Ultimamente sono venuta a contatto con libri di scrittori emergenti e ne ho avuto esperienze di lettura varie: fatica, in alcuni casi, delusione in altri, ma ci sono state anche delle belle sorprese.

Vi presento in questo articolo due scrittori (anzi tre per dire il vero) che penso meritino attenzione.

La diciottesima

Titolo: La Diciottesima

Autori: Nicoletta Riato, Andrea Delía

Casa editrice: pubblicazione indipendente

Pagine: 102

Teramo, 1776. Emma è stata costretta a entrare in un piccolo convento quando aveva solo 13 anni ufficialmente a causa del suo comportamento poco consono, in verità perché ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. 

Nel convento ci sono solo 17 monache, lei è la diciottesima e tale rimarrà sempre per le sue consorelle, che mai la chiameranno per nome, per loro sarà sempre la Diciottesima. Né mai la considereranno davvero parte integrante del monastero, in fono è lì per espiare le sue colpe e redimersi. 

 

 

Emma è vivace, intelligente e curiosa e proprio queste sue caratteristiche le attirano le simpatie di Donna Cassandra, con cui instaura un rapporto di tenera amicizia e di scambio intellettuale. Sarà lei a far entrare Emma in un gruppo di intellettuali che porta avanti le nuove idee illuministe, sarà lei a dare a Emma modo di nutrire la sua curiosità intellettuale. È una ragazza alla ricerca del suo posto nel mondo, della sua libertà e Donna Cassandra è come acqua che disseta per lei.

Il passato ritorna sotto forma di un prete con sei dita

Ben presto, tuttavia, si ripresenta ad Emma un fantasma del suo passato, un diavolo con sei dita che farà di tutto per proteggere il suo segreto. Emma è in pericolo, ma come fare ad uscire da una situazione che la perseguita da quel giorno di dieci ani prima?

Scritto con uno stile fresco e scorrevole, ambientato in un periodo storico denso di idee nuove e di cambiamenti sociali, descrive perfettamente il clima politico, intellettuale e sociale dell’epoca, senza risultare in alcun modo pesante o ridondante.

L’unica pecca di questo romanzo? Finisce troppo presto. Mi sarebbe piaciuto veder sviluppata di più la storia del gruppo segreto di intellettuali e anche le vicende di Emma le avrei volute approfondite di più, soprattutto nella sua crescita psicologica.

Gli autori comunque mi hanno convinto e leggerò anche L’incanto del silenzio (clicca qui per saperne di più). 

Senza moscioli né pistole

Titolo: Senza moscioli né pistole

Autore: Marco Apolloni

Casa editrice: Fanucci

Pagine: 304

Tarcisio Muzzo è un investigatore privato con un passato difficile e un presente fatto di lunghe giornate trascorse nell’attesa di un caso alla Magnum P.I. I casi che arrivano sul suo tavolo sono però di ben altra natura: mariti adulteri o adolescenti disagiati. Nulla a che vedere con i casi del suo idolo. Come può essere finito così a 39 anni, dopo un brillante inizio di carriera nei carabinieri?

Tarcisio è uno a cui la vita non ha regalato molto e tra serate al night club e grandi mangiate di pesce, cerca di trovare il bandolo della matassa e capire in quale momento la sua vita gli è sfuggita di mano.

 

Finché nel suo ufficio un giorno entra Elettra Bonanni. 

Da questo momento in poi Tarcisio inizierà una vera e propria investigazione che lo porterà lungo le bellezza della Riviera del Conero alla ricerca di un possibile assassino. Elettra diventa la sua (improbabile) assistente e insieme cercheranno di venire a capo di una situazione che si dimostra via via sempre più complessa e che avrà un risvolto inaspettato.

Apolloni ha uno stile scorrevole, molto colloquiale e molto “scrivo-come-parlo” e pur non essendo io un’amante di questo genere di scrittura (cosa ci posso fare, mi piace perdermi nella bella scrittura!), devo ammettere che c’è del talento in questo romanzo e che l’ho letto con molto piacere. I personaggi sono ben delineati e caratterizzati e la trama è coinvolgente al punto giusto, con una buona dose di indagine dell’animo umano. 

 

Alla fine ho compiuto l’impresa: sono riuscita a leggere la saga del signore degli anelli (Lo Hobbit  e i tre libri de Il Signore degli Anelli). Da molto i libri mi occhieggiavano dalla libreria, ma non avevo mai avuto il coraggio di affrontarli. Quest’anno ce l’ho fatta grazie a un piccolo gruppo di lettura con altre ragazze, che mi hanno aiutato a non mollare, ed ora sono qui a raccontarvi la mia esperienza con Tolkien.

Lo Hobbit

Titolo: Lo Hobbit

Titolo originale: The Hobbit or There and Back Again

Autore: J.R.R. Tolkien

Traduzione: Caterina Ciuferri in collaborazione con Paolo Paron per la Società Tolkieniana Italiana

Illustrazioni: Alan Lee

Casa Editrice: Bompiani

Pagine: 417

Lo Hobbit è la storia che precede quella a noi ben nota di Frodo Baggins e dei suoi amici ed è stato pubblicato nel 1937. Questo libro è nato come fiaba per bambini e questo spiega lo stile diverso da quello della successiva trilogia. Il protagonista è Bilbo Baggins, un piccolo hobbit che abita nella Contea, personaggio senz’altro noto anche a chi non avesse letto questo libro. 

 

Gli hobbit sono (o erano) gente piccola, alta all’incirca la metà di noi, e più bassa dei barbuti nani. Gli hobbit non hanno barba. In loro c’è poco o niente di magico, a parte quella magia di tipo comune e quotidiano che li aiuta a sparire silenziosi e rapidi quando persone ingombranti e stupide come me e voi gli capitano intorno, con un rumore da elefante che essi sono in grado di sentire a un miglio di distanza.

Questa è dunque la storia del piccolo hobbit Bilbo Baggins che lascia la pace della Contea per intraprendere un viaggio insieme a Gandalf lo stregone e 13 nani, attraverso Bosco Tetro e le Terre Selvagge per arrivare fino alla Montagna Solitaria e al palazzo che il potente drago Smaug ha rubato ai nani, insieme a tutti i loro tesori. 

L’Anello

Durante una brutta avventura con gli orchi, Bilbo trova per caso un anello che poi scopre, suo malgrado, appartenere a una terribile creatura che gli amanti di Tolkien conoscono molto bene: Gollum. L’incontro tra i due è una parte molto interessante del libro. 

Non senza avventure e pericoli, la compagnia arriva alla fetida tana del drago, ma come fare ora ad uccidere la bestia e a reimpossessarsi del tesoro che appartiene alla stirpe di Thorin Scudodiquercia? 

Bilbo e i suoi amici nani ne vedono delle belle in quest’avventura narrata con stile scorrevole e favolistico, ma che forse proprio per questo non mi ha catturata fino in fondo, è una bella favola, ma non il tipo di lettura che mi fa affezionare.

