La trama

Siamo nella primavera del 1992, in una cittadina della Bosnia nord-orientale, Prijedor divenuta poi tristemente famosa per i suoi campi di concentramento e di sterminio. A Prijedor vivono cinque amici tredicenni: Jelena, ragazzina serba dal fisico atletico e dagli occhi nerissimi, che abita con la nonna e con un Lupo, Vuk, in una casa lungo il fiume; Emina e Faris, due gemelli di famiglia musulmano-bosniaca, che di islam però non sanno nulla, in quanto famiglia non praticante; Zlatan, appartenente ad una famiglia di serbi ultranazionalisti seguaci di Karadžić; e infine Milorad, detto Milo, un ragazzone di 1 metro e 85 per 90 kg, dotato di una forza prodigiosa, ma con una mente molto semplice e un problema di balbuzie. 

I cinque ragazzi sono molto amici e sono soliti incontrarsi lungo il fiume, a casa di Jelena, costretta a crescere in fretta dopo la morte della madre e la fuga del padre.

Jelena ha un carattere forte e deciso, ha domato Vuk che la considera il suo capobranco e le è fedele come un cane. È solita cacciare piccoli animali con la sua fionda, che usa con una precisione impeccabile e ha una moto con sidecar, lasciatale in eredità dal padre.

Zlatan è un ragazzino sveglio e solare, con una buona parlantina e una testa di capelli lunghi e ricci, costretto, suo malgrado, a convivere un padre e un fratello, Tomislav, detto Tomo, di cui non condivide le idee: in fondo essere serbi o musulmani non ha alcuna importanza per lui. E poi, se la pensasse così non potrebbe accettare che il suo cuore batta così forte quando si trova vicino alla dolce e bellissima Emina.

Milo e la sua mazza da baseball sono inseparabili, Zlatan pensa che Milo con il suo fisico dovrebbe dedicarsi al pugilato, ma lui ama il baseball e il suo gruppo di amici per lui è tutto. Loro lo proteggono anche dai compagni che si burlano di lui, perché è una mente troppo semplice e un cuore troppo buono. Nonostante la stazza non farebbe male a una mosca.

Sono tredicenni come tanti, con le loro passioni, gli amori e gli umori, la scuola, gli amici, la famiglia. Ragazzi come tanti, appunto. Fino a quella maledetta primavera del 1992. È l’anno che segna uno spartiacque per la Bosnia. E si percepisce. C’è qualcosa nell’aria. Qualcosa sta cambiando. Il cielo sta diventando nero. Ancora non si riesce a capire cosa sia, ma si comincia a vedere gente strana, uomini russi e serbi arroganti e prepotenti. Chi sono? Cosa sta per succedere?

“L’odio è l’unico rifugio dove trovare riparo per evitare di venire schiacciati dalla vergogna” 

I campi di concentramento e le torture

La storia che raccontano Leone e Zanon è di fantasia, ma la cornice nella quale è ambientata è reale, anzi realissima. Se Jelena, Milo, Emina, Faris e Zlatan sono personaggi di fantasia, non lo è a guerra, non lo è la pulizia etnica, e non lo sono i campi di concentramento di Trnopolje e di Keraterm, e il campo di sterminio di Omarska.

È la primavera del 1992 quando a Prijedor si scatena l’inferno. Inizia la pulizia etnica, la serbizzazione dell’area. E iniziano a funzionare i terribili campi di concentramento. Una pagina nera della storia della ex-Jugoslavia: i campi di Prijedor, dove sono state detenute, torturate e uccise circa tremila persone, erano strumenti importanti del progetto di pulizia etnica, parte integrante del quale era lo stupro etnico ai danni di donne e bambini, ma a volte anche di uomini non serbi. L’umanità che si disumanizza, persone che diventano macchine per uccidere, senza pietà.

“Del resto, nessuno di loro era lì per servire davvero una causa. La religione. L’etnia. Tutte menzogne. Solo scuse. Erano lì per esercitare il potere. Per quel brivido che ne derivava. Per essere onnipotenti. Immortali, addirittura, fosse anche per qualche giorno. E ricchi.”

