Pechino è in coma di Ma Jian ci narra i fattacci di piazza Tienanmen accaduti nel 1989, ci racconta come ci si è arrivati e cosa è cambiato (e cosa non è cambiato) dopo. Un romanzo intenso e vero che non mancherà di commuovere.

Dai Wei è figlio di un destroide mandato nei campi di rieducazione all’epoca della Rivoluzione Culturale,  vive con la madre e il fratello a Pechino. Il padre torna a casa dopo più di 20 anni e il suo rientro in famiglia destabilizza gli equilibri, oltre al fatto che il padre e il suo passato sono ciò che impedisce alla madre di ottenere la tanto agognata tessera del partito. Nonostante tutti i suoi sforzi, non riesce mai ad ottenerla. 

Piazza Tienanmen da dentro

Dai Wei partecipa attivamente alle proteste di Piazza Tienanmen e durante la repressione messa in atto dall’esercito nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989 gli viene sparato un colpo in testa e va in coma. Ed è da qui che comincia il racconto della sua vita, fino a quella maledetta notte e oltre. Dall’interno di un corpo immobile, eppure ancora vivo, riemergono ricordi del suo passato, di un padre tornato in Cina dall’America per aiutare a ricostruire il paese, che poi viene invece costretto alla sottomissione e additato come nemico. Ricordi di una vita in famiglia resa più difficile dalla condizione di prigioniero del padre. Ricordi degli anni della scuola, dell’università, amicizie, amori. Tutto passa attraverso quel corpo inerte. 

Attraverso i ricordi di Dai Wei entriamo nei campi di rieducazione, nel clima della Rivoluzione Culturale e nel processo di costruzione dell’economia socialista di mercato tipica dell’era post Mao Zedong. Respiriamo un’aria di ritrovata libertà, salvo poi rendersi conto che essa è solo un sottile velo che copre una realtà che in fondo non è poi così diversa dalla dittatura di Mao, in termini di libertà individuale e diritti umani. Ne sono prova le manifestazioni pacifiche represse con la forza, di cui piazza Tienanmen è diventato il culmine, la tragedia cui mai avremmo voluto assistere.  

Piazza Tienanmen

L’energia e il sacrificio

Le proteste nacquero come una richiesta di maggiore libertà e democrazia in una Cina in fermento. Si trattava comunque di pacifiche proteste studentesche, pacifiche, ma tenaci, perché i ragazzi non mollavano. Queste pagine profumano dell’entusiasmo e della dedizione di questi ragazzi, pronti al sacrificio per un bene superiore. Ma percepiamo anche la paura, la sfiducia, i tentennamenti di questi studenti, che alla fine si sono dovuti confrontare con la minaccia di dover fronteggiare l’esercito. E in fondo erano solo studenti, giovani entusiasti ed energici che, come molti giovani di tutto il mondo, vogliono cambiare le cose che non funzionano.

La rabbia e lo sconforto dati dal fallimento dei loro tentativi di dialogo con il governo hanno minato la compattezza del gruppo, soprattutto di quello dei leader, ma il movimento non si è fermato. E non si è fermato nemmeno al comparire di discussioni interne e dissapori all’interno del gruppo dei leader, divergenze di opinioni ed errori. 

Sapevo che sarebbe stato impossibile far evacuare gli studenti dalla piazza, però non sembrava giusto che i leader se la svignassero alla chetichella, soprattutto dopo aver incitato gli altri a restare. 

Lo sciopero della fame deciso dagli studenti è stato un atto di coraggio e sacrificio, che tuttavia non ha portato i risultati sperati. Ma Jian riesce a rendere molto bene l’atmosfera di quei giorni in piazza e noi lettori non possiamo non soffrire insieme a questi studenti, non possiamo non attendere insieme a loro un passo dal governo, non possiamo non ringraziarli per quello che hanno fatto, per non aver mollato nemmeno quando il sacrificio è diventato enorme.

