ha scelto un linguaggio denso di ironia e acuto umorismo, satirico e diretto, fatto di giochi di parole e neologismi che a volte spiazzano il lettore. Sceglie anche di dare nuovi significati a parole note e questo stupisce e diverte. Huxley è un maestro nello sfruttare la curiosità che ha abilmente stimolato nel lettore per dare maggior effetto alla sua critica. Certo, alcuni aspetti avrebbero potuto essere approfonditi di più e a John Huxley avrebbe potuto dare una terza scelta (come lui stesso ammette in Brave New World Revisited). Ciononostante, questo romanzo rimane un capolavoro della letteratura distopica e non solo.

Leggere in lingua originale

Consiglio, per chi lo può fare, la lettura in lingua originale, che permette di godere appieno dell’acume e dell’ironia di Huxley, e del suo talento letterario. Gli slogan ipnopedici sono sapientemente costruiti in rima, cosa che si perde nella traduzione in italiano, i giochi di parole sono spesso difficilmente traducibili. La lettura in lingua originale rende l’esperienza unica.

Per chi non possa leggere il libro in inglese, consiglio comunque di leggerlo, perché ritengo sia un must della letteratura mondiale. Ritengo, inoltre, che dovrebbe anche essere fatto leggere ai ragazzi a scuola, per una maggiore consapevolezza e apertura.

Titolo: Il Mondo Nuovo. Ritorno al Mondo Nuovo.

Autore: Aldous Huxley

Traduzione: Lorenzo Gigli per Il Mondo Nuovo e Luciano Bianciardi per Ritorno al Mondo Nuovo

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 344

La trama

Siamo nella primavera del 1992, in una cittadina della Bosnia nord-orientale, Prijedor divenuta poi tristemente famosa per i suoi campi di concentramento e di sterminio. A Prijedor vivono cinque amici tredicenni: Jelena, ragazzina serba dal fisico atletico e dagli occhi nerissimi, che abita con la nonna e con un Lupo, Vuk, in una casa lungo il fiume; Emina e Faris, due gemelli di famiglia musulmano-bosniaca, che di islam però non sanno nulla, in quanto famiglia non praticante; Zlatan, appartenente ad una famiglia di serbi ultranazionalisti seguaci di Karadžić; e infine Milorad, detto Milo, un ragazzone di 1 metro e 85 per 90 kg, dotato di una forza prodigiosa, ma con una mente molto semplice e un problema di balbuzie. 

I cinque ragazzi sono molto amici e sono soliti incontrarsi lungo il fiume, a casa di Jelena, costretta a crescere in fretta dopo la morte della madre e la fuga del padre.

Jelena ha un carattere forte e deciso, ha domato Vuk che la considera il suo capobranco e le è fedele come un cane. È solita cacciare piccoli animali con la sua fionda, che usa con una precisione impeccabile e ha una moto con sidecar, lasciatale in eredità dal padre.

Zlatan è un ragazzino sveglio e solare, con una buona parlantina e una testa di capelli lunghi e ricci, costretto, suo malgrado, a convivere un padre e un fratello, Tomislav, detto Tomo, di cui non condivide le idee: in fondo essere serbi o musulmani non ha alcuna importanza per lui. E poi, se la pensasse così non potrebbe accettare che il suo cuore batta così forte quando si trova vicino alla dolce e bellissima Emina.

Milo e la sua mazza da baseball sono inseparabili, Zlatan pensa che Milo con il suo fisico dovrebbe dedicarsi al pugilato, ma lui ama il baseball e il suo gruppo di amici per lui è tutto. Loro lo proteggono anche dai compagni che si burlano di lui, perché è una mente troppo semplice e un cuore troppo buono. Nonostante la stazza non farebbe male a una mosca.

Sono tredicenni come tanti, con le loro passioni, gli amori e gli umori, la scuola, gli amici, la famiglia. Ragazzi come tanti, appunto. Fino a quella maledetta primavera del 1992. È l’anno che segna uno spartiacque per la Bosnia. E si percepisce. C’è qualcosa nell’aria. Qualcosa sta cambiando. Il cielo sta diventando nero. Ancora non si riesce a capire cosa sia, ma si comincia a vedere gente strana, uomini russi e serbi arroganti e prepotenti. Chi sono? Cosa sta per succedere?

