Un uomo è un romanzo-biografia-confessione vero, crudo, sfacciato, appassionato. È la storia incredibile di un personaggio fuori dal comune, Alekos Panagulis, eroe della resistenza greca durante la dittatura militare e compagno della Fallaci stessa.

È il primo maggio 1976 quando Alekos Panagulis, uomo-eroe inascoltato, combattente tenace e solitario, muore in un misterioso (forse nemmeno poi tanto) incidente automobilistico a pochi passi da casa sua.

Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa.

Nessuno è profeta in patria

Successe proprio quel che Panagulis stesso aveva previsto: dopo una vita intera a combattere da solo, rimanendo per lo più inascoltato, ecco che la morte lo rende un eroe agli occhi di quel popolo-gregge senza midollo che si lascia trasportare dal pastore che rende la schiavitù più allettante.

Questo romanzo è un grido accorato di dolore e amore, che nasce da un lato dall’esigenza di far luce su un omicidio insabbiato e di dar voce a chi ha cercato per tutta la vita, invano, di farsi ascoltare; e dall’altro di tener fede a una promessa fatta quasi per esasperazione, per mettere a tacere quelle parole che Oriana non voleva sentire.

«Pazienza.» «Pazienza cosa?» «Lo scriverai tu per me. Ne avevamo già parlato, del resto.» «Basta, Alekos!» «Lo scriverai tu per me, promettilo!» «Basta, Alekos!» «Promettilo!» «Va bene, lo prometto.»

Alexandros (Alekos) Panagulis era fin da giovanissimo un ribelle, un rivoluzionario. Nel 1968 tentò di uccidere Geōrgios Papadopoulos  militare promotore del colpo di stato che nel 1967 aveva portato i militari al potere. Il racconto che la Fallaci ci regala di quell’attentato è un’emozionante ritratto di un Panagulis molto umano, con tutte le sue contraddizioni e i moti dell’anima.

Di sicuro era una carogna: le persone per bene non fanno l’autista a un tiranno. Oppure sì, lo fanno? Non dovevi pensarci, alla guerra non si pongono certe domande. Alla guerra si spara: e a chi tocca, tocca. Il nemico alla guerra non è un uomo, è un obiettivo da inquadrare e basta: se accanto a lui c’è un disgraziato o un bambino, pazienza. Pazienza? Pazienza un corno: è giusto combattere le ingiustizie con le ingiustizie, il sangue col sangue? No, non lo è.

Sevizie e torture

Dopo il fallimento dell’attentato Panagulis venne arrestato e torturato ripetutamente e brutalmente e rimase in carcere fino al 1973, quando venne liberato in seguito a una mobilitazione internazionale. Il racconto degli anni di prigionia è duro e straziante, le torture e le sevizie subite sono raccontate in dettaglio ed è qualcosa da cui non si torna indietro, qualcosa che attanaglia le viscere e fa vergognare di appartenere allo stesso genere (dis)umano di quelle persone. La penna della Fallaci riesce a farci entrare nella cella-loculo di Panagulis e riesce quasi a far sentire anche a noi lettori il dolore lacerante di quei giorni che diventan settimane, che diventan mesi, che diventan anni nel buio di un sepolcro umido e stretto, talmente stretto da non riuscire a farci più di tre passi. Tocca fermarsi spesso a riprendere fiato tra queste pagine, a respirare un po’ d’aria fresca.

L’abitudine è la più infame delle malattie perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte. Per abitudine si vive accanto a persone odiose, si impara a portar le catene, a subire ingiustizie, a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto. L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente, cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni fibra di noi s’è adeguata,ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci.

Don Chisciotte e Sancho Panza

La fallaci conosce Panagulis poco dopo la sua scarcerazione e da lì inizia una storia d’amore bella e tormentata, che le pagine di questo romanzo ci regala in tutta la sua potenza. La potenza di un uomo che non smette di lottare per la libertà, incurante, quasi, delle conseguenze della sua lotta sulle persone amate, la potenza di un amore che comprende che stare accanto a un uomo di questo genere significa essere un Sancho Panza destinato a vivere con il suo Don Chisciotte il sogno impossibile. Alekos è irrequieto e inquieto, non smette mai di cercare di sovvertire quel regime che toglie la libertà e rende il popolo schiavo, e lo fa nonostante i continui pedinamenti, le minacce, il controllo.

Tuttavia, stare con Alekos non è facile, essere il suo Sancho Panza diventa sempre più pensate, il sogno impossibile è fatto anche di collera, irritabilità, continui e repentini cambi di umore e di idea, sfuriate, entusiasmi e crolli. A volte sembra quasi avulso dalla realtà: progetta piani di attacco, resistenza armata, sovversioni senza alcun aiuto, senza alcun appoggio, in un autentico delirio di follia.

Dietro un Don Chisciotte che non serve a nessun potere, che non fa comodo a nessuna barricata, che rompe le scatole a tutti, che non appartiene a nessun conformismo né organizzazione, che va a metter la bomba col taxi guidato dal cugino, che di conseguenza agisce secondo la sua morale e basta, la sua fantasia e basta, i suoi pazzi sogni e basta, chi c’è?

Un uomo solo

Ne esce un ritratto di un uomo testardo, impaziente, entusiasta, collerico, caparbio, camaleontico, un uomo complesso e decisamente carismatico, ma alla fine molto solo.

Non c’è nessuno, non ho nessuno. Sono solo, solo, solo! Non ne posso più. Non ce la faccio più.

Ma fino alla fine non smette di lottare per quel cambiamento che anelava così tanto, nonostante i momenti di scoramento, nonostante i fallimenti e le batoste subite, perché lui “vuol essere un uomo, e essere un uomo significa essere libero, aver coraggio, lottare, assumersi le proprie responsabilità”. Non smise nemmeno quando si rese conto di essere sempre più solo e inascoltato, continuò a dare la caccia a quei politici che avevano collaborato con la dittatura fino alla fine, una fine prematura, come quella di tutti gli eroi. E come tutti gli eroi, solo dopo la sua morte venne osannato dal popolo, quella massa di cui la stessa fallaci dice:

Quel popolo che fino a ieri t’aveva scansato, lasciato solo come un cane scomodo, ignorandoti quando dicevi non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, ragionate col vostro cervello. Ora ti ascoltavano, ora che eri morto.

Un libro da leggere assolutamente!

Il perfetto equilibrio tra stile e ritmo, tra cronaca e romanzo, tra fatti ed emozioni, la capacità di coinvolgere e di catturare il lettore, grazie anche alla scelta di narrare tutto in seconda persona, e l’indubbio talento letterario dell’autrice che dona il grande piacere di un romanzo scritto veramente bene fanno di questo libro un capolavoro della letteratura italiana, un libro che, a mio avviso, dovrebbe finire nella lista dei libri da leggere prima di morire di ciascuno di noi. (Nella mia c’è anche Il Conte di Montecristo, clicca qui per leggere la mia recensione)

Titolo: Un uomo

Autrice: Oriana Fallaci

Casa editrice: BUR

Pagine: 654

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