migranti e ONG

Questo libro tratta un tema scottante, in special modo in questo periodo: quello dell’arrivo di migranti sulle coste italiane e del ruolo delle ONG hanno in questo processo. Elena Stancanelli, autrice di svariati romanzi e racconti, e collaboratrice di vari quotidiani tra cui La Repubblica, decide un giorno di imbarcarsi su una di queste navi. Le ragioni sono svariate e diverse, ma, come dice lei stessa all’inizio del libro, la decisione nasce dall’appello di Sandro Veronesi sul Corriere della Sera apparso il 9 luglio 2018 (clicca qui per leggere l’articolo).

Questo libro tratta un tema scottante, in special modo in questo periodo: quello dell’arrivo di migranti sulle coste italiane e del ruolo delle ONG hanno in questo processo. Elena Stancanelli, autrice di svariati romanzi e racconti, e collaboratrice di vari quotidiani tra cui La Repubblica, decide un giorno di imbarcarsi su una di queste navi. Le ragioni sono svariate e diverse, ma, come dice lei stessa all’inizio del libro, la decisione nasce dall’appello di Sandro Veronesi sul Corriere della Sera apparso il 9 luglio 2018 (clicca qui per leggere l’articolo).

Veronesi scrive un appello accorato soprattutto alle persone influenti affinché “ci mettano il corpo”, affinché cioè vadano “laggiù dove lo scempio ha luogo”, proprio lì, sopra le navi delle tanto vituperate ONG. Perché quanto accade nel Mediterraneo gli fa male, e ancor più male gli fa la propaganda che c’è intorno agli arrivi dalle coste libiche, una propaganda che “rovescia la realtà chiamando ‘pacchia’ o ‘crociera’ la tortura cui quegli esseri umani sono esposti”. Questo per Veronesi è inaccettabile, e pensa che, forse, se ci saranno delle persone influenti che ci metteranno il corpo, che andranno laggiù e saranno testimoni di quanto davvero succede, qualcosa possa cambiare.

Parto o non parto?

Veronesi chiama e la Stancanelli risponde, e non è certo l’unica. Decide d’istinto di imbarcarsi, di metterci il corpo, pentendosene tuttavia subito dopo. Perché lei è una che “se ne sta a casa a studiare e scrivere, anziché metterci il corpo”. Perché è inesperta, non è mai stata su una barca prima. E spesso prima e durante quest’avventura si chiederà se ha fatto bene a farlo, si chiederà ‘ma cosa ci faccio io qui?’, sarà attanagliata dalla paura, dalla voglia di girare sui tacchi e tornarsene nel tepore del suo appartamento, dove nulla di male può succedere, coccolata dalla comodità e protetta da quelle quattro mura che rappresentavano, in un certo senso, la sua frontiera.

Eppure parte. Si imbarca, insieme ad altri giornalisti e a giovani volontari, sulla Mare Jonio, un rimorchiatore che è stato attrezzato per il salvataggio dei migranti in mare. Senza mai smettere di sentirsi inadeguata, senza mai smettere di avere paura, senza mai smettere di sperare, fino all’ultimo, che salti tutto, lasciandole solo la bella sensazione di aver provato a salvare il mondo.

“Ho rispetto dell’odio, come di qualsiasi altro sentimento. Odiamo i nemici e qualche volta anche gli amici, gli amanti e soprattutto gli ex amanti. Odiamo chi è diverso da noi, chi è più ricco  persino chi è più povero. Contro chi è più povero, più indifeso, il nostro odio scintilla addirittura. Io odio. Certi giorni con una potenza che mette paura anche a me.”

Quello di cui la Stancanelli vuole parlare in questo libro non è ciò che si nasconde nel cuore degli esseri umani, bensì come la civiltà a cui apparteniamo assolve (o non assolve) il compito di tutelare i diritti di ogni singolo individuo, migranti inclusi.

Cosa c’è da sapere 

Prima di partire con lei in viaggio sul Mediterraneo, la Stancanelli ci ricorda di come il linguaggio della politica sia cambiato con l’avvento di Matteo Salvini. Cinismo e crudeltà del lessico sono diventati la norma, di conseguenza ora nessuno si scandalizza più, e normali sono diventate anche la violenza e l’ignoranza gettate dai social in faccia a chiunque dissenta. La propaganda social fatta nel modo più becero e nella più totale impunità. Matteo Salvini ha fatto dei migranti la sua battaglia principale e ha avviato una vera e propria crociata morale contro le ONG, ree, a suo dire, di traffico di esseri umani.

Anche Amnesty International è intervenuta contro questa “valanga incontenibile di mostruosità” dapprima con un’azione dal titolo ‘La solidarietà non è un reato’, che in seguito è stata inserita all’interno della campagna ‘Spazi di libertà’, e in seguito creando una task force che si occupa di discorsi d’odio.

Non possiamo inoltre imbarcarci senza sapere esattamente com’è la situazione normativa in merito ai salvataggi in mare. Scopriamo quindi cosa è stato stabilito dall’Accordo dell’Unione Europea sull’immigrazione nel giugno del 2018, cosa sono le zone SAR, cosa prevede l’accordo noto come Codice Minniti, in cosa consisteva l’operazione Mare Nostrum, sostituita poi dall’operazione Triton, cosa prevede il diritto del mare, di chi è la giurisdizione dei porti e anche cosa c’è veramente dietro alla guerra alle ONG lanciata da Salvini sotto il “lugubre hashtag” #chiudiamoiporti. Salvini comunica col paese allo stesso modo e con gli stessi toni sia che parli della fetta di pane e Nutella, sia che parli di migranti morti in mare. Ha un modo di comunicare informale, confidenziale addirittura, e sembra così ‘paterno’ che molte persone non si preoccupano di verificare che quello che dice sia vero,  di capirne fino in fondo le implicazioni.