“L’odio è l’unico rifugio dove trovare riparo per evitare di venire schiacciati dalla vergogna” 

I campi di concentramento e le torture

La storia che raccontano Leone e Zanon è di fantasia, ma la cornice nella quale è ambientata è reale, anzi realissima. Se Jelena, Milo, Emina, Faris e Zlatan sono personaggi di fantasia, non lo è a guerra, non lo è la pulizia etnica, e non lo sono i campi di concentramento di Trnopolje e di Keraterm, e il campo di sterminio di Omarska.

È la primavera del 1992 quando a Prijedor si scatena l’inferno. Inizia la pulizia etnica, la serbizzazione dell’area. E iniziano a funzionare i terribili campi di concentramento. Una pagina nera della storia della ex-Jugoslavia: i campi di Prijedor, dove sono state detenute, torturate e uccise circa tremila persone, erano strumenti importanti del progetto di pulizia etnica, parte integrante del quale era lo stupro etnico ai danni di donne e bambini, ma a volte anche di uomini non serbi. L’umanità che si disumanizza, persone che diventano macchine per uccidere, senza pietà.

“Del resto, nessuno di loro era lì per servire davvero una causa. La religione. L’etnia. Tutte menzogne. Solo scuse. Erano lì per esercitare il potere. Per quel brivido che ne derivava. Per essere onnipotenti. Immortali, addirittura, fosse anche per qualche giorno. E ricchi.”

E il potere lo hanno esercitato senz’altro, e piuttosto indisturbati, soprattutto dopo che l’allora segretario delle Nazioni Unte Boutros Boutros-Ghali aveva negato l’invio di caschi blu nell’area di Prijedor. La comunità internazionale finge di non sapere e intanto i non serbi vengono sterminati. I numeri parlano da soli: nella sola zona di Prijedor “oltre trentamila persone internate, oltre cinquantamila perseguitate a vario titolo, 3.173 civili uccisi, tra cui almeno 102 minori e oltre 250 donne, ma i numeri sono quasi certamente più pesanti.” Numeri pesanti, ingiustizie perpetrate nella più totale impunità e per le quali centinaia, forse migliaia di persone non hanno ancora pagato. La giustizia non ha offerto che le briciole ai sopravvissuti.

Leone e Zanon riescono in un’impresa decisamente ardua, scrivere di questi avvenimenti così truci in modo tale che anche i più giovani possano leggerne. Sì, perché questa è letteratura per ragazzi, in cui i protagonisti sono ragazzi, che in una sola stagione sono costretti a diventare adulti. Le loro vicende tengono il lettore col fiato sospeso, commuovono e alla fine ci scopriamo tutti a sostenerli, a sperare con loro, a piangere con loro, a chiederci insieme a loro se abbia un senso quello che stanno facendo. E rimaniamo con loro fino alla fine della storia, che è tuttavia solo l’inizio del dramma della Bosnia-Erzegovina.

Luca Leone e Daniele Zanon

Daniele Zanon è regista e sceneggiatore, e lavora costantemente a contatto coi ragazzi, sia a scuola, che in contesti più critici come i carceri minorili e le comunità di recupero. La sua esperienza è sicuramente un valore aggiunto a questo libro.

Luca Leone è un giornalista esperto di Balcani, che ha fatto tantissima ricerca sul campo. È autore di libri che sono testimonianze importantissime nell’ambito delle guerre nella ex Jugoslavia, quali ad esempio Visegrad. L’odio, la morte, l’oblio, Stebrenica. I giorni della vergogna, Bosnia express, I bastardi di Sarajevo. Grande conoscitore dei Balcani e della loro storia, in questo libro ha superato i suoi confini di documentarista e portatore di testimonianze, per entrare nel campo della letteratura e lo ha fatto con ottimi risultati.

Mi auguro che questo libro finisca sui banchi di scuola, perché di questo se ne discuta in classe, perché è importante che anche i ragazzi sappiano quello che è successo in un luogo e in un tempo così vicini a ni. Perché, come dice lo stesso Leone in Visegrad. L’odio, la morte, l’oblio:

“Non sapere non è né un delitto, né un diritto. Non voler sapere è il peggiore dei delitti.”

 

 

Titolo: Tre Serbi, Due Musulmani e Un Lupo

Autori: Luca Leone, Daniele Zanon

Casa Editrice: Infinito edizioni

Pagine: 294

La Via è stato un regalo di una mia cara amica, che ho conosciuto all’università, che mi conosce molto bene. Soprattutto conosce bene i miei gusti letterari. Il nostro background universitario ci spinge naturalmente verso l’Oriente e in particolar modo verso la nostra amata/odiata Cina.

Che cos’è la Via?