E il potere lo hanno esercitato senz’altro, e piuttosto indisturbati, soprattutto dopo che l’allora segretario delle Nazioni Unte Boutros Boutros-Ghali aveva negato l’invio di caschi blu nell’area di Prijedor. La comunità internazionale finge di non sapere e intanto i non serbi vengono sterminati. I numeri parlano da soli: nella sola zona di Prijedor “oltre trentamila persone internate, oltre cinquantamila perseguitate a vario titolo, 3.173 civili uccisi, tra cui almeno 102 minori e oltre 250 donne, ma i numeri sono quasi certamente più pesanti.” Numeri pesanti, ingiustizie perpetrate nella più totale impunità e per le quali centinaia, forse migliaia di persone non hanno ancora pagato. La giustizia non ha offerto che le briciole ai sopravvissuti.

Leone e Zanon riescono in un’impresa decisamente ardua, scrivere di questi avvenimenti così truci in modo tale che anche i più giovani possano leggerne. Sì, perché questa è letteratura per ragazzi, in cui i protagonisti sono ragazzi, che in una sola stagione sono costretti a diventare adulti. Le loro vicende tengono il lettore col fiato sospeso, commuovono e alla fine ci scopriamo tutti a sostenerli, a sperare con loro, a piangere con loro, a chiederci insieme a loro se abbia un senso quello che stanno facendo. E rimaniamo con loro fino alla fine della storia, che è tuttavia solo l’inizio del dramma della Bosnia-Erzegovina.

Luca Leone e Daniele Zanon

Daniele Zanon è regista e sceneggiatore, e lavora costantemente a contatto coi ragazzi, sia a scuola, che in contesti più critici come i carceri minorili e le comunità di recupero. La sua esperienza è sicuramente un valore aggiunto a questo libro.

Luca Leone è un giornalista esperto di Balcani, che ha fatto tantissima ricerca sul campo. È autore di libri che sono testimonianze importantissime nell’ambito delle guerre nella ex Jugoslavia, quali ad esempio Visegrad. L’odio, la morte, l’oblio, Stebrenica. I giorni della vergogna, Bosnia express, I bastardi di Sarajevo. Grande conoscitore dei Balcani e della loro storia, in questo libro ha superato i suoi confini di documentarista e portatore di testimonianze, per entrare nel campo della letteratura e lo ha fatto con ottimi risultati.

Mi auguro che questo libro finisca sui banchi di scuola, perché di questo se ne discuta in classe, perché è importante che anche i ragazzi sappiano quello che è successo in un luogo e in un tempo così vicini a ni. Perché, come dice lo stesso Leone in Visegrad. L’odio, la morte, l’oblio:

“Non sapere non è né un delitto, né un diritto. Non voler sapere è il peggiore dei delitti.”

 

 

Titolo: Tre Serbi, Due Musulmani e Un Lupo

Autori: Luca Leone, Daniele Zanon

Casa Editrice: Infinito edizioni

Pagine: 294

Questo è il primo romanzo che leggo di Marcela Serrano e non ne sono rimasta affatto delusa, tutt’ altro! Per chi, come me, ha amato da ragazzina Piccole Donne, questo romanzo è sia un tuffo nel passato che una piacevole scoperta. Il romanzo è un remake del libro della Alcott in chiave più moderna e sudamericana. Le protagoniste sono quattro cugine che trascorrono tutte le estati insieme, come sorelle, all’ ombra di una zia eccentrica e anticonformista la quale dà loro tutto ciò di cui hanno bisogno. Sono figlie uniche di quattro fratelli e le loro estati alla Casa del Pueblo sono la parte migliore delle loro vite, quella più viva e vera. Siamo in Cile, per la precisione in una zona non ben definitiva del sud del Cile, “prima di arrivare al vero Sud cileno, quello maestoso, possente, drammatico, esplosione della natura, c’era un Sud annacquato, più vicino e meno verde, meno azzurro, meno bagnato, un Sud che non si schiantava mai contro il cielo”.