Il Signore degli anelli: La compagnia dell’anello

 

Titolo: La Compagnia dell’Anello

Titolo originale: The Fellowship of the Ring

Autore: J.R.R. Tolkien

Traduzione: Ottavio Fatica

Illustrazioni: Alan Lee

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 704

Sono passati molti anni dalle avventure di Bilbo Baggins e dei nani e Bilbo è ormai arrivato alla veneranda età di 111 anni. Tuttavia, non si dica che è vecchio, perchè è ancora molto arzillo, tanto da organizzare un’enorme festa di compleanno nella sua casa per tutta la Contea. Durante la festa (che è anche la festa del nipote ed erede di Bilbo, Frodo Baggins), Bilbo decide di andarsene per sempre e di lasciare tutto a Frodo, compreso l’Anello. 

Dopo la partenza di Bilbo, Frodo viene a sapere da Gandalf il Grigio che quello è  un anello potentissimo che appartiene niente di meno che a Sauron il Grande, l’Oscuro Signore. Si tratta di un nemico estremamente potente che ora rivuole il suo Anello e per averlo è disposto a tutto. Frodo non può più rimanere nella Contea, deve partire per una missione che, forse, è più grande di lui. 

C’è una sola strada: trovare la Voragine del Fato, negli abissi dell’Orodruin, la Montagna di Fuoco, e lanciarvi l’Anello, se desideri effettivamente distruggerlo ed impedire per sempre al Nemico di impadronirsene.

Dopo svariate (dis)avventure i nostri quattro hobbit (Frodo e il suo fedele giardiniere Samvise Gangee, insieme agli inseparabili Meriadoc Brandibuck detto Merry e Peregrino Tuc detto Pipino) arrivano a Brea, alla locanda del Puledro Impennato, dove incontrano Grampasso, un tipo losco, di cui però provano a fidarsi.  Da questo punto in poi le cose si movimentano un po’, tra l’attacco dei Cavalieri Neri e quello degli Orchi a Moria.

Ma che fine ha fatto Gandalf?

Ognuno aveva sentito che gli veniva offerta una scelta fra un’ombra piena di terrore e che l’attendeva, e qualcosa che desiderava intensamente: vedeva chiaro innanzi agli occhi quel suo desiderio, e perché si avverasse bastava ch’egli lasciasse la via ed abbandonasse la Missione e la guerra contro Sauron in altre mani.

La compagnia parte

Da Gran Burrone, dimora di Elrond, parte la compagnia dell’Anello, capitanata da Gandalf il Grigio e composta da altri otto membri: oltre a  Frodo, portatore dell’Anello, Sam, Merry e Pipino ci sono AragornGrampasso, Boromir,  forte e possente uomo di Gondor, il nano Gimli, figlio di Gloin e l’elfo Legolas. La Missione di cui sono stati investiti è quella di distruggere per sempre l’Anello del Potere e impedire così a Sauron di regnare con il male nel mondo. 

Il Signore degli Anelli: Le due torri

 

Titolo: Le Due Torri

Titolo originale: The Two Towers

Autore: J.R.R. Tolkien

Traduzione: Ottavio Fatica

Illustrazioni: Alan Lee

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 592

La Compagnia si è ora divisa, Frodo e Sam stanno andando verso Mordor da soli, mentre Aragorn, Legolas e Gimli stanno seguendo Merry e Pipino, con qualche sorpresa. 

Dall’altra parte, Frodo e Sam sono alle prese con Gollum-Smeagol e con tutti i problemi e le difficoltà creati dall’avvicinamento a Mordor. 

La viscida creatura sta guidando i due hobbit verso Mordor, ma la via è irta di pericoli e ad ogni angolo possono spuntare nemici. Inoltre, l’Anello sta diventando un fardello pesante per Frodo.

L’Occhio: la crescente orribile sensazione di una volontà ostile che si sforzava con tutta la sua potenza di penetrare ogni minima ombra di nube, di terra, di carne, per vederlo: per immobilizzarlo sotto il suo sguardo micidiale, nudo inamovibile. Quanto fini, quanto fragili e fini erano ormai i veli che lo proteggevano! Frodo sapeva esattamente dove si trovava il cuore di quella volontà; lo poteva dire con la certezza di chi ad occhi chiusi indica la direzione del sole. Era di fronte a lui, e ne sentiva la potenza martellare sulla propria fronte.

Io ve lo dico e non odiatemi: ad un certo punto ho perfino iniziato a simpatizzare con Gollum! Creatura disgraziata, sempre maltrattata, strisciante, di cui nessuno si fida. Che ci volete fare, ho il cuore tenero! 

Le avventure del resto della compagnia li portano a Rohan, ma il giorno della grande battaglia contro l’esercito di Sauron si sta avvicinando e bisogna essere preparati.

Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re

 

Titolo: Il Ritorno del Re

Titolo originale: The Return of the King

Autore: J.R.R. Tolkien

Traduzione: Ottavio Fatica

Illustrazioni: Alan Lee

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 700

Siamo giunti alla parte più dura di tutto il viaggio, mentre Frodo e Sam tentano, tra mille difficoltà e mille pericoli, di raggiungere il Monte Fato per distruggere l’Anello, il resto della compagnia si divide ulteriormente. Devo confessare che ad un certo punto ho faticato a mantenere il passo con la storia, faticavo a ricordare chi era dove. 

Ad ogni modo, questo è il  libro delle grandi battaglie contro gli eserciti di Sauron e la narrazione si fa più veloce e serrata, tutti stanno convergendo verso la grande battaglia finale. Ce la farà Frodo a distruggere l’Anello? Quell’Anello diventato oramai un fardello pesantissimo da portare e un pericolo per la sua lucidità mentale. 

Se egli lo riconquista, il vostro valore è vano e la sua vittoria sarà rapida e totale, così totale che nessuno può prevederne le conseguenze sin tanto che il mondo durerà. Se invece l’Anello viene distrutto, egli soccomberà, cadendo tanto in basso che nessuno potrà prevedere che si rialzi. Perché avrà perduto la parte migliore della forza insita in lui alle origini, e tutto ciò che fu fatto o cominciato con quella forza cadrà in rovina, ed egli sarà storpiato per sempre, diventando un fantasma di malizia intento a rodersi nell’ombra, incapace di crescere nuovamente e di prendere forma. 

Un classico del fantasy

Non sono un’amante del fantasy e questo non l’ho mai nascosto e forse è questo il motivo per cui non sono riuscita ad apprezzare quest’opera fino in fondo, come, invece, gli amanti del genere presumibilmente hanno fatto. Posso senz’altro capire perché a tante persone sia piaciuto molto e perché qualcuno continui anche a rileggerlo con una certa cadenza. Ho amato le descrizioni di Tolkien perché sembra davvero di essere lì con loro e di vedere ciò che vedono loro. Ho però avuto delle difficoltà con i nomi, soprattutto dei luoghi, ma a volte anche di alcuni personaggi, cosa che mi ha creato qualche rallentamento. 

Il Signore degli Anelli è una bella avventura, con delle piccole perle nascoste qua e là tra le righe, una narrazione scorrevole, ma non veloce, che consiglio senz’altro a chi ama il fantasy (se vi piace il genere è un must).

Non si può parlare de Il Signore degli Anelli senza menzionare i film di Peter Jackson. Chi ha letto il libro e non ha ancora visto i film deve ASSOLUTAMENTE recuperare e guardarli; sono veramente ben fatti, curati e nonostante siano lunghi, non sono mai noiosi. Devo ammettere che forse non li avrei apprezzati così tanto e forse non li avrei nemmeno compresi fino in fondo se non avessi letto il libro, ma avendolo fatto è stato un vero piacere guardarli e ve li consiglio vivamente. Piccola confessione: mi sa che mi sono piaciuti più i film che i libri!