Una Cina che cambia

Mano a mano che la narrazione procede dall’interno della mente di Dai Wei, vediamo i cambiamenti della Cina, il passaggio da un comunismo estremo alla cosiddetta ‘economia socialista di mercato‘, l’avvento della tecnologia, il rapporto, sempre molto difficile, con gli stranieri (quelli che i cinesi chiamano laowai). Troviamo anche molte tipicità, quali ad esempio la Città Proibita e gli hutong, le piccole casette a un piano tipiche di Pechino che oggi sono un’attrazione turistica di grande fascino, ma che allora erano invece dei tuguri sporchi e malsani con dei sudici bagni in comune. 

“Spero di trovare un appartamento come questo, con il riscaldamento centrale e l’acqua corrente” dice Gui Lan. “In inverno a mia camera è molto fredda. E odio dover usare quei luridi gabinetti comuni in fondo al vicolo.”

Dai Wei ci racconta anche qualcosa del Falun Gong e della sua repressione da parte del governo, a dimostrazione ulteriore, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che la Cina era (ed è tutt’ora) ben lontana dalla democrazia

Democrazia e libertà 

Quello che, a mio parere, traspare più di tutto è il malumore di una generazione di “orfani” senza patria e senza famiglia, che anelano a una libertà di pensiero legittima che viene loro negata, che chiedono a gran forza democrazia, che si battono contro la corruzione con coraggio e tenacia. Resistono e non si arrendono pur sapendo che il loro nemico è molto più forte e potente di loro e lo dimostrerà nella maniera più vile, mandando l’esercito, con i carri armati, a sparare su di loro, in una delle repressioni più brutali e sanguinarie del secolo scorso. 

“Mao ha distrutto il sistema della famiglia tradizionale in modo che tutti dipendano dal Partito” aggiunse Tian Yi. “Siamo una generazione di orfani. I nostri genitori non ci hanno dato un sostegno affettivo. Appena siamo nati hanno permesso che fosse il Partito a decidere della nostra vita.”

I leader degli studenti, i cui nomi in questo romanzo richiamano molto quelli dei veri leader studenteschi delle proteste dell’ ’89, hanno avuto grandi meriti e grandi responsabilità. Hanno avuto il merito di mantenere alto l’umore degli studenti anche nei momenti di maggior sconforto, hanno avuto il merito di guidare una protesta senza precedenti nel paese. Ma hanno anche avuto la grande responsabilità di aver condotto gli studenti al massacro in nome di una democrazia che non è mai arrivata. Il governo ha represso le proteste nel sangue e insabbiato tutto, negando apertamente il suo operato e perseguitando tutti coloro che furono ritenuti coinvolti nell’organizzazione delle manifestazioni. Dimostrando in questo modo che non molto, in fondo, era cambiato.

Un viaggio lungo un corpo

Questo romanzo è però anche un viaggio all’interno di un corpo diventato prigione e Ma Jian è molto bravo a descrivere ciò che accade dentro quello che oramai è diventato solo il contenitore della mente di Dai Wei. Ogni canale, ogni più piccolo angolo del suo corpo viene percepito da Dai Wei con un’estrema sensibilità e ogni piccola novità diventa una gioia per lui: un uccellino che ogni giorno si posa su di lui, la brezza che entra dalla finestra, il tocco delicato di una mano. 

Ora so che per raggiungere l’anima si deve viaggiare a ritroso. Ma solo chi dorme ha tempo di percorrere quel sentiero, chi è sveglio deve lanciarsi alla cieca in avanti fino alla morte…

Consiglio questo romanzo a chi ha voglia di saperne di più sulla Cina e sui fatti di piazza Tienanmen, l’unica cosa che non ho apprezzato è stata la traduzione di Katia Bagnoli. Personalmente non l’ho trovata una buona traduzione e inoltre presenta anche diversi errori grammaticali e diverse imprecisioni. Probabilmente è mancato il lavoro di un buon editor, ma anche la traduzione in sé non è proprio nelle mie corde. Peccato perché il romanzo è davvero bello. 

Titolo: Pechino è in coma

Titolo originale: Beijing Coma

Autore: Ma Jian

Traduzione: Katia Bagnoli

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 633

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