Meg

Ognuna delle quattro cugine è una “piccola donna” e le loro vite e le loro personalità le rispecchiano. Nieves è Meg, la cugina maggiore, quella che più di tutte ha goduto dei privilegi della Casa del Pueblo. È bella, dotata di un garbo e una grazia innati, lunghi capelli biondi e occhi verdi, “l’angioletto della segheria”. Il suo sogno è sposarsi e avere una bella casa e tanti bambini. È una romanticona per la quale l’amore è la cosa più importante.

Jo

Ada è Jo, vivace e irrequieta, sogna fin da piccola di viaggiare e stare in mezzo ai libri. Vuole godersi la vita.

“Dovendo scegliere, preferiva una notte insonne a una mattina pietrificata e preferiva l’inquietudine all’autocompiacimento.”

Ha un legame molto stretto col cugino Oliverio, ha abitudini austere e un distacco da ciò che è superfluo. È la meno bella tra le cugine, una ragazzina maschiaccio, poco appariscente. Priva del concetto di vanità, si è sempre sentita soffocare nel suo essere donna. Ha una forte vocazione letteraria, è da sempre un’accanita lettrice e combatte da sempre con le sue zone d’ombra.

“La letteratura ti pone dall’altra parte della vita,gli spiegava, o forse mi sbaglio e ti colloca proprio nel cuore della vita, comunque in nessun caso ti confina nella normalità, nelle anguste strettoie del quotidiano.”

Ma dove può trovar posto l’amore in questa vita di desiderio e trasgressione, di vagabondaggi e fughe?

Beth

Luz è Beth, la più dolce e la più buona delle cugine. Forse anche la più fragile. O forse no. Esile e bruttina, osserva tutto dal suo angolo. È dal suo punto di vista che tutta la storia è narrata.

“Ho imparato fin da subito a disprezzare i valori di questo mondo, gli stessi che colmavano di ambizione ogni cellula, ogni neurone delle mie cugine: la bellezza, il talento, la fortuna. Mi parevano effimeri. E complicati. Ho scelto la bontà.”

Il suo sogno è alleviare le sofferenze altrui, cosa che cerca di fare in Africa. La sua esistenza votata agli altri la porta a trascurare se stessa. La sua breve vita è costellata di buone azioni, ma cosa prova nel profondo del suo animo? Cosa sarebbe successo se quella volta… ? Ma il senso di colpa è sterile, e indietro non si torna. Mai.

Amy

Lola è Amy, bella, intelligente, ambiziosa, portata per la pittura, socievole e civettuola. Il suo sogno è di essere ricca e adorata dagli uomini. Fin da piccola è vanesia  consapevole della sua femminilità, tutta pizzi, nastrini e fiocchetti. Determinata a diventare ricca, indipendente e di successo non si ferma davanti a nulla, perché si è sempre creduta invincibile e immortale.

“Ma se la sua vita è stata un susseguirsi di successi, allora perché le ferite fanno ancora male? Che cosa aspettano a cicatrizzarsi, eh? A che cosa tentano di aggrapparsi le sue mani tremanti?”

Nell’infanzia si è sentita schiacciata da Ada ed è arrivata anche ad odiarla. Perché Lola è una che porta rancore. Dove la porteranno alla fine la sua ambizione e il suo rancore?

Queste ragazze ci conquistano, ognuna a modo suo, ognuna con la propria personalità e le proprie peculiarità, e credo che sia inevitabile per noi lettrici identificarci con una di loro. Io sono senz’altro Ada, mi ci sono riconosciuta in tantissime caratteristiche, non solo la passione per la lettura e la scrittura, ma anche per l’inquietudine, per quel suo essere un po’ maschiaccio, per la fragilità che nasconde dietro la sua spavalderia.

E voi che cugina siete? Se ne avete voglia, raccontatemelo nei commenti qui sotto e buona lettura!