 

Un uomo è un romanzo-biografia-confessione vero, crudo, sfacciato, appassionato. È la storia incredibile di un personaggio fuori dal comune, Alekos Panagulis, eroe della resistenza greca durante la dittatura militare e compagno della Fallaci stessa.

È il primo maggio 1976 quando Alekos Panagulis, uomo-eroe inascoltato, combattente tenace e solitario, muore in un misterioso (forse nemmeno poi tanto) incidente automobilistico a pochi passi da casa sua.

Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa.

Nessuno è profeta in patria

Successe proprio quel che Panagulis stesso aveva previsto: dopo una vita intera a combattere da solo, rimanendo per lo più inascoltato, ecco che la morte lo rende un eroe agli occhi di quel popolo-gregge senza midollo che si lascia trasportare dal pastore che rende la schiavitù più allettante.

Questo romanzo è un grido accorato di dolore e amore, che nasce da un lato dall’esigenza di far luce su un omicidio insabbiato e di dar voce a chi ha cercato per tutta la vita, invano, di farsi ascoltare; e dall’altro di tener fede a una promessa fatta quasi per esasperazione, per mettere a tacere quelle parole che Oriana non voleva sentire.

«Pazienza.» «Pazienza cosa?» «Lo scriverai tu per me. Ne avevamo già parlato, del resto.» «Basta, Alekos!» «Lo scriverai tu per me, promettilo!» «Basta, Alekos!» «Promettilo!» «Va bene, lo prometto.»

Alexandros (Alekos) Panagulis era fin da giovanissimo un ribelle, un rivoluzionario. Nel 1968 tentò di uccidere Geōrgios Papadopoulos  militare promotore del colpo di stato che nel 1967 aveva portato i militari al potere. Il racconto che la Fallaci ci regala di quell’attentato è un’emozionante ritratto di un Panagulis molto umano, con tutte le sue contraddizioni e i moti dell’anima.

Di sicuro era una carogna: le persone per bene non fanno l’autista a un tiranno. Oppure sì, lo fanno? Non dovevi pensarci, alla guerra non si pongono certe domande. Alla guerra si spara: e a chi tocca, tocca. Il nemico alla guerra non è un uomo, è un obiettivo da inquadrare e basta: se accanto a lui c’è un disgraziato o un bambino, pazienza. Pazienza? Pazienza un corno: è giusto combattere le ingiustizie con le ingiustizie, il sangue col sangue? No, non lo è.

Sevizie e torture

Dopo il fallimento dell’attentato Panagulis venne arrestato e torturato ripetutamente e brutalmente e rimase in carcere fino al 1973, quando venne liberato in seguito a una mobilitazione internazionale. Il racconto degli anni di prigionia è duro e straziante, le torture e le sevizie subite sono raccontate in dettaglio ed è qualcosa da cui non si torna indietro, qualcosa che attanaglia le viscere e fa vergognare di appartenere allo stesso genere (dis)umano di quelle persone. La penna della Fallaci riesce a farci entrare nella cella-loculo di Panagulis e riesce quasi a far sentire anche a noi lettori il dolore lacerante di quei giorni che diventan settimane, che diventan mesi, che diventan anni nel buio di un sepolcro umido e stretto, talmente stretto da non riuscire a farci più di tre passi. Tocca fermarsi spesso a riprendere fiato tra queste pagine, a respirare un po’ d’aria fresca.

L’abitudine è la più infame delle malattie perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte. Per abitudine si vive accanto a persone odiose, si impara a portar le catene, a subire ingiustizie, a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto. L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente, cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni fibra di noi s’è adeguata,ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci.

Don Chisciotte e Sancho Panza

La fallaci conosce Panagulis poco dopo la sua scarcerazione e da lì inizia una storia d’amore bella e tormentata, che le pagine di questo romanzo ci regala in tutta la sua potenza. La potenza di un uomo che non smette di lottare per la libertà, incurante, quasi, delle conseguenze della sua lotta sulle persone amate, la potenza di un amore che comprende che stare accanto a un uomo di questo genere significa essere un Sancho Panza destinato a vivere con il suo Don Chisciotte il sogno impossibile. Alekos è irrequieto e inquieto, non smette mai di cercare di sovvertire quel regime che toglie la libertà e rende il popolo schiavo, e lo fa nonostante i continui pedinamenti, le minacce, il controllo.

Tuttavia, stare con Alekos non è facile, essere il suo Sancho Panza diventa sempre più pensate, il sogno impossibile è fatto anche di collera, irritabilità, continui e repentini cambi di umore e di idea, sfuriate, entusiasmi e crolli. A volte sembra quasi avulso dalla realtà: progetta piani di attacco, resistenza armata, sovversioni senza alcun aiuto, senza alcun appoggio, in un autentico delirio di follia.

Dietro un Don Chisciotte che non serve a nessun potere, che non fa comodo a nessuna barricata, che rompe le scatole a tutti, che non appartiene a nessun conformismo né organizzazione, che va a metter la bomba col taxi guidato dal cugino, che di conseguenza agisce secondo la sua morale e basta, la sua fantasia e basta, i suoi pazzi sogni e basta, chi c’è?

Un uomo solo

Ne esce un ritratto di un uomo testardo, impaziente, entusiasta, collerico, caparbio, camaleontico, un uomo complesso e decisamente carismatico, ma alla fine molto solo.

Non c’è nessuno, non ho nessuno. Sono solo, solo, solo! Non ne posso più. Non ce la faccio più.

Ma fino alla fine non smette di lottare per quel cambiamento che anelava così tanto, nonostante i momenti di scoramento, nonostante i fallimenti e le batoste subite, perché lui “vuol essere un uomo, e essere un uomo significa essere libero, aver coraggio, lottare, assumersi le proprie responsabilità”. Non smise nemmeno quando si rese conto di essere sempre più solo e inascoltato, continuò a dare la caccia a quei politici che avevano collaborato con la dittatura fino alla fine, una fine prematura, come quella di tutti gli eroi. E come tutti gli eroi, solo dopo la sua morte venne osannato dal popolo, quella massa di cui la stessa fallaci dice:

Quel popolo che fino a ieri t’aveva scansato, lasciato solo come un cane scomodo, ignorandoti quando dicevi non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, ragionate col vostro cervello. Ora ti ascoltavano, ora che eri morto.

Un libro da leggere assolutamente!

Il perfetto equilibrio tra stile e ritmo, tra cronaca e romanzo, tra fatti ed emozioni, la capacità di coinvolgere e di catturare il lettore, grazie anche alla scelta di narrare tutto in seconda persona, e l’indubbio talento letterario dell’autrice che dona il grande piacere di un romanzo scritto veramente bene fanno di questo libro un capolavoro della letteratura italiana, un libro che, a mio avviso, dovrebbe finire nella lista dei libri da leggere prima di morire di ciascuno di noi. (Nella mia c’è anche Il Conte di Montecristo, clicca qui per leggere la mia recensione)

Titolo: Un uomo

Autrice: Oriana Fallaci

Casa editrice: BUR

Pagine: 654

Il profumo delle foglie di limone è un titolo bellissimo e devo confessare di essere stata attratta tantissimo dal titolo di questo libro. Leggendolo ho poi scoperto che il romanzo ha ben poco a che vedere coi limoni, ma è stata ugualmente una piacevole scoperta.