Come si sta veramente su una delle navi delle ONG

 

“Se stai davvero dall’altra parte, non puoi dire aiutiamoli a casa loro. Perché aiutiamoli a casa loro non è la frase giusta da dire mentre anche una sola persona sta affogando in mare. A meno che tu non consideri trascurabile che qualcuno affoghi, anche una sola persona. E allora il tuo ragionamento non è molto diverso da chi dice lasciamoli crepare, così gli altri capiranno”

Insomma, siamo pronti per partire con lei, e con lei viviamo anche l’ansia, la paura, il timore di essere troppo piccola e inadeguata per qualcosa del genere. Con lei viviamo il rapporto con i volontari, che sono “persone speciali, ma tutti un po’ strani. Brillanti, intelligenti e un po’ matti.” E i volontari hanno molto da raccontare, demoliscono stereotipi, forniscono spiegazioni, danno informazioni, senza filtri, come solo le persone che lavorano sul campo e vedono coi loro occhi sanno fare.

Sulla nave scopriamo quali sono le conseguenze della guerra contro le navi delle ONG. Anche se è vero che i porti non sono chiusi (perché i porti semplicemente non possono essere chiusi, se non in situazioni molto particolari di problemi di ordine pubblico), si è comunque creato un sistema di deterrenza. Le navi hanno il diritto di entrare senza dover chiedere il permesso, ma non lo fanno perché hanno paura delle ritorsioni sulle persone.

Il soccorso è qualcosa di molto tecnico, fatto di azioni precise e meccaniche. Non si sceglie chi salvare, si va e basta. Non c’è tempo per altro. E quando le persone salgono sulle navi raccontano, e dai loro racconti raccapriccianti non si torna più indietro.

La Libia e i migranti

Bisogna capire che cos’è davvero la Libia. Lì, le persone non sono solo rinchiuse, trattate come schiavi, picchiate e fatte prostituire. Le donne vengono stuprate più e più volte, spesso abortiscono a causa di continui calci e pugni sulla pancia. Le torture sono inenarrabili, la violenza è inaudita. Gli uomini vengono costretti a combattere contro alti uomini fino a che uno dei due non muore. Cose inimmaginabili.

“Cosa sarà di tutte queste persone? Noi le salviamo, facciamo in modo che non affoghino, ma poi? Come supereranno l’orrore? E come riusciranno a perdonarci quando capiranno che la Libia l’abbiamo inventata noi, finanziata noi per fermare i flussi migratori?”

Non si può smettere di salvare le persone, farlo significherebbe smettere di essere umani, abbiamo il dovere, in quanto esseri umani, di salvare i nostri simili da morte certa. Non possiamo e non dobbiamo farci influenzare da chi ci vuole convincere che lasciar morire i migranti possa essere un deterrente. Lasciar morire delle persone è semplicemente questo: disumano.

“Chi salva la gente che affoga ha ragione, chi pensa che lasciare affogare centinaia, migliaia di uomini, donne e bambini perché questo potrebbe disincentivare altri uomini, donne e bambini dal lasciare la disperazione e partire, sbaglia”

Perché si scagliano contro le ONG?

E non è certamente questa, secondo l’autrice, la ragione per cui il governo contrasta il lavoro delle ONG nel Mediterraneo. La vera ragione per cui lo fa è che questa strage non deve avere testimoni, le ONG non devono vedere e non devono mostrare, perché solo in questo modo nessuno crederà che si stia davvero compiendo una strage.

E nonostante tutti i suoi timori, capisce che non solo lei non è un intralcio (nonostante la sua inesperienza), ma che, al contrario, queste associazioni hanno bisogno di loro, hanno bisogno di visibilità, di qualcuno che veda e racconti ciò che realmente succede. E capisce che ha una missione importante, una missione che tanti altri non hanno avuto il coraggio di intraprendere, soprattutto per la paura di attirare l’odio della rete. La paura più grande dei personaggi famosi italiani riguardo alla questione dei migranti sono gli haters. Mi chiedo, davvero questa può essere una valida ragione per non schierarsi dalla parte della vita? Come può essere che dei fan virtuali siano più importanti di vite reali?

“…i bruti restano sguarniti di fronte a chi si rivolge loro trattandoli da persone perbene. Si sperdono, balbettano, abbassano lo sguardo.”

La legge della vita (migranti o non migranti)

E chi è in mare alla fine non si preoccupa né della politica, né della celebrità, pensa solo a salvare vite umane, perché “il soccorso in mare è soprattutto la possibilità di offrire un posto dove stare, una coperta e u bicchiere d’acqua. Questo è quello che possiamo fare.” E lo fanno anche quando vengono ostacolati, quando vengono depistati con false segnalazioni in modo da farli allontanare, lo fanno anche quando tutto sembra perduto. E lo fanno senza fare distinzioni tra migranti, richiedenti asilo, rifugiati. 

Tutti dovremmo leggere questo libro, ma soprattutto dovrebbe leggerlo chi pensa che le ONG lavorino in combutta con gli scafisti libici, chi prende come oro colato tutto quanto esce dalla bocca senza filtri né remore di certi nostri politici, chi è convinto di sapere tutto sulle persone che scappano dalla Libia, anche se non hanno mai parlato una volta con uno di loro, chi si riempie la bocca di facili e inutili parole su qualcosa di cui sa poco o nulla.

“La cosa più importante che ci insegnano i morti è che siamo tutti uguali”.

 

 

 

Titolo: Venne alla spiaggia un assassino

Autrice: Elena Stancanelli

Casa editrice: La nave di Teseo

Pagine: 200

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