Titolo: Arrivederci Piccole Donne

Titolo originale: Hasta Siempre Mujercitas

Autore: Marcela Serrano

Casa editrice: Feltrinelli

Traduzione: Michela Finassi

Pagine: 238

Mario e Guido. Un’amicizia nata sui banchi di scuola in un periodo in cui “mi sembrava che il tempo passasse con una lentezza incredibile”, per dirla con le parole dello stesso Mario. I due sono molto diversi, così diversi da rendere questa “la storia di un personaggio solo, che dà un nome diverso a ognuna delle due parti che formano il suo insieme”, come scrisse lo stesso De Carlo.

Mario e Guido

Mario è un ragazzino timido che odia la sua vita, ma non abbastanza da trovare la forza di cambiarla. Non ha grandi legami con gli altri compagni di classe e conduce una vita piuttosto solitaria e monotona.

Guido è un ragazzino dai capelli biondastri e gli occhi chiari, uno sguardo “da ospite non invitato”. È diverso dagli altri ragazzi e per questo non lega molto con loro.

Tra i due si stabilisce fin da subito una complicità simile a quella che c’è negli sport a due: Mario fa da secondo a Guido, molto più carismatico di lui. Inizialmente non si vedono mai al di fuori della scuola, dove Guido è corteggiato dalle compagne di classe e invidiato dai compagni. Lui, dal canto suo, era “incurante nei confronti degli standard a cui tutti cercavano di attenersi con tanto sforzo”. È un ragazzo molto riservato e questo crea fin da subito una sorta di barriera tra i due, impedendo una condivisione profonda dei loro sentimenti.

Mario è timido e impacciato e segue Guido come modello, perché rappresenta tutto ciò che lui vorrebbe essere. Ma il rapporto è ancora un rapporto a metà, non sanno nulla l’uno del background dell’altro, fino a che un giorno Guido racconta a Mario la verità sulla sua famiglia, sciogliendo i nodi e togliendo finalmente i filtri.

Un’amicizia lunga una vita

La loro amicizia passa attraverso gli scioperi e le proteste della fine degli anni Sessanta, attraverso le ragazze, la politica, i viaggi, e tra avvicinamenti e allontanamenti arriva fino agli anni Ottanta. Sono come i due lati di una stessa moneta, hanno bisogno l’uno dell’altro; Mario ha bisogno di Guido perché lo stimola e Guido ha bisogno di Mario perché lo argina. L’altro permette loro di essere se stessi.

Mi capitava di identificarmi con lui, dalla mia posizione così più protetta, vedere le  sue lettere come proiezioni di una parte di me che per paura e mancanza di talento non avevo mai sviluppato”.

Un legame solido che resiste agli urti della vita, anche se tra loro ci sono sempre stati sentimenti sospesi, una serie di non detti che si accumulano negli anni, fino a far quasi invertire i ruoli. Guido non è forse così sicuro come è sempre sembrato, il suo istinto non è forse così infallibile, anche lui è assalito dai dubbi.

Aveva bisogno di una ragione specifica di rabbia, per dare spazio alle sue qualità

Guido sembra essere preso da una sorta di paralisi che molto ricorda quella dei personaggi di Joyce, pur se per Guido non si traduce in incapacità di lasciare la propria città natale (Milano, altrettanto paralizzata della Dublino di Joyce), ma in una sorta di legame con quella città che gli impedisce fino alla fine di abbandonarla completamente.

Milano è la città in cui cresce anche l’autore, che quindi la conosce bene e la descrive con dovizia di particolari. Guido è forse un po’ De Carlo? Impossibile non pensarlo, ma anche Mario lo è in parte. Come detto, due facce della stessa moneta. De Carlo ha frequentato il liceo classico a Milano e poi la facoltà di lettere; ha soggiornato in Australia e negli Stati Uniti, per poi stabilirsi in campagna. È il prolifico autore di romanzi come Treno di Panna, Pura Vita, Uto.

L’autore

Ho scoperto tardi De Carlo e questa sua piccola perla che è Due di Due,  e devo ringraziare il mio compagno per questo, il quale mi ha messo in mano questo romanzo, con un perentorio: “Leggilo!”. E ora che l’ho letto devo confermare che aveva assolutamente ragione, questo libro mi ha fatto entrare in un vortice di emozioni, ricordi e lacrime.