Questo libro è un compendio delle principali correnti filosofiche e spirituali della Cina antica, da quelle più conosciute, come il Taoismo, a quelle meno note, come il Moismo. La cosa bella di questo piccolo manuale è che non è un trattato di filosofia (per quanto mi piacciano i trattati di filosofia), bensì un manuale molto pratico. Del resto, la filosofia, se ben applicata alla nostra vita, è la cosa più pratica che ci sia! (per amor di cronaca, questa riflessione l’ho rubata a Diego, il mio compagno, detto anche “Il filosofo”, potete immaginare perché!). Michael Puett è professore di filosofia cinese all’Università di Harvard e le sue lezioni sono seguite da moltissimi studenti, nonostante trattino argomenti a volte ostici. Il motivo sta nel fatto che il Professor Puett riesce a portare concetti filosofici importanti nella vita quotidiana di oggi e lo fa con una promessa:

“Se le prenderete sul serio, le idee di questi testi vi cambieranno la vita”.

Cambiare dalle piccole cose

Ognuno di noi declina a proprio modo il concetto di cambiare la vita, ma sicuramente sono d’accordo con lui, quando dice che le parole di questi antichi filosofi hanno il potere di cambiarci, se adeguatamente interiorizzate. Sì, perché è proprio di questo che parla questo libro, di come mettere in pratica le idee di questi testi antichi per rendere la nostra vita e i nostri rapporti con le persone migliori. Già, perché come dice lo stesso autore: “. È dal quotidiano che partono i grandi cambiamenti e nasce il benessere”. E anche chi, come me, credeva di saperne abbastanza su questi argomenti, avendoli studiati per bene all’ università, può trovare delle piccole perle molto preziose.

“Il cambiamento non è possibile finché i singoli non modificano il loro comportamento, e i singoli non modificano il loro comportamento se non iniziano dalle piccole cose. La nostra vita comincia nella quotidianità e rimane in essa. Solo nella quotidianità possiamo avviare grandi trasformazioni”

Il libro è suddiviso per filosofi e per ciascuno sono indicate le linee principali della filosofia e i testi da cui sono tratte, di modo che ciascuno di noi, se lo desidera, può avere accesso alle fonti per approfondire uno o più autori. Tuttavia, ritengo che quanto fanno gli autori in questo libro sia molto prezioso, perché ci aiutano a rendere questi concetti molto concreti e applicabili anche alla nostra vita nel terzo millennio, rendendoli ancora più preziosi. Lo stile degli autori è molto fresco e scorrevole, rendendo la lettura molto agile e per nulla noiosa.

Un piccolo consiglio

Naturalmente, se volessimo approfondire il pensiero dei filosofi confuciani e taoisti antichi, questo non sarebbe il libro giusto. In verità ci sono poche citazioni dai testi originali e pochi approfondimenti, ma non è questo lo scopo del testo. Ciò che gli autori si propongono di fare è dimostrarci come queste idee ci possano parlare ancora oggi e ci possano aiutare a migliorare alcune parti di noi e delle nostre vite. Nessuno stravolgimento, nessuna illuminazione, solo piccoli, ma importanti cambiamenti nelle nostre abitudini e nei nostri modi di fare.

Parlando di filosofi antichi provenienti da tradizioni e da correnti filosofiche e di pensiero diverse, capita naturalmente che le idee dell’uno possano andare in contrasto con talune idee dell’altro, e questo non ci deve stupire. Come sempre quando leggiamo libri di questo genere, il mio consiglio è quello di recepire quello che crediamo sia positivo per noi e il nostro arricchimento.

Titolo: La via – Un nuovo modo di pensare qualsiasi cosa

Titolo originale: The Path – A new way to think about everything

Autori: Michael Puett, Christine Gross-Loh

Traduzione: Elisabetta Spediacci

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 149

Questo è il primo romanzo che leggo di Marcela Serrano e non ne sono rimasta affatto delusa, tutt’ altro! Per chi, come me, ha amato da ragazzina Piccole Donne, questo romanzo è sia un tuffo nel passato che una piacevole scoperta. Il romanzo è un remake del libro della Alcott in chiave più moderna e sudamericana. Le protagoniste sono quattro cugine che trascorrono tutte le estati insieme, come sorelle, all’ ombra di una zia eccentrica e anticonformista la quale dà loro tutto ciò di cui hanno bisogno. Sono figlie uniche di quattro fratelli e le loro estati alla Casa del Pueblo sono la parte migliore delle loro vite, quella più viva e vera. Siamo in Cile, per la precisione in una zona non ben definitiva del sud del Cile, “prima di arrivare al vero Sud cileno, quello maestoso, possente, drammatico, esplosione della natura, c’era un Sud annacquato, più vicino e meno verde, meno azzurro, meno bagnato, un Sud che non si schiantava mai contro il cielo”.