Il profumo delle foglie di limone pervade, insieme a quello del mare le strade di Alicante in un settembre caldo e semi deserto. È proprio qui, in questa assolata cittadina spagnola che si incontrano le vite di due persone così diverse tra loro che sembra quasi impossibile possano avere qualcosa in comune. Eppure ce l’hanno, hanno ben due cose in comune che rispondo al nome di Karin e Fredrik Christensen.

Juliàn e Sandra

Sandra è una giovane ragazza incinta, senza lavoro e senza più un compagno, la quale, allontanandosi dalla famiglia, ha trovato rifugio nella casa al mare della sorella. Un giorno in spiaggia incontra due adorabili vecchietti e inspiegabilmente inizia tra loro un rapporto di amicizia, che lei percepisce come quasi di famiglia, come se loro fossero i nonni che lei non ha mai avuto. Si sente bene e al sicuro con loro.

Juliàn, invece, è un vecchio argentino sopravvissuto a Mauthausen. Non è facile continuare a vivere dopo che si è stati in un luogo come Mauthausen, non è facile trovare uno scopo, qualcosa per cui valga la pena andare avanti. Nulla è più lo stesso dopo un campo di concentramento. Juliàn lo ha trovato, oltre che nella moglie Raquel, nell’attività di ricerca dei suoi ex carcerieri rimasti impuniti. E lo ha fatto insieme all’amico Salva, sopravvissuto anche lui per miracolo a Mauthausen.

Imparare a sopravvivere

L’idea fu sua. Quando uscimmo da là dentro, io volevo solo essere normale, confondermi fra le persone comuni. Lui però mi disse che era impossibile, che eravamo condannati a sopravvivere.

Ma tra i due è Salva il più accanito, Juliàn ha tutto sommato trovato un suo piccolo equilibrio a Buenos Aires insieme a Raquel e alla loro figlia. Fino al giorno in cui riceve una lettera da Salva nella quale lo informa di aver trovato due dei loro carcerieri in Spagna e di aver bisogno di aiuto. Juliàn vola immediatamente ad Alicante, dove il profumo del mare si mescola a quello dei limoni. Qui, in questa piccola fetta di paradiso pare annidarsi un covo di fascisti.

Ed ecco che le vite di Sandra e Juliàn si intrecciano in un susseguirsi di incontri segreti, pedinamenti e incertezze, in una continua lotta tra il bene e il male, tra la parte dentro di noi che vorrebbe non vedere e quella che non può non vedere. Finché non si sa, non si può essere colpevoli, ma come si può sapere e far finta di nulla? Ed è così che, insieme al legame di amicizia, cresce anche lei, Sandra, che da ragazza sprovveduta e insicura si trasforma in una donna coraggiosa e matura.

Un romanzo sulla memoria

Il profumo delle foglie di limone è un romanzo sulla memoria e sulla vendetta, una riflessione sulla vita e una denuncia contro l’impunità. È narrato dai due punti di vista sei due protagonisti, Juliàn e Sandra, cosa che ho molto apprezzato. Il punto di vista più interessante è quello di Juliàn, portatore della maggior parte delle riflessioni più interessanti sulla vita, sulla morte, sulla vecchiaia, sull’odio e sulla vendetta. Sandra, invece, almeno all’inizio è un personaggio un po’ insipido, troppo sprovveduta e ingenua, che per fortuna però cresce molto nell’arco della storia.

Forse manca un vero e proprio punto di svolta, qualcosa che renda gli interventi di Sandra e Juliàn risolutivi, forse Juliàn alla fine è incapace di vera vendetta (ma chissà, magari il seguito del libro ci potrebbe stupire invece in questo senso), ma la scrittura è scorrevole e incalzante. La trama è avvincente e mentre si legge ti attira a sé e ti costringe ad andare avanti e se questo non è sufficiente, a mio parere, per considerarlo un capolavoro, è tuttavia un libro molto piacevole che ha il pregio, tra gli altri, di trattare il tema del nazismo sotto una luce diversa.

Quando si è conosciuto il male, il bene non sa di molto. Il male è una droga, il male dà piacere, per questo quei macellai uccidevano sempre di più ed erano sempre più sadici: non ne avevano mai abbastanza. 

Un altro libro che tratta il nazismo sotto una luce diversa dal solito è Le assaggiatrici  di Rosella Postorino, clicca per andare alla recensione

Titolo: Il profumo delle figlie di limone 

Titolo originale: Lo que esconde tu nombre

Autrice: Clara Sanchez

Traduzione: Enrica Budetta

Casa editrice: Garzanti

Pagine: 383

Per molte delle persone che hanno visitato la Val Venosta, il campanile di Curon che svetta in mezzo al lago artificiale è un’attrazione irresistibile, davanti alla quale scattarsi fotografie, senza nemmeno chiedersi cosa ci sia dietro quel lago, quale storia racchiuda quel campanile.

Resto qui è un romanzo di Marco Balzano ambientato proprio in Val Venosta, prima che la diga di Resia sommergesse un intero paese facendolo diventare l’attrazione turistica che oggi conosciamo. Vi garantisco che dopo che avrete letto questo bel romanzo non avrete più così tanta voglia di scattare selfie davanti al campanile.

Trina e Erich

Trina è una ragazza di montagna, nata e cresciuta nella Val Venosta, che ama leggere e scrivere e per cui le parole sono importanti.

Io invece credevo che il sapere più grande, specie per una donna, fossero le parole. Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole.

Gli uomini non le interessano, anzi, quasi preferisce le donne; finché non incontra Erich, di cui si innamora. Sono i primi anni venti del Novecento e Trina frequenta l’ultimo anno delle superiori. Siamo in pieno fascismo, Mussolini ha vietato ai territori recentemente annessi di insegnare il tedesco, costringendo le persone dell’Alto Adige ad usare l’italiano, una lingua che non conoscono e non amano, una lingua esotica che non riconoscono come propria. Gli italiani sono considerati stranieri tra queste montagne e si innesca una lotta, un “noi contro loro”.

Dal primo momento è stato un noi contro loro. La lingua di uno contro quella dell’altro. La prepotenza del potere improvviso e chi rivendica radici di secoli.

Il fascismo

Trina vuole fare la maestra, ma in periodo fascista non è facile. Rimasta senza lavoro a causa delle politiche del Duce, inizia a fare la maestra clandestina, nascosta nelle cantine e nelle stalle.

Le cose, tuttavia, si fanno difficili, e quando tanti, attirati dalle politiche e dai proclami di Hitler se ne vanno in Germania, Erich e Trina scelgono di restare nella loro terra. La vita però è dura, e la loro è segnata anche da una tragedia famigliare.

La gente con un dito sulle labbra lascia ogni giorno che l’orrore proceda

La guerra attraversa la vita di chi resta e anche Erich deve partire. Dopo aver provato la guerra sulla sua pelle, Erich diventa anche antinazista, oltre che antifascista e non riesce a tollerare chi vede nel Führer un idolo.

-I tedeschi sono diventati razzisti e sanguinari.

-Se il Führer fa quello che fa avrà le sue ragioni.

-Quali sono le ragioni per annientare tutti? Perché c’è questa guerra che dura da anni? E noi cosa c’entriamo?

-Sotto di lui nascerà un mondo migliore, papà.

-Un mondo di servi che camminano col passo dell’oca, ecco cosa nascerà!

-I nazisti non faranno la diga, non sei contento?-continuò imperterrito Michael.

Allora Erich urlò di nuovo, così forte che i vecchi ai tavoli dell’osteria si girarono a guardarlo.

-Non mi basta che non ci anneghino per approvare quello che fanno! Tu non sai niente. Tu sei solo un teppistello. Vattene dal tuo Hitler, idiota.

La diga (e di nuovo io resto qui!)

Nella vita di Trina e Erich, e in quella di tutto il paese di Curon c’è anche un altro pericolo che incombe: la diga che gli italiani vogliono costruire sul lago di Resia e che avrebbe completamente sommerso il paese.

Erich continua ad avere un’ostinata volontà di restare, anche dopo che la guerra li ha costretti a vagare come fuggitivi tra i monti, anche dopo che il progetto della diga è ripartito minacciando di sommergere completamente il paese, anche quando i suoi compaesani non ne potevano più di lui perché cercava, invano, di fare qualcosa per impedirlo.

Perché una diga si può costruire anche altrove, ma un paese, un paesaggio non può più tornare, dopo che è stato devastato. Trina è con lui in questa battaglia, anche se a volte non è facile non rassegnarsi.

Ma questa è la loro battaglia più dura, quella che rischia di sradicarli per sempre dalla loro terra tanto amata, non ci si può arrendere.

Balzano ci regala un romanzo delicato, poetico e a tratti struggente, ci fa vivere insieme a Trina le sue emozioni e ci fa vedere attraverso i suoi occhi la sua vita e la sua terra, alla quale è legata da un amore profondo.

Con uno stile fresco e spontaneo e una prosa molto curata ci accompagna in questa storia di sofferenza e lotte per non rassegnarsi a sopravvivere. Resto qui non è solo la storia di Trina e Erich, è la storia dell’amore per la propria terra e di una lotta che va al di là della semplice sopravvivenza, ma punta alla vita vera, quella fatta delle cose a cui teniamo. 

Le parole sono scelte con cura, mai banali senza tuttavia risultare pesanti o inappropriate.

Non si può rimanere indifferenti a Resto qui e se dopo averlo letto vedremo anche noi con occhi diversi quelle terre dell’Alto Adige e davanti a quel lago artificiale ci ricorderemo di tutte le Trina e di tutti gli Erich che hanno lottato per la loro terra, questo romanzo avrà raggiunto il suo scopo: quello di renderci più consapevoli e più sensibili.

 

Titolo:  Resto qui

Autore: Marzo Balzano

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 192

Gli accordi del cuore è il seguito di un romanzo che ho letto e apprezzato, L’arte di ascoltare i battiti del cuore. Amo l’Asia e leggo sempre volentieri romanzi ambientati lì. Il precedente romanzo dell’autore tedesco raccontava la storia di Tin Tin, che se ne va di casa per tornare nella sua Birmania. La figlia Julia decide di partire e lì scopre tutta la storia di suo padre, che sapeva sentire e ascoltare i battiti del cuore delle persone. Gli accordi del cuore ne è il seguito e l’ho letto con qualche aspettativa, devo riconoscerlo.

Di nuovo a Kalaw

Sono trascorsi ormai 10 anni da quando Julia Win è volata a Kalaw alla ricerca del padre e della sua storia. Una ragazza scettica e razionale come lei ha visto sconvolgersi molte certezze, ha imparato che ogni cuore risuona in modo diverso, ha trovato la fede nel potere magico dell’amore, grazie a Tin Tin e alla sua storia, narratale dal fratellastro U Ba.

Tuttavia, tornata negli Stati Uniti ha ripreso a poco a poco la sua vita  e messo da parte molte delle cose che aveva portato con sé dalla Birmania. La cosa peggiore è che ha perduto la fede nel potere magico dell’amore.

Ora c’è qualcos’altro che a porta nuovamente a Kalaw. Ritrovare il fratello è una grande emozione per lei e fa riaffiorare tante cose del primo viaggio in Birmania. Ora, però, è tornata perché c’è una voce sconosciuta dentro di lei ed è in qualche modo convinta che sia di nuovo a Kalaw che questo nuovo mistero potrà essere svelato. 

Non tutto ciò che è vero può essere spiegato, e non tutto ciò che si può spiegare è vero. 

Le aveva detto U Ba un giorno nella meravigliosa casa da te in cui si sono incontrati. E Julia in questo momento della sua vita è confusa, abbattuta, ha perso la fiducia nell’amore e si ritrova a ripensare alle parole del fratello, che forse non capisce ancora fino in fondo.

Turbamenti dell’anima

Aveva dimenticato che la fiducia è fragile. Che è preziosa. Che ha bisogno di molta luce. Che appena la menzogna allarga le ali si fa subito buio.

Aveva dimenticato che cosa  nutre la fiducia. Quanta dedizione necessita.

Arrivata a Kalaw, Julia si rende conto di quanto le siano mancati U Ba e la Birmania e si sente come se i dieci anni trascorsi quasi non le appartenessero. A volte è molto difficile seguire il cuore! 

Insieme a Julia ci troviamo in una Birmania governata dall’esercito e insieme alla storia che anche lei sta per scoprire, noi lettori comprendiamo un po’ di più cosa significa una dittatura militare.

Qual è la cosa di cui hanno più paura colore che brandiscono armi? Di altri che brandiscono armi? No! Che cosa temono i violenti più di ogni altra cosa? La violenza? Nient’affatto! Da cosa si sentono minacciati i più crudeli egoisti? Tutti costoro non temono nient’altro più dell’amore. Chi ama è pericoloso. Non ha paura. Ubbidisce ad altre leggi. 

La storia della voce

U Ba aiuta Julia a venire un po’ a capo del problema della voce sconosciuta dentro di lei. Conosce così Khin Khin che le racconta la straordinaria storia della sorella, Nu nu, e della sua famiglia. Inizia così un nuovo viaggio alla ricerca del perdono, dell’amore, di un pezzettino un po’ più profondo dell’essere. Nu Nu e Thar Thar insegnano a Julia che cambiare è possibile, che non siamo condannati a rimanere ciò che siamo, ma siamo solo noi a poterlo fare. 

Ci sono momenti, Nu Nu lo sapeva, che una persona non dimentica più per il resto della vita. Che si imprimono nell’anima, lasciano cicatrici invisibili su una pelle invisibile. E se in seguito le si tocca, il corpo freme di dolore fin nei pori. Anche anni dopo. Decenni. E tutto riaffiora: l’odore della paura. Il suo sapore. Il suono che ha. 

E Julia scopre anche la ragione per cui le persone sorridono sempre. Il sorriso in Birmania spesso nasconde qualcosa di sgradevole. Ma soprattutto scopre la potenza del perdono e la grandezza della gratitudine, attraverso gli occhi e le gesta di piccoli e grandi monaci, che tanto hanno sofferto. 

Solo chi ama ed è riamato può perdonare. E solo chi perdona è un uomo libero. Chi perdona non è più prigioniero.

E’ una storia di dolore ma anche di liberazione, che veicola un messaggio d’amore, nonostante tutta la sofferenza di cui è condito. L’autore ci trasmette tutto il suo amore per la Birmania, con la sua natura, la sua calma e, se vogliamo, anche un po’ di misticismo. E, diciamocelo, chi non vorrebbe un fratello come U Ba? Che non giudica mai, ascolta, consiglia e accompagna verso la verità? 

 

 

Titolo: Gli accordi del cuore

Titolo originale: Herzenstimmen

Autore: Jan-Philipp Sendker

Traduzione: Riccardo Cravero

Casa editrice: BEAT

Pagine: 351

Eleanor Oliphant sta benissimo è il romanzo d’esordio della scrittrice scozzese Gail Honeyman. Come spesso accade con gli esordi, alcuni l’hanno amato, altri l’hanno odiato, a qualcuno è piaciuto, a qualcun altro meno. A me il libro è piaciuto,  ma come ben sa chi mi segue e chi mi conosce, non sono una lettrice che ha bisogno necessariamente dell’azione e/o della suspense. Può piacermi un libro anche se non accade molto in termini di azione (e che quindi può risultare lento a qualcuno), ma dove accade molto a livello interiore, come in questo caso. Ho amato questo libro soprattutto per come cresce il personaggio e per come il suo animo e la sa attitudine si modificano. Ma se siete lettori che amano la velocità, potreste trovarlo un po’ lento. 

Elanor Oliphant sta benissimo, o forse no?

Eleanor Oliphant è una donna di 30 anni con una vita apparentemente normale, anzi, una vita che sembra normale solo nelle primissime pagine. Scopriamo presto che è una solitaria estremamente abitudinaria, dal linguaggio molto forbito e impostato e praticamente senza filtri. Di aspetto un po’ trasandato, capelli lunghi e lisci, senza trucco, abiti molto sobrie sempre uguali, apparentemente ignara delle convenzioni sociali, viene considerata quanto meno bizzarra da chi le sta intorno. E a lei non importa affatto di come la considerano gli altri, perché lei sta bene, anzi, benissimo. Se l’è sempre cavata da sola. Da quando aveva 21 anni lavora nello stesso ufficio della stessa azienda, on lo stesso ruolo; ha una sua routine fissa per i giorni lavorativi e per i fine settimana e non ha relazioni. Nessun amico, nessun amore.

A volte è decisamente e completamente fuori luogo che ti viene voglia di tapparle la bocca, a volte è incoerente, perché fa la contabile, ma dice di non sapere nemmeno la differenza tra un desktop, un laptop e un tablet, oppure nel 2017 non sa nemmeno cosa sia McDonald’s, ma penso che si finisca per amarla, mano a mano che la storia procede.

Atti di gentilezza

Un atto di gentilezza apparentemente casuale porta nella sua vita una serie di cambiamenti e lei entrerà in un vortice che la porterà all’inevitabile e prevedibile finale. Sì, il finale è prevedibile, ma io ve lo devo dire, ho adorato Eleanor! Mi è sembrata una persona così fragile e sola, pur facendo di tutto per far credere a se stessa che non sia un problema quello che gli altri pensano e dicono di lei e che viva la sua vita in completa solitudine. Vuole sembrare forte, ma non appena qualcuno le si avvicina con gentilezza, lei non sa come comportarsi e la sua corazza inizia a cedere, rivelando un animo desideroso di affetto e di accettazione. 

Non avrei mai sospettato che qualche piccola azione potesse suscitare reazioni così sincere e generose. Sentii un piccolo bagliore dentro me – non un incendio, ma più una specie di piccola fiammella costante.

Solitudine

Eleanor si convince di stare bene da sola perché ha paura, si convince che la solitudine sia una cosa buona, che possiede un potere liberatorio, perché se ci si rende conto di non aver bisogno di nessuno, ci si può prendere cura di noi stessi. Tuttavia, ci rendiamo conto poi che lo dice perché ha paura di dover soffrire ancora. La sua infanzia e quello che le è accaduto sono la causa della sua mancanza di relazioni e del suo rapporto così bizzarro col mondo, scopriamo poco alla volta tutto quello che le è successo e quanto la solitudine veramente le pesi.

Ero viva. Ero sola. Non c’era essere vivente in tutto l’universo che fosse più solo di me. O più terribile.

Il tema della solitudine è un tema molto delicato da trattare, ma la Honeyman ci riesce piuttosto bene, anche grazie ad un personaggio come quello di Raymond, tecnico informatico della stessa azienda dove lavora Eleanor, un personaggio che personalmente trovo molto interessante, perché sa andare oltre le apparenze, ma anche perché, non essendo costretto nella costante attenzione della scrittrice alla sua caratterizzazione (tutta concentrata su Eleanor, tanto da farla sembrare, a volte, esagerata) è molto più libero e spontaneo e spiazza Eleanor con i suoi gesti e il suo atteggiamento. 

L’autrice a volte si fa un po’ prendere la mano con Eleanor, tanto da farla sembrare in alcune circostanze forse poco credibile, ma per fortuna c’è Raymond ad equilibrare tutto. 

“Il volto grazioso del male”

Un po’ inquietante è il rapporto di Eleanor con la madre, rinchiusa in carcere per un non ben chiaro motivo (ma si capisce che deve essere qualcosa di grave quando si scopre che viene definita “il volto grazioso del male”) e che chiama tutte le settimane solo per insultare Eleanor o per farla sentire inadeguata. Ma Eleanor fatica a staccarsi da questa figura.

Persino dopo tutto quello che ha fatto, dopo tutto quanto, è ancora mia mamma. È l’unica che ho. E le brave ragazze vogliono bene alle loro madri. Dopo l’incendio sono sempre stata così sola…Una qualsiasi mamma era meglio di nessuna mamma…

Io mi sono affezionata a questo personaggio, nonostante qualche forzatura da parte dell’autrice e ho molto apprezzato lo sviluppo psicologico che il personaggio ha avuto. La lettura è scorrevole e veloce, ma non è fatta per chi ama i libri avvincenti. Eleanor Oliphant si ama solo se si riesce ad entrare un pochino dentro di lei. 

Titolo: Eleanor Oliphant sta benissimo

Titolo originale: Eleanor Oliphant is completely fine

Autrice: Gail Honeyman

Traduzione: Stefano Beretta

Casa editrice: Garzanti

Pagine: 344

Pubblicato nel 1966, questo romanzo ha decretato la nascita di un nuovo stile, tanto era unico nel suo genere. Truman Capote, già famoso autore di Colazione da Tiffany, si imbatte in un articolo di cronaca che lo colpisce molto: in un villaggio del Kansas occidentale un’intera famiglia viene sterminata. Da quel momento non riesce a fare altro che cercare di saperne di più; parte per Holcomb con la sua amica Harper Lee e inizia a raccogliere dati e testimonianze, e a delineare la storia della famiglia Clutter. Ma soprattutto, una volta che i due colpevoli sono stati catturati e arrestati, inizia una corrispondenza molto fitta, durata sei anni, fatta di molti incontri e diverse lettere, con uno di loro due: Perry Smith. Ne è uscito un romanzo che fonde racconto e giornalismo in una storia da cui è molto difficile staccarsi e questo nonostante il lettore sappia già come va a finire. Il suo stile originale non fa altro che confermare il grande talento di Capote.