L’abile penna di De Carlo ci conduce per le vie di Milano, con i suoi fumi e i suoi rumori, passando attraverso le campagne umbre con le stagioni a scandire la vita, in un continuo contrasto con una città che fa molto pensare ai toni nero-grigiastri della Coketown di Dickens nel suo Hard Times. De Carlo ha uno stile preciso e dettagliato, che porta il lettore dentro la storia, sviscerandone anche gli angoli più remoti e bui. È una lettura scorrevole, ma toccante, densa di emozioni e di profondità, che sicuramente fa venire voglia di scoprire anche altre  opere di questo autore.

Titolo: Due di Due

Autore: Andrea De Carlo

Casa Editrice: Bompiani

Pagine: 389

Era da quando frequentavo i primi anni delle superiori che non leggevo più Agattha Christie. A lei devo moltissimo, perché se si escludono i grandi romanzi come Piccole Donne e I ragazzi della via Paal, lei è stata colei che veramente mi ha fatto appassionare alla lettura, è stata la prima vera scrittrice che ho amato e grazie a lei ho iniziato a leggere con regolarità. Non le sarò mai abbastanza grata per avermi aperto le porte di un mondo così straordinario come quello dei libri. Nonostante tutto il suo merito, tuttavia, ho abbandonato presto i libri gialli per dedicarmi ad altri generi. Recentemente sono incappata per caso nella mini serie tv trasmessa su Sky tratta da Dieci Piccoli Indiani e questo ha riacceso in me la vecchia voglia di leggere Agatha Christie. E così, dopo tanti anni, eccomi a riprendere in mano questo romanzo. Confesso di averlo fatto con entusiasmo, ma anche con un po’ di timore, come sempre mi capita quando rileggo libri che mi sono piaciuti. Ma Agatha Christie non delude mai, era davvero una grandissima scrittrice, un talento genuino, e a distanza di 25 anni ho apprezzato molto questo suo romanzo.

Si tratta di un romanzo “nato da una lunga fase di elaborazione”, come ammise la stessa scrittrice, che segue i canoni dell’enigma della camera chiusa. Il crimine, o sarebbe meglio dire in questo caso i crimini, sono infatti commessi in un luogo circoscritto, un’isola inglese chiamata Nigger Island, e sono compiuti in circostanze che possono sembrare impossibili al lettore, che è pertanto incuriosito dallo scoprire come siano potuti accadere.

La trama

Dieci persone diverse vengono attirate a Nigger Island dai nuovi proprietari, il signor e la signora Owen, ognuno per una ragione diversa. La prima cosa strana che attira la nostra attenzione è che nessuno di loro conosce i signori Owen di persona.

Il vecchio giudice Wargrave da poco in pensione, è arrivato sull’isola per rincontrare una vecchia amica; la signorina Vera Claythorne, insegnante di ginnastica in una scuola di terz’ordine, è lì perché è stata assunta come segretaria per il periodo estivo; Philip Lombard, ex capitano ed esploratore dal passato burrascoso, ha accettato un lavoro non ben definito sull’ isola perché in crisi finanziaria; la signorina Emily Brent, una vecchia e rigida zitella dai principi inflessibili e dai modi bigotti ha accettato un soggiorno gratuito in casa della signora Owen; il generale Macarthur, veterano della prima guerra mondiale, vedovo da lungo tempo, è arrivato sull’isola per un incontro con vecchi amici; il dottor Armstrong, stimato chirurgo di successo, ha accettato di curare la signora Owen per un lauto compenso; Tony Marston, giovane, bello e ricco, amante delle feste e della bella vita ha accettato volentieri un invito a una festa esclusiva; William Blore, ex poliziotto che si è dato alla carriera di investigatore privato è stato ingaggiato per proteggere i gioielli della signora Owen; e infine i coniugi Rogers, ingaggiati come servitù, lui come maggiordomo e lei come cuoca e domestica.

Cosa accadrà?

Tutti sono ansiosi di incontrare i loro ospiti, i quali però non si fanno vedere con il pretesto di un ritardo. Sarà ben presto chiaro che ognuna delle persone arrivate a Nigger Island invitate dai signori Owen nasconde dei segreti, e c’è qualcuno che sembra conoscere tutti questi segreti. Chi sono questi signori Owen e perché non si fanno vivi? Come fanno a conoscere segreti sepolti nelle vite passate di ciascuno di questi invitati? Nessuno di loro si conosceva prima, e nessuno di loro conosceva i signori Owen, eppure tutti hanno accettato l’invito. Ogni invitato ha trovato incorniciata nella propria stanza una filastrocca per bambini che si rivelerà presto la chiave di molti misteri e al posto dei signori Owen, durante la cena, improvvisamente aleggia nella stanza una voce penetrante che li accusa di essere tutti assassini. Dieci assassini intrappolati su un’isola, isolati dal resto del mondo, a loro volta vittime: è l’inizio di un incubo. A chi appartiene la voce? Chi li sta perseguitando? Da cosa e da chi si devono guardare le spalle? L’assassino è uno di loro o qualcun altro si nasconde sull’isola? Da questo momento in poi, nessuno può più dormire sonni tranquilli…

L’autrice

L’autrice di capolavori come Assassinio sull’Orient Express e Poirot sul Nilo non delude mai, Dieci Piccoli Indiani è un piccolo capolavoro, che mostra il meglio della capacità narrativa della Christie. Tutta la trama è sorretta da una logica ferrea e molto ben delineata, lo stile è come sempre scorrevole e lineare, il lettore si sente disorientato ad un certo punto da ciò che succede, ma l’abilità della Christie sta proprio in questo: disorientare senza confondere. Sorprende il lettore con nuovi intrecci e nuove informazioni, sfidandolo a trovare a soluzione all’enigma. Pur senza indugiare in descrizioni dettagliate e morbose del sangue e della violenza, cattura il lettore e lo tiene incollato alle pagine, anche attraverso il suo proverbiale umorismo.

Agatha Christie non è stata solo una grandissima scrittrice di romanzi gialli, non è stata solo la fortunata creatrice di due straordinari personaggi quali Miss. Marple e Hercule Poirot, è stata anche una grande osservatrice del suo tempo. Nelle sue opere, infatti, troviamo l’Inghilterra dalla Grande Guerra fino agli anni settanta in tutte le sue sfaccettature. Se non avete mai letto nulla di suo, vi invito ad iniziare e scoprirete di sicuro perché è stata definita “la regina del giallo” e ancora nessuno è riuscito a spodestarla dal suo trono.

Titolo: Dieci Piccoli Indiani

Titolo originale: Ten Little Niggers

Casa editrice: Mondadori

Traduzione: Lorenzo Flabbi

Pagine: 210

Siamo nel campo dei giganti della letteratura, Eco è autore di molti famosi romanzi quali Il pendolo di Foucault, La misteriosa fiamma della regina Loana, Il cimitero di Praga e molti altri, nonché prolifico autori di saggi.

Un must

Personalmente, ritengo Il nome della Rosa uno dei libri da leggere assolutamente nella vita. È il primo romanzo di Umberto Eco, pubblicato per la prima volta nel 1980, dopo che Eco aveva studiato per diversi anni la narrativa, con i suoi problemi e le sue regole. L’autore stesso disse di questo libro: “Mi sono messo a scrivere un romanzo dopo aver riflettuto a lungo sul modo in cui gli altri hanno scritto i romanzi”. Un romanzo, quindi, che non è stato scritto d’impeto, ma studiato e ponderato in ogni sua parte. L’espediente letterario utilizzato da Eco è quello di un manoscritto ritrovato, che ci permette di conoscere questa storia.

Le vicende che narra si svolgono in un’abbazia di cui ignoriamo sia il nome che l’ubicazione, ma che pare trovarsi in un luogo non ben definito dell’Appennino tra Piemonte, Liguria e Francia. Siamo alla fine di novembre dell’anno 1327, un periodo difficile della storia, in special modo di quella cristiana. All’epoca era imperatore Ludovico il Bàvaro, che scese in Italia per cercare di ricostituire la dignità del Sacro Romano Impero. Simpatizzava con le idee di povertà dei francescani ed era in conflitto con l’allora papa Giovanni XXII (Giacomo di Cahors), famoso per aver convogliato molte ricchezze alla corte papale e per essere un papa infame ed eresiarca.