Meg

Ognuna delle quattro cugine è una “piccola donna” e le loro vite e le loro personalità le rispecchiano. Nieves è Meg, la cugina maggiore, quella che più di tutte ha goduto dei privilegi della Casa del Pueblo. È bella, dotata di un garbo e una grazia innati, lunghi capelli biondi e occhi verdi, “l’angioletto della segheria”. Il suo sogno è sposarsi e avere una bella casa e tanti bambini. È una romanticona per la quale l’amore è la cosa più importante.

Jo

Ada è Jo, vivace e irrequieta, sogna fin da piccola di viaggiare e stare in mezzo ai libri. Vuole godersi la vita.

“Dovendo scegliere, preferiva una notte insonne a una mattina pietrificata e preferiva l’inquietudine all’autocompiacimento.”

Ha un legame molto stretto col cugino Oliverio, ha abitudini austere e un distacco da ciò che è superfluo. È la meno bella tra le cugine, una ragazzina maschiaccio, poco appariscente. Priva del concetto di vanità, si è sempre sentita soffocare nel suo essere donna. Ha una forte vocazione letteraria, è da sempre un’accanita lettrice e combatte da sempre con le sue zone d’ombra.

“La letteratura ti pone dall’altra parte della vita,gli spiegava, o forse mi sbaglio e ti colloca proprio nel cuore della vita, comunque in nessun caso ti confina nella normalità, nelle anguste strettoie del quotidiano.”

Ma dove può trovar posto l’amore in questa vita di desiderio e trasgressione, di vagabondaggi e fughe?

Beth

Luz è Beth, la più dolce e la più buona delle cugine. Forse anche la più fragile. O forse no. Esile e bruttina, osserva tutto dal suo angolo. È dal suo punto di vista che tutta la storia è narrata.

“Ho imparato fin da subito a disprezzare i valori di questo mondo, gli stessi che colmavano di ambizione ogni cellula, ogni neurone delle mie cugine: la bellezza, il talento, la fortuna. Mi parevano effimeri. E complicati. Ho scelto la bontà.”

Il suo sogno è alleviare le sofferenze altrui, cosa che cerca di fare in Africa. La sua esistenza votata agli altri la porta a trascurare se stessa. La sua breve vita è costellata di buone azioni, ma cosa prova nel profondo del suo animo? Cosa sarebbe successo se quella volta… ? Ma il senso di colpa è sterile, e indietro non si torna. Mai.

Amy

Lola è Amy, bella, intelligente, ambiziosa, portata per la pittura, socievole e civettuola. Il suo sogno è di essere ricca e adorata dagli uomini. Fin da piccola è vanesia  consapevole della sua femminilità, tutta pizzi, nastrini e fiocchetti. Determinata a diventare ricca, indipendente e di successo non si ferma davanti a nulla, perché si è sempre creduta invincibile e immortale.

“Ma se la sua vita è stata un susseguirsi di successi, allora perché le ferite fanno ancora male? Che cosa aspettano a cicatrizzarsi, eh? A che cosa tentano di aggrapparsi le sue mani tremanti?”

Nell’infanzia si è sentita schiacciata da Ada ed è arrivata anche ad odiarla. Perché Lola è una che porta rancore. Dove la porteranno alla fine la sua ambizione e il suo rancore?

Queste ragazze ci conquistano, ognuna a modo suo, ognuna con la propria personalità e le proprie peculiarità, e credo che sia inevitabile per noi lettrici identificarci con una di loro. Io sono senz’altro Ada, mi ci sono riconosciuta in tantissime caratteristiche, non solo la passione per la lettura e la scrittura, ma anche per l’inquietudine, per quel suo essere un po’ maschiaccio, per la fragilità che nasconde dietro la sua spavalderia.

E voi che cugina siete? Se ne avete voglia, raccontatemelo nei commenti qui sotto e buona lettura!

Titolo: Arrivederci Piccole Donne

Titolo originale: Hasta Siempre Mujercitas

Autore: Marcela Serrano

Casa editrice: Feltrinelli

Traduzione: Michela Finassi

Pagine: 238

Mario e Guido. Un’amicizia nata sui banchi di scuola in un periodo in cui “mi sembrava che il tempo passasse con una lentezza incredibile”, per dirla con le parole dello stesso Mario. I due sono molto diversi, così diversi da rendere questa “la storia di un personaggio solo, che dà un nome diverso a ognuna delle due parti che formano il suo insieme”, come scrisse lo stesso De Carlo.