I fatti

I fatti si svolgono a Holcomb, un piccolo villaggio nell’agricolo Kansans occidentale, nel 1959. La famiglia Clutter possiede una fattoria nella quale una sera di novembre si introducono due rapinatori, che finiscono per sterminare la famiglia intera: il signor e la signora Clutter e i loro due figli, Nancy e Kenyon. Capote ripercorre tutta la storia, a partire dall’ultimo giorno di vita della famiglia, senza tralasciare nulla, in un intricato intreccio di storie, piccoli aneddoti, testimonianze, violenza e paura.

Da un lato abbiamo la storia di una famiglia ben integrata e benvoluta nel villaggio. Il signor Clutter era un uomo onesto, un grande lavoratore che si è fatto da sé e che ha fatto della sua fattoria la sua vita. La signora Clutter era una donna buona, ma dalla psiche molto fragile. Nancy era una ragazza di 16 anni altruista e attiva nella comunità, mentre Kenyon, 15 anni, era più timido e riservato.

La famiglia Clutter

Dick e Perry

Dall’altro lato, la storia di Dick e Perry, i due rapinatori, i carnefici, la pianificazione e l’attuazione della rapina finita in carneficina.

“Perché? Perché quest’irragionevole rabbia alla vista degli altri felici e soddisfatti, questo crescente disprezzo per la gente e il desiderio di ferire?”

Dick era un ragazzo apparentemente normale, alto, capelli a spazzola, intelligente, se non fosse stato per quel suo volto strano che sembrava diviso in due, leggermente fuori sesto.

“Dick era divertente, astuto, realista «andava al nocciolo delle cose», non aveva nebbia in testa e non era un sempliciotto.”

Perry, invece, era piccolo, di pelle scura, con un problema alle gambe in seguito a un incidente in moto che gli provocava atroci dolori. Era un uomo di passione, amante dei libri, del buon linguaggio, dell’arte, ma frustrato dalla sua infelicità. A nessuno era mai importato qualcosa di lui.

“Nella prigione di Lansing circolavano parecchi assassini, o tipi che si vantavano di delitti commessi o si dichiaravano pronti a commetterne; ma Dick si convinse che Perry era uno di quegli esseri rari, un « assassino nato », perfettamente sano ma privo di coscienza, capace, cono o senza motivo, di ammazzare con il massimo sangue freddo.”

Richard (Dick) Hickock (a sinistra) e Perry Smith (a destra) – i due assassini

Il massacro

La carneficina si compie in piena notte, e il racconto di Capote, intriso di dettagli, ci accompagna nella mente degli assassini. Poco a poco si scoprono dettagli che tutto sono fuorché insignificanti. Perché uno dei due ha messo un cuscino sotto la testa di Kenyon e disteso il signor Clutter su un cartone? Per pietà? O forse per rimorso?

L’autore indaga a fondo la mente dei due assassini, ripercorrendone le terribili infanzie, i drammi che li hanno colpiti, fino ad arrivare all’epilogo previsto: la condanna.

Pare che Capote sia rimasto molto colpito da Perry e dalla sua storia e abbia in qualche modo simpatizzato con lui e con la sua triste storia.

“Tuttavia riusciva a guardare senza collera l’uomo al suo fianco, semmai con una certa misura di comprensione, perché la vita di Perry Smith non era stata un letto di rose, ma una misera, laida, solitaria corsa verso un miraggio dopo l’altro.”

Nel testo troviamo anche un’interessante riflessione sulla pena di morte, vista come una pena che non fa soffrire i condannati, perché altrimenti non sarebbe umana. Forse è questo il modo per accettare una pratica tanto ingiusta e contraria a quello tra i diritti umani senza il quale gli altri non esisterebbero: il diritto alla vita. Forse solo pensando che i condannati non sentano nulla le persone possono accettare che lo stato uccida consapevolmente e deliberatamente degli esseri umani.

Perché dovresti leggere questo libro

Questo libro è un capolavoro, non solo perché riesce a tenere il lettore incollato alle pagine nonostante conosca già la storia e sappia perfettamente come va a finire, ma anche perché riesce a sconvolgere il lettore, presentando i due carnefici quasi sullo stesso piano delle vittime, in un equilibrio libero da pregiudizi e preconcetti, analizzando la situazione in maniera lucida e oggettiva, riuscendo quasi a farci affezionare a questi brutali assassini, in particolare a Perry. Tuttavia, la voce narrante è sempre oggettiva ed equilibrata e il grande talento dello scrittore riesce a trasformare un reportage giornalistico in un racconto che non vorrete sicuramente perdere!

Truman Capote (a sinistra) e Philip Seymour Hoffman (a destra) nei panni di Truman Capote

Ultimo consiglio: se non l’avete fatto, dopo aver letto il libro, guardate l’omonimo splendido film di Bennet Miller del 2005, con un immenso Philip Seymour Hoffman. 

 

Titolo: A Sangue Freddo

Titolo originale: In cold blood

Autore: Truman Capote

Traduzione: Mariapaola Ricci Dèttore

Casa editrice: Garzanti

Pagine: 391

Mi ero fatta un punto quando ho aperto questo blog, di non parlare e scrivere di libri che non mi sono piaciuti, ma solo di quelli che ho amato o che, in qualche modo, mi hanno lasciato qualcosa. Poiché ogni regola ha la sua eccezione, altrimenti non sarebbe più tale, oggi ho deciso di parlarvi di Cambiare l’acqua ai fiori. È un libro che ha riscosso un grande successo di pubblico, ma che non ha incontrato il mio gusto e qui vi racconterò perché.

La bellezza non basta

Inizio dicendo che ci sono cose belle in questo libro, altrimenti non sarei qui a parlarne, ma purtroppo ci sono cose che non me lo hanno fatto apprezzare a sufficienza. In questo romanzo si percepisce bellezza, una bellezza delicata e sensibile, che è la bellezza della natura, di una casa profumata, dei fiori, delle persone belle, dei rapporti umani. Una bellezza che fa sorridere e fa venir voglia di partire. 

Purtroppo però la bellezza da sola non basta, almeno non per me, almeno non in questo libro.

Iniziamo con i  continui cambi temporali. Io sono un’amante del flashback e del flashforward, se dosati sapientemente, ma non amo assolutamente che si salti da un tempo all’altro in ogni capitolo, perché mi crea confusione e mi dà l’idea che la storia arranchi. Avrei preferito che l’autrice avesse scelto un racconto cronologico con dei flashback messi ad arte per attirare ancor di più il lettore.

Violette, ma che mi combini?

L’idea della storia è bella, Violette fa la guardiana di un cimitero in un piccolo paesino della Borgogna, un mestiere che pochi amerebbero, ma che lei ama e da cui sa trarre il meglio. Tutto ruota attorno alla sua storia personale e agli incontri che fa al cimitero e che possono cambiarle la vita. Mi piaceva l’idea di un libro ambientato in un cimitero, è una cosa un po’ fuori dall’ordinario. E mi piace che Violette abbia una grande passione per l’orto e i fiori, che la natura e la terra le diamo un’energia che niente altro riesce a darle, specialmente nel momento più difficile della sua vita. È la stessa cosa che provo io quando scendo nel mio orto, magia pura!

Tuttavia, il modo in cui questa storia è scritta non mi è piaciuto molto, lo stile non mi ha catturata e inoltre Violette, vogliamo parlare di lei? In alcuni casi l’ho amata, la sua pazienza, la sua indulgenza, l’amore per le piante, la sua calma e la sua determinazione. A volte, invece, l’avrei presa a sberle: rassegnata, inerte, in passiva accettazione delle cose, non lotta per ciò che vuole, non crede di meritare di essere felice.

Io sono stata un ponte, un passaggio fra loro. Julien doveva passare attraverso me per capire che non poteva perdere la madre di suo figlio. Ma grazie a Julien so che sono ancora in grado di fare l’amore, che posso essere desiderata. È già qualcosa.

Ma come? E ti arrendi così, senza far nulla? è questo che non mi piace di lei, tranne in pochissimi casi lei lascia che le cose le accadano addosso senza fare nulla o quasi per modificarle. È convinta di non meritare di essere felice e se avrei potuto accettare questo all’inizio del libro (in fondo Violette è un’orfana che nessuno voleva e che passava da una famiglia affidataria a un’altra), mi sarei aspettata una crescita del personaggio, tanto più che ha incontrato un personaggio fantastico come Sasha!

Meno male che c’è Sasha

Ho adorato Sasha, in un momento in cui avevo deciso di lasciare il libro è comparso lui e mi ha convinta a restare, in questo devo dare atto a Valerie Perrin che è stata brava, ha messo il personaggio giusto al momento giusto e ha messo il colpo di scena al momento giusto di modo che alla fine ho letto tutto il libro. Chapeau per questo, perché normalmente non finisco un libro che non mi piace, ma questo ha qualcosa che mi ha intrigato. Peccato per lo stile e la scelta di tecniche narrative che non ho apprezzato.

Ad ogni modo penso che sia un libro che ognuno deve leggere per farsi una propria idea, so che questa mia recensione mi attirerà le ire funeste di molti che hanno adorato questo libro, ma sapete se mi seguite che io dico sempre quello che penso sui libri che leggo, e non potevo mentire su questo solo perché è stato un caso editoriale e piace a tantissimi di voi. Accetto le vostre opinioni se avrete voglia di condividerle con me, magari mi farete cambiare idea! Come diceva Bertrand Russel “Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi” e io sono pronta a  non essere sicurissima! 

 

Titolo: Cambiare l’acqua ai fiori

Titolo originale: Changer l’eau des fleurs

Autrice: Valérie Perrin

Traduzione: Alberto Bracci Testasecca

Casa editrice: e/o

Pagine: 476

La ragazza col turbante è un famosissimo quadro di Johannes Vermeer, pittore olandese vissuto nel diciassettesimo secolo dal quale prende spunto il romanzo La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier. Della vita di questo pittore si sa molto poco, cosa che rende questa storia ancora più affascinante. Non si sa chi fosse la ragazza che posò per Vermeer per questo quadro e la Chevalier ci regala una storia delicata e intrigante che ha per tema non solo l’amore, ma anche l’arte e la storia.

La trama

Griet ha solo sedici anni quando inizia a lavorare come serva nella casa del pittore Vermeer e della sua famiglia a Delft. La famiglia di Griet è povera da quando il padre ha perso il lavoro a causa di un incidente. Il padre faceva il decoratore di piastrelle finché un’esplosione del forno lo privò della vista e, di conseguenza, del lavoro. Lei è dunque costretta ad andare a servizio, anche se preferirebbe rimanere con la famiglia. Tra i suoi compiti c’è anche quello di pulire l’atelier del pittore avendo cura di non spostare nulla per non scatenare le ire dell’artista.

Griet è catturata dalla bellezza dei quadri di Vermeer, starebbe ore ad ammirarli.

Contemplai il dipinto ancora una volta, ma nel fissarlo così intensamente mi sembrò che qualcosa mi sfuggisse. Come quando si fissa una stella nel cielo notturno: se la guardi direttamente quasi non la vedi, mentre se la cogli con la coda dell’occhio appare molto più luminosa.

Poco alla volta, Griet si conquista la fiducia del pittore e ne diventa (segretamente bisogna dirlo!), l’assistente. Nulla le dava più gioia che aiutarlo a creare i colori, quegli stessi colori che sarebbero diventati splendidi quadri.

«Non è il quadro che è cattolico o protestante», spiegò, «ma chi lo guarda, e quello che si aspetta di vedere. Un quadro in una chiesa è come una candela in una stanza buia: serve a vedere meglio. È il ponte tra noi e Dio. Ma non è una candela protestante o cattolica. È una candela e basta».

Le difficoltà di Griet

Catharina, la moglie di Vermeer, non la sopporta e chissà cosa potrebbe succedere se, disgraziatamente, scoprisse che lei lo aiuta, che passa così tanto tempo in quel luogo a lei interdetto. Anche Tanneke, la fedele cameriera e cuoca della casa, non l’ha presa in simpatia, per non parlare di Cornelia, una delle innumerevoli figlie della coppia, che non perde occasione per fare a Griet dispetti e cattiverie. Per fortuna Maria Thins, madre di Catharina e vera signora della casa, è dalla sua parte e sarà lei ad aiutarla in più di un’occasione. Del resto, è lei che tiene le redini della casa ed è sufficientemente astuta da capire che da quando c’è Griet lui lavora più velocemente.

Tuttavia nulla potrà mai cambiare il fatto che Griet è solo una serva e nessuno accorrerà in sua difesa quando accadrà l’irreparabile. Griet potrà prendere una sola, definitiva decisione.

Mi sentivo anche in un certo senso delusa, sebbene non mi piacesse  soffermarmi su questo, perché avrei voluto che lui stesso parlasse a Catharina dell’aiuto che gli davo, dimostrando di non aver timore di dirglielo, ma anzi di darmi il suo appoggio.

Questo era quello che desideravo.

La ragazza con l’orecchino di perla

Il quadro di Vermeer aveva creato un certo scandalo all’epoca, soprattutto per due ragioni: la ragazza aveva posato con le labbra socchiuse e la seconda perché una ragazza povera, come doveva sicuramente essere lei, non avrebbe potuto e di conseguenza dovuto, indossare le perle.

«Bagnati le labbra, Griet».

Mi bagnai le labbra.

«Tieni la bocca un po’ aperta».

Rimasi talmente stupita da questo ordine che la bocca mi si aprì senza che lo volessi. Mi rimangiai le lacrime. Le donne virtuose non si fanno vedere con la bocca aperta, nei quadri.»

L’autrice ha sicuramente fatto un gran lavoro storico e ci regala una storia bella, scritta con una delicatezza che rende la mancanza di colpi di scena una non mancanza. Perché no, non ci sono colpi di scena in questo libro, perché non servono, la storia va avanti lentamente (si potrebbe dire), ma la delicatezza con cui vengono raccontati gli eventi è talmente bella e piena che non c’è bisogno di suspense o colpi di scena. Può sembrare che non accada nulla e invece accade tutto, soprattutto in termini di crescita dei personaggi, di arte, di storia. 

Vi consiglio, se non l’avete fatto, la lettura di questa bellissima storia!

 

Titolo: La ragazza con l’orecchino di perla

Titolo originale: Girl with a Pearl Earring

Autrice: Tracy Chevalier

Traduzione: Luciana Pugliese

Casa editrice: Neri Pozza

Pagine: 237