L’abbazia è stata scelta come sede di una disputa tra i francescani, protetti dall’imperatore, e i rappresentanti del papa, disputa che riguarda la povertà di Cristo e che è a tutti gli effetti una disputa tra papato e impero. Convogliano quindi nell’abbazia i personaggi più disparati per partecipare a questa disputa. I primi ad arrivare sono Guglielmo da Baskerville e il suo novizio Adso da Melk, autore stesso del manoscritto. Guglielmo è un monaco inglese appartenente all’ordine dei francescani ex inquisitore dotato di una grande intelligenza e di uno spiccato acume, ammiratore e seguace di Ruggero Bacone, ed è stato scelto come mediatore della disputa.  

Accadono cose strane…

L’ambientazione è quindi già di per sé molto suggestiva, una grande abbazia cristiana nel cuore delle montagne, in un periodo oscuro quale è stato il Medio Evo. Già solo questo dovrebbe bastare a farvi venire voglia di aprire questo libro.

Diventa chiaro fin dall’inizio, però, che nell’abbazia qualcosa non va, da qualche giorno succedono fatti strani. Un monaco è morto in circostanze misteriose e l’abate chiede a Guglielmo di indagare su questa morte.  Diventa evidente fin da subito che più di qualche monaco nasconde qualcosa, che dentro le mura di quella splendida abbazia accadono fatti inenarrabili e che tutto ruota intorno a un luogo misterioso e inaccessibile dell’abbazia. Delitti e stranezze si susseguono e Guglielmo da Baskerville tenta di dipanare una matassa che si fa di pagina in pagina sempre più intricata. E tutto sembra portare alla biblioteca e al suo labirinto. La biblioteca di questa abbazia è insieme un luogo affascinante e misterioso, ma come può una biblioteca essere un luogo inquietante?

“… essa [la biblioteca] è riserva di sapere ma può mantenere questo sapere intatto solo se impedisce che giunga a chiunque, persino ai monaci stessi.”

Ed ecco quindi che la biblioteca diventa luogo di segreti e di libri proibiti, luogo impenetrabile e pregno di tranelli e inganni, luogo di perdizione da cui è quasi impossibile uscire. Un luogo affascinante e inquietante, dunque, dove accadono cose strane e misteriose. 

Molti sono i personaggi che incontriamo durante il dipanarsi di queste misteriose vicende, i personaggi di fantasia si mescolano con personaggi realmente esistiti, le vicende dei monaci dell’abbazia si inseriscono in un contesto storico di controversie religiose e scontri tra papato e impero, in un susseguirsi di vicende e fatti narrati magistralmente.

Leggendo Il Nome della Rosa in una splendida spiaggetta nascosta della Toscana

L’autore

Eco ha una penna fine e una scrittura di alto livello, che potrebbe risultare a volte un po’ ostica al lettore a cui alcune parole di uso arcaico non siano familiari, ma che è una delizia per gli estimatori della lingua italiana. Eco, infatti, utilizza non solo termini desueti, appartenenti ad una lingua non più in uso ai giorni nostri, ma anche parole ricercate e di significato non sempre immediato.

A questo si aggiungono le molte citazioni in latino di cui non sono fornite le traduzioni (ma che nella moderna era di internet si possono agevolmente trovare in rete), e che possono rendere il libro di difficile lettura. Tuttavia, trovo la scrittura di Eco magistrale, è talmente bravo che gli si perdona senz’ altro di non aver messo le traduzioni e di dover fare un piccolo sforzo in più, che è ampiamente ripagato da ciò che lui ci dona con la sua scrittura.

Alla trama si alternano riflessioni e citazioni che l’autore, in un gioco intellettuale messo in atto col lettore, sfida a riconoscere. Un libro avvincente e raffinato che non può proprio mancare nella vostra biblioteca!

“Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.”

Titolo: Il Nome della Rosa

Autore: Umberto Eco

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 624