Mario e Guido

Mario è un ragazzino timido che odia la sua vita, ma non abbastanza da trovare la forza di cambiarla. Non ha grandi legami con gli altri compagni di classe e conduce una vita piuttosto solitaria e monotona.

Guido è un ragazzino dai capelli biondastri e gli occhi chiari, uno sguardo “da ospite non invitato”. È diverso dagli altri ragazzi e per questo non lega molto con loro.

Tra i due si stabilisce fin da subito una complicità simile a quella che c’è negli sport a due: Mario fa da secondo a Guido, molto più carismatico di lui. Inizialmente non si vedono mai al di fuori della scuola, dove Guido è corteggiato dalle compagne di classe e invidiato dai compagni. Lui, dal canto suo, era “incurante nei confronti degli standard a cui tutti cercavano di attenersi con tanto sforzo”. È un ragazzo molto riservato e questo crea fin da subito una sorta di barriera tra i due, impedendo una condivisione profonda dei loro sentimenti.

Mario è timido e impacciato e segue Guido come modello, perché rappresenta tutto ciò che lui vorrebbe essere. Ma il rapporto è ancora un rapporto a metà, non sanno nulla l’uno del background dell’altro, fino a che un giorno Guido racconta a Mario la verità sulla sua famiglia, sciogliendo i nodi e togliendo finalmente i filtri.

Un’amicizia lunga una vita

La loro amicizia passa attraverso gli scioperi e le proteste della fine degli anni Sessanta, attraverso le ragazze, la politica, i viaggi, e tra avvicinamenti e allontanamenti arriva fino agli anni Ottanta. Sono come i due lati di una stessa moneta, hanno bisogno l’uno dell’altro; Mario ha bisogno di Guido perché lo stimola e Guido ha bisogno di Mario perché lo argina. L’altro permette loro di essere se stessi.

Mi capitava di identificarmi con lui, dalla mia posizione così più protetta, vedere le  sue lettere come proiezioni di una parte di me che per paura e mancanza di talento non avevo mai sviluppato”.

Un legame solido che resiste agli urti della vita, anche se tra loro ci sono sempre stati sentimenti sospesi, una serie di non detti che si accumulano negli anni, fino a far quasi invertire i ruoli. Guido non è forse così sicuro come è sempre sembrato, il suo istinto non è forse così infallibile, anche lui è assalito dai dubbi.

Aveva bisogno di una ragione specifica di rabbia, per dare spazio alle sue qualità

Guido sembra essere preso da una sorta di paralisi che molto ricorda quella dei personaggi di Joyce, pur se per Guido non si traduce in incapacità di lasciare la propria città natale (Milano, altrettanto paralizzata della Dublino di Joyce), ma in una sorta di legame con quella città che gli impedisce fino alla fine di abbandonarla completamente.

Milano è la città in cui cresce anche l’autore, che quindi la conosce bene e la descrive con dovizia di particolari. Guido è forse un po’ De Carlo? Impossibile non pensarlo, ma anche Mario lo è in parte. Come detto, due facce della stessa moneta. De Carlo ha frequentato il liceo classico a Milano e poi la facoltà di lettere; ha soggiornato in Australia e negli Stati Uniti, per poi stabilirsi in campagna. È il prolifico autore di romanzi come Treno di Panna, Pura Vita, Uto.

L’autore

Ho scoperto tardi De Carlo e questa sua piccola perla che è Due di Due,  e devo ringraziare il mio compagno per questo, il quale mi ha messo in mano questo romanzo, con un perentorio: “Leggilo!”. E ora che l’ho letto devo confermare che aveva assolutamente ragione, questo libro mi ha fatto entrare in un vortice di emozioni, ricordi e lacrime.

L’abile penna di De Carlo ci conduce per le vie di Milano, con i suoi fumi e i suoi rumori, passando attraverso le campagne umbre con le stagioni a scandire la vita, in un continuo contrasto con una città che fa molto pensare ai toni nero-grigiastri della Coketown di Dickens nel suo Hard Times. De Carlo ha uno stile preciso e dettagliato, che porta il lettore dentro la storia, sviscerandone anche gli angoli più remoti e bui. È una lettura scorrevole, ma toccante, densa di emozioni e di profondità, che sicuramente fa venire voglia di scoprire anche altre  opere di questo autore.

Titolo: Due di Due

Autore: Andrea De Carlo

Casa Editrice: Bompiani

Pagine: 389