Nel 1937 il giovane Fosco Maraini compie un viaggio in Tibet insieme al famoso orientalista Giuseppe Tucci in qualità di fotografo. Si tratta del primo viaggio in Oriente per lui e segnò la nascita dell’amore di Maraini per queste terre.  A questo viaggio ne seguirono altri e nacque quella meraviglia che è Segreto Tibet.  

Il giovane Maraini decine, alla fine del viaggio con Tucci, di posticipare il rientro in Italia per andare in Sikkim, in pellegrinaggio ad alcuni dei monti più alti della terra. Il Sikkim è un minuscolo staterello  incastonato tra il Nepal e il Bhutan che si trova a ridosso dell’Himalaya, il sistema montuoso che comprende le montagne più alte della terra. Di fatto, si tratta di una vallata circondata da montagne, questo è il Sikkim. È l’unico stato al mondo nel quale si passa, nello spazio di appena un centinaio di chilometri, da un livello di pochi metri sul mare agli oltre 8500 metri del monte Kanchenzonga. Si passa da foreste tropicali con relativo clima caldo e umido, a gelidi ghiacciai nel giro di veramente pochi chilometri. 

Bisogna vedere, bisogna immaginare tutto ciò per capire l’essenza di questo cantuccio in cui sono racchiuse innumerevoli facce della natura

A spasso per il Sikkim 

Il Sikkim è abitato da Tibetani, Nepalesi e dai Lepcia, che un tempo erano la stirpe preponderante, mentre ora lo sono i Nepalesi. Laddove i Nepalesi sono attivi ed invadenti, i Lepcia sono silenziosi e pacifici, incapaci di sentimenti negativi, non provano odio, né invidia, non sono violenti, non cercano di affermarsi sugli altri. 

Il Sikkim del 1937 era un paese con pochissime strade e quindi grandissima importanza rivestiva la figura del portatore (coolie), specialmente per i Sahib (signori) stranieri che visitavano il paese. I Lepcia sono degli ottimi portatori, nonostante siano tendenzialmente piccoli e mingherlini. 

Maraini ci porta con lui tra le nevi e i ghiacci dell’Himalaya, tra freddissime notti in tenda in campi improvvisati e i canti dei portatori intorno al fuoco che crepita.

Cantano gli uomini per la gioia della musica, ma anche perché siano propizie le infinite forze occulte della notte, gli infiniti esseri invisibili che abitano le valli silenziose e danzano adesso sugli spalti nivali, per le frane dei monti, tra verdi riflessi di luna e di ghiaccio. 

Le montagne sono maestose e la notte è nerissima, senza quei canti che ammansiscono le forze della notte c’è di che avere paura. 

Ho paura. Ho paura di questo buio assoluto in cui puoi sentire l’alito caldo d’un essere senza riuscire a vederne il contorno, e m’arrampico su per un albero vicino sedendomi abbastanza comodamente a cavalcioni del primo ramo.

Un’immensità silenziosa e ostile

Sale per delle ore solo con la sua cagnolina Drolma, solo in mezzo ad un’immensità silenziosa ed ostile. Sulla neve solo i binari tracciati dai suoi sci e le minuscole buchette delle zampette di Drolma. Ci descrive le sensazioni dell’animo nel calpestare nevi che nessuno aveva ancora calpestato, al cospetto di monti tanto maestosi e sacri, la solitudine che prova. Il sole picchia e gli brucia la faccia, finché ad un tratto cala improvvisamente la nebbia che ricopre e inghiotte tutto.

Chi è abituato alle Alpi non può immaginare cosa voglia dire stare al cospetto di quella “vuotezza fisica”. Da noi ogni montagna, ogni roccia ha un nome, l’uomo ci è già stato. Ma sull’Himalaya no. L’uomo non è stato su ogni roccia, su ogni parete. Le vette si innalzano terribili e indifferenti a tutto e dinanzi a tale maestosità ci si sente piccoli. 

Ho coscienza d’essere solo; veramente solo. Che varrebbe un mio grido? Ricordo d’essermi trovato senza alcun compagno sulla vetta dell’Etna in inverno, e così sui monti della Toscana, sulle crode del Trentino o sulle Alpi della Val d’Aosta: ma là era un’altra cosa, oltre i valloni, oltre le creste, oltre i ghiacciai, si poteva quasi sempre indovinare il villaggio e l’aria la si sentiva già respirata dall’uomo. Qui no; qui tutto è vergine, tutto è indifferente ed ostile.

Il Sahib volante

Nessuno in Sikkim aveva allora mai visto degli sci e così, dopo aver visto Maraini scivolare su e giù per le valli e le montagne sopra quegli strani oggetti di legno, i portatori hanno iniziato a chiamarlo ‘il Sahib volante’. Tanto furono colpiti i portatori, che alla fine tutta la valle ne parlava. I suoi sci gli hanno consentito di arrivare dove a piedi non sarebbe potuto arrivare e di ammirare paesaggi che altrimenti non avrebbe potuto nemmeno scorgere. Tuttavia, ha dovuto rinunciare a qualcuno dei suoi desideri, in quanto i portatori “non amano seguire, sprofondando nella neve, dei Sahib che noncuranti ci volino sopra”. 

Nonostante questo quanta ricchezza porta con sé questo mese trascorso tra le vette del Sikkim! 

Questo è il primo libro di Maraini, ma già si nota il suo stile di racconto, che poi meglio si è sviluppato in Segreto Tibet. Per me, che ho sempre desiderato vedere le vette himalayane quanto scrive è poesia. 

Soltanto gli uomini e le donne riescono a voltare la schiena, soltanto gli uomini e le donne sanno dimenticare; ma i sassi e le nubi, l’erba e le nevi, il vento e le foglie, hanno sempre un sorriso fraterno per chi ha compreso il segreto linguaggio. Loro, le cose, non tradiscono mai. 

 

Titolo: Dren-Giong. Appunti di un viaggio nell’Imàlaia

Autore: Fosco Maraini

Casa editrice: Corbaccio

Pagine: